lunedì 1 marzo 2021

Guglielmo GABETTO


Nel vociare della festa Guglielmo Gabetto, invece, si dà da fare – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – lui è un cittadino sul serio, per carattere. È estroverso. Ride e scherza, balla, sfodera sorrisi e ogni tanto si defila in bagno e accende da fumare. Sempre meglio “tirar due note” di nascosto, che mostrare l’abitudine in pubblica, pensa. Farsi vedere dalle persone, lì convenute, s’intende; perché in Borgata Aurora dov’è nato e abita, fuma anche per strada, se gli va. Ma in Juventus è meglio evitarselo, è preferibile non farsi ripetere da Mazzonis che «un giocatore, ancora più se giovane, le sigarette non le dovrebbe conoscere».
«E bravo il nostro Guglielmo», va intanto dicendo più d’uno. Nel sentir fare i complimenti a uno dei suoi gioielli, Beccuti s’illumina. Ne ben donde di gongolare il bravo allenatore delle zebrette, già giocatore juventino in tempi pioneristici. Lui solo sa con quanto amore ha supportato sin da piccolo questa macchietta che è Guglielmo, simpaticissimo, argento vivo in corpo, che in campo si tramuta in fantastici colpi calcistici.


“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 16 GIUGNO 1937
A Vercelli. Ottobre 1933. Atrio di un albergo qualunque.
Le riserve della Juventus, che debbono giocare contro le riserve delle bianche casacche, hanno consumato la colazione ed attendono l’ora di andare al campo. Alcuni signori, lì vicino, parlano di calcio e commentano le prime esibizioni di Piola, già della Pro Vercelli, nella nuova squadra: la Lazio. Affiorano i ricordi. Vi è della nostalgia.
Uno di quei signori sospira:
– Ah Piola, Piola! È proprio il miglior centravanti italiano!
Un giocatore juventino alza la testa, ed entra in conversazione:
– Lorsignori parlano di Piola? È un gran giocatore. Un gran centravanti. Ma loro non conoscono Gabetto. Quello sì che è il più grande centrattacco d’Italia!
– Gabetto? E chi è questo Gabetto?
– Il centravanti delle riserve juventine. Vadano a vederlo, signori. Vadano a vederlo, e vedranno che fenomeno!
Quei signori lasciano l’atrio, e le riserve juventine sbottano in una risata.
Gabetto, proprio lui, allora non ancora conosciuto e non ancora asceso alla ribalta della prima squadra, era precisamente quello che aveva interloquito. Una bella faccia tosta, penserete. Gli è che Gabetto è un burlone di prima qualità. É quello che mantiene l’allegria nella squadra. Forse neanche lui, allora, pensava che dopo qualche mese avrebbe occupato il posto di Borel II e che sarebbe diventato uno dei migliori centravanti italiani.
A undici anni tirava i primi calci in una squadra dell’oratorio dei Salesiani. La squadra si chiamava « Salus » e quei ragazzi volevano ricordare, con quell’appellativo, nientemeno che... il santo di Sales. « Salus » (che in latino significa « salute ») doveva essere di effettivo buon augurio.
Gabetto era il più piccolo, il più mingherlino, e giocava mezz’ala destra. Nessuno avrebbe dato un soldo per il suo avvenire di calciatore, e fu solamente nel 1930, a quattordici anni (Guglielmo Gabetto è nato a Torino il 24 febbraio 1916), che vesti la prima maglia bianco-nera juventina.
Era e non era alla Juventus, perché la maglia era della « Zebra », società di ragazzi dipendenti appunto dal grande Circolo torinese. Nella Juventus Gabetto era in... buona compagnia, poiché c’era anche Rava, più giovane d’un anno di lui, ma più... bravo (questo secondo le opinioni dei dirigenti e di Gabetto stesso).
Passano gli anni, ma Gabetto non... cresce (si è sviluppato poi, tutto d’un colpo); allora la « Zebra » lo manda a farsi le ossa in una società di liberi.
Ecco Gabetto mezz’ala di una certa Virtus, giocare e vivere una vita... mediocre. Al termine di quella stagione, giocata senza infamia e senza lode, fa ritorno alla Juventus. Oh meraviglia! I juventini constatano come il giovane Guglielmo si sia deciso a svilupparsi. Lo trovano alto e ingrossato. È maturo, insomma, per la Juventus.
Eccolo (1932) nella squadra allievi juventina, sempre come mezz’ala. Al termine della stagione si rende vacante il ruolo di centravanti delle riserve. L’allenatore ha una felice pensata: promuovere questo Gabetto che ha della intraprendenza e cerca il contatto degli avversari per ingaggiare duelli ed uscirne vittorioso. Gabetto, centravanti delle riserve bianco-nere, gioca le ultime tre partite della stagione 1932-33.
Alla Juventus hanno un buon fiuto : Gabetto può riuscire. Per questo lo invitano a seguire la squadra a Parigi. I juventini debbono giocare al Par des Princes contro il Red Star. Gabetto giocherà mezzo tempo, il Primo mezzo-tempo. Si schiera infatti al centro della prima linea e, così per esperimento, Borel viene spostato mezz’ala. L’attacco ingrana, Gabetto non si emoziona ed anzi segna un bellissimo punto. Al riposo dovrebbe rivestirsi, ma l’allenatore ritiene opportuno insistere nella formazione, e Gabetto ricambia la fiducia con un secondo goal. La Juventus, dunque, può contare su un giocatore di più. Gabetto è felice. Torna a casa e marcia impettito tenendo circolo tra gli amici del suo rione. Ma con sua sorpresa viene... ringoiato dalla squadra riserve.
