giovedì 18 marzo 2021

Roberto TRICELLA


FRANCO MONTORRO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2002
C’era una volta in cui Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, era chiamato il Paese dei Liberi perché là avevano avuto i natali tre grandi giocatori, accomunati dal ruolo, tutti quasi contemporaneamente sui campi di Serie A: Gaetano Scirea, Roberto Galbiati e Roberto Tricella. Solo un caso, eppure di quella curiosa concentrazione di “numeri 6” (per lettori più giovani, era quello il classico numero dei liberi ai tempi in cui i ruoli erano rigidamente distinti secondo le cifre da 1 a 11 e dunque i terzini avevano il 2 e il 3, il mediano il 4, lo stopper il 5 e così via fino all’11 dell’ala sinistra).
E così a molti parve non scontato, ma naturale sì, che sul finire della carriera di Gaetano la Juventus gli affiancasse il migliore degli altri due “compaesani”, quel Roberto Tricella che nel 1987, anno del passaggio in bianconero, era nel pieno della maturità calcistica. Dopo gli esordi nell’Inter e l’affermazione nel Verona dello storico scudetto, il Tricella che arriva a Torino è libero affermato e stimato.
Elegante nello stile di gioco, si inserisce presto e bene negli schemi di una squadra che lui stesso, oggi, definisce “di transizione”. Gioca nella Juve per tre campionati, prima di trasferirsi al Bologna. «Quella alla Juventus è stata per me un’esperienza fondamentale. Ne conservo ricordi positivissimi dal punto di vista umano, mentre ho qualche rammarico per i risultati, che non sono stati tutti favorevoli. Abbiamo vinto poco, tranne l’ultimo anno, quello con Zoff, il 1989/90. Abbiamo vissuto un po’ un periodo di mezzo fra i grandi successi della Juve precedente e poi di quella di Lippi. Ma oggi, ripeto, preferisco sottolineare i ricordi di quell’ambiente, i compagni, tutti. Comunque, anche se forse più di tanto non potevamo vincere, eravamo pur sempre la Juventus e per me fu un’enorme soddisfazione essere richiesto prima e poi giocare nel club bianconero. Anche perché c’era già Scirea, come compagno di squadra e dopo come allenatore. Una persona e un amico indimenticabili, un esempio: perché è stato il più grande libero di sempre, in Italia. A volte si fanno paragoni fra lui e Baresi, io sostengo che Franco è stato un gradino sotto “Gai”».
Libero elegante e puntuale, si diceva, preciso e mai sopra le righe, ordinato e con una grande visione di gioco. «Sono stato un buon giocatore – dice Tricella con la prolungata umiltà dei grandi – che ha cercato di supplire con il tempismo al fatto di non essere particolarmente veloce».
Oggi i rapporti di Roberto con il mondo del calcio sono molto allentati. «Ma è perché ho un’attività che mi assorbe molto. Lavoro nel campo immobiliare, ho una società che acquista terreni e costruisce e vende appartamenti: Questo da otto-nove anni, da quando ho smesso con il pallone. Vado allo stadio molto raramente, più di frequente seguo qualche partita in televisione, mi sento con qualche ex compagno. Ad esempio Gigi De Agostini, che era a Verona con me e che passò alla Juventus nello stesso mio anno. Ho due figli di 11 e 8 anni, uno juventino e uno milanista, che giocano a pallone all’oratorio. Non penso oggi se potranno avere un futuro come calciatori. L’importante è che facciano sport e che si divertano. Poi che lo sport rappresenti per loro una palestra di vita. Oggi, purtroppo, i giovani non sono quasi più abituati a conquistarsi le cose, sembra che tutto sia loro dovuto, che tutto sia scontato. Invece lo sport aiuta a capire che gli obiettivi si raggiungono con la fatica. Poi, semmai, potranno seguire il mio percorso e comprendere anche quanto sia bello il calcio, quante bellissime emozioni regali. Io sono stato fortunato a viverne tante, a giocare e a rimanere un ragazzo fin oltre i 30 anni».
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«I primi mesi senza calcio sono stati terribili. Avevo questo malessere fisico dovuto al fatto che non potessi più allenarmi tutti i giorni. Una sofferenza pazzesca perché, in oltre 15 anni di carriera, penso di non aver mai saltato un singolo allenamento: correre e sudare mi piaceva un sacco. Uno può prepararsi mentalmente quanto vuole, ma finché non smetti in maniera definitiva è difficile ricreare quella situazione nella tua testa. Immaginarti quel che sarà. Sono arciconvinto che il 90% dei calciatori, se il loro fisico reggesse, ritarderebbero il più a lungo possibile quel passo fatidico. Ne sono uscito buttando anima e corpo nell’attività degli investimenti immobiliari. Quand’ero a Bologna acquistai alcuni terreni con l’obiettivo di farli fruttare costruendoci sopra case. Solo che all’inizio delegavo volentieri agli altri visto che avevo la partita della domenica tra i miei pensieri principali. In seguito decisi di provarci in prima persona ed ebbi la fortuna di inserirmi in un team già rodato».
Queste frasi sono molto meno banali di quanto sembrino e convincono sempre di più che il buon Roberto sia stato un calciatore di grandi qualità umane, ma di modeste qualità atletiche. È arrivato a lambire i vertici del ruolo, rimanendo tuttavia escluso dal Gotha, per le ragioni dette prima: i limiti atletici (in campo aperto era in costante imbarazzo, di testa se la cavava col tempismo, ma non è certo stato un gran colpitore) e la mancanza della giusta dose di cattiveria e agonismo sono evidenti. Lo si può considerare una specie di Scirea minore, ma con una dote decisiva in meno: la personalità.
Ma è stato un professionista serio e non ha mai lesinato l’impegno. Il fatto che sia stato anche capitano, della Juventus testimonia quanto fossero bui i tempi del dopo Platini. Ma Roberto, di questo, non ha, ovviamente, alcuna colpa. 

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