domenica 7 marzo 2021

Giancarlo ALESSANDRELLI


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1974
Ci sono ruoli che sembrano fatti apposta per persone strambe. Strambo non significa incosciente, per carità: ma certo il portiere non è, non può essere proprio come gli altri. Combi, per esempio, era diversissimo: in campo come nella vita. Lo stile del portierissimo del quinquennio non era lo stile di Orsi, di Monti, neppure degli amiconi Rosetta e Caligaris. Era eleganza unita a imperturbabilità, con un pizzico di irrazionalità.
Non parliamo, poi, del primo grande portiere del dopoguerra, Sentimenti quarto detto Cochi: qui il ricordo è più recente, soccorre una ricca aneddotica, anche il supporter ricorda certi particolari illuminanti in proposito. Ecco, Sentimenti era forse l’esempio più classico del portiere come «tipo» a parte: carattere specialissimo, agilità felina, riflessi prontissimi, con il pizzico di stramberia rappresentato nella fattispecie dalla vocazione rigoristica e dalle divagazioni all’ala.
A questo punto, se il lettore non si sarà ancora stufato, introduciamo finalmente