Alla Juventus si procede coi piedi di piombo, con la massima sicurezza. Un conto è una partita amichevole, altro conto è una partita di campionato italiano. Gabetto ha molti numeri, indiscutibilmente, ma dovrà fare la sua strada gradatamente. Ci si ricordi di quell'antica poesia: “Fu già una zucca che montò sublime...”
E alla Juventus non ci devono essere... zucche.
Ma fa anticamera per poco tempo. Glielo aveva detto il suo dirigente diretto, l'ing. Bené Gola:
– Non ti scoraggiare. Il tuo debutto è prossimo.
Ed è lo stesso Gola che, il 26 gennaio 1935 (certe date non si dimenticano) lo chiama e gli dice:
– Preparati. Domani devi andare a Vercelli con la prima squadra!
Ecco Gabetto a Vercelli. Giocherà? Non giocherà? Borel ha l’influenza e si è appena alzato da letto. Fa parte della carovana, ma è tuttora indeciso se giocare o no. All’ultimo momento si decide per il no. Gabetto giocherà. Guglielmo non… perde la calma per la felicità, ma è tutto contento. Va in campo: la partita è difficile perché le bianche casacche difendono coi denti la permanenza in Divisione Nazionale. Ad un certo momento, ben lanciato da Monti, Gabetto si scaraventa verso la porta di Scansetti. Al momento di entrare in area di rigore, il terzino vercellese Beltaro lo atterra rudemente e l’arbitro Gianelli accorda un calcio di punizione dal limite. L’incarico dell’esecuzione è affidato a Orsi, che prende la rincorsa e segna con uno dei suoi tiri inesorabili. Uno a zero, e il risultato non cambia.
Questo l’esordio di Gabetto (allora i giornali non sapevano chi fosse e lo chiamavano « Gabetti » e lui ci soffriva...). Deve aspettare tre mesi per far ritorno in prima squadra. Ciò avviene il 21 aprile : gioca contro il Bologna a Torino, poi lo vediamo ala destra ad Alessandria, ed a Torino contro il Palermo e contro la Roma. Le sue esibizioni come estrema non... persuadono, e nella partita Milan-Juventus è bellamente lasciato fuori squadra. Lo riammettono all’ultima partita di campionato, in tempo per giocare a Firenze nella partita che (mentre l’Ambrosiana perdeva a Roma) doveva assicurare il quinto scudetto consecutivo alla Juventus.
Il campionato 1935-36 ha inizio, ma Gabetto è ancora nelle riserve. Entra in scena solamente alla nona giornata, perché evidentemente il destino lo protegge. Durante una partita d’allenamento Borel II, effettuando una rovesciata, si produce una lesione al ginocchio. La diagnosi è precisa: lesione al menisco. Bisognerà operare. Per un’intera stagione « Farfallino » è perso per lo sport italiano. Il problema della successione non si presenta difficile e Gabetto entra in scena a Torino, contro la Triestina. Il debutto è clamoroso, si potrebbe dire sensazionale. La Juventus vince per 3 a 0 e tutti i punti sono segnati da Gabetto. Il posto se l’è finalmente conquistato. Brucia le tappe, segna porte su porte ed alla fine della stagione, tirando le somme nella cosiddetta « classifica dei cannonieri », risulta al secondo posto con 20 porte segnate, preceduto dal solo Meazza con 25 successi personali. Se si pensa che Gabetto è entrato in scena ad un terzo del torneo, si deve riconoscere che il ragazzo, al suo primo anno di Divisione Nazionale, ha fatto prodigi. E quali « cannonieri » ha preceduto: Piola, Rocco, Arcari, Silano, un quartetto che l’anno scorso è marciato forte per davvero.
Una stagione indimenticabile per Gabetto, anche se la Juventus ha dovuto scucirsi lo scudetto per offrirlo al Bologna. Una stagione che lo ha visto anche in maglia azzurra. Sicuro, a Novara, il 5 aprile 1936, tra i Cadetti contro la Svizzera B. La squadra era formata da Olivieri; Fiorini e Galimberti; Ghidini, Mornese e Milano; Busani, Riccardi, Gabetto, Marchini e Venditto. E Gabetto? Gabetto, un po’... emozionato e un po’ guardato a vista, non fece grandi cose. Ma intanto anche la maglia azzurra è stata collezionata e le sue comparizioni, statene certi, non si fermeranno qui.
Quest’anno il campionato lo ha visto ancora all’avanguardia, con gli inevitabili alti e bassi. Ha capeggiato, per qualche tempo, la classifica dei cannonieri. Non è riuscito nell’intento di aggiudicarsi il primato, ma ha avuto la soddisfazione di essere ancora secondo, a tre reti da Paola, precedendo Buscaglia e Borel II.
Attualmente Gabetto veste il « grigio-verde » del fantaccino. Ciò gioverà ad irrobustirlo ancora, a farlo più uomo. Ma, calcisticamente, è già un arrivato.

Secco, scattante, autentica spina nel cuore delle difese avversarie, Guglielmo si impone subito all’attenzione del pubblico, per il modo dinoccolato di correre, per la prontezza di riflessi, per il modo impensato di crearsi varchi verso la porta avversaria. Un vero acrobata, che nessun difensore voleva marcare, perché, prima o poi, sul filo del fuorigioco, lo avrebbe sorpreso. Scaltro e avveduto come pochi attaccanti, possedeva un eccezionale senso della realizzazione.
Nell’estate del 1941 i dirigenti bianconeri, pensando che Guglielmo sia a fine carriera, commettono un errore gravissimo e lo cedono al Torino.
In granata è cinque volte Campione d’Italia e si aggiudica la Coppa Italia nel 1943. È uno dei più prolifici bomber del nostro calcio, è sei volte azzurro con la Nazionale A (cinque goal) e disputa una partita con l’Italia B. Muore a Superga, nella tragedia aerea nella quale scompare il Grande Torino, il 4 maggio 1949.
Se fosse rimasto juventino, avrebbe sicuramente battuto ogni record, in fatto di segnature quel magnifico centrattacco, che tutti volevano avere insieme e nessuno contro.

VLADIMIRO CAMINITI
Si era guastata la serenità della Juventus all’indomani della tragica fine del presidente Edoardo, le nubi all’orizzonte e nel cuore degli uomini avrebbero impedito ai responsabili juventini di riparare adeguatamente i danni, la Juventus era sopravvissuta a se stessa archiviando la sua quinquennale gloria negli occhi e nelle cose, a vantaggio di Bologna e Ambrosiana Inter. Il suo miglior piazzamento nell’anteguerra sarebbe stato il secondo posto alle spalle dei milanesi neroazzurri nel campionato 1937-38, campionato a sedici, in una formazione esperta e gagliarda (Bodoira; Foni e Rava; Depetrini, Monti e Varglien I; De Filippis, Varglien II, Gabetto, Tomasi e Bellini, altri titolari Borel II, Santhià, Borel I, Bergonzoni, Amoretti), ma già l’anno successivo alla conquista del secondo alloro mondiale, mentre i libri di autori ebrei e antifascisti venivano ritirati dalle librerie, e si sanciva a Berlino l’alleanza politica tra Germania e Italia, la guerra è alle porte. L’Italia invaderà l’Albania come premessa all’evento inesorabile.
E la Juventus? Pierone Rava ricorda quei giorni con nostalgia e rabbia. Ha dovuto scioperare in campo perché i dirigenti bianconeri gli riconoscessero i diritti ai giusti guadagni da professionista; pure, la difesa Foni-Rava è degna degli antenati Rosetta-Caligaris. Nel giugno 1940 si terrà l’ultima edizione dei Littoriali, e uno dei pulcini della Juventus è cresciuto, al campionato del secondo posto dà il suo contributo sonante di goal, ben nove. Pierone Rava me ne parla come di un ragazzo vivacissimo, coinvolgente con i suoi scherzi e la sua perenne allegria.
Sa forse ciascuno di noi cosa gli riservi il destino? No certamente. Guglielmo si imbrillantina i folti capelli neri, e svicola in camp o ai difensori, velocissimo, frustante, con il suo dribbling secco in corsa, con le sue impensabili acrobazie coglie al volo le traiettorie dei palloni più difficili, segnando bellissimi goal. Ma è bello che nell’animo del collega anziano lasci subito l’impronta di uno stile originale, i sarcasmi e le risatine del giovane Gabetto non saranno mai dimenticati da Rava.
Incredibile ma vero che la Juventus se ne priverà presto, illudendosi di averne già spremuto tutti gli estri. Gabetto passerà nel Torino nell’estate del 1941, giorni di guerra, e vi inizierà una seconda più fulgente carriera, prima di quel botto mostruoso confermando tutte le doti di estro e di tecnica con altri 120 goal che, aggiunti ai 103 juventini lo tramanderanno tra gli attaccanti di più vivida classe di tutto il nostro calcio. Una classe fatta di coraggio e dedizione professionale.

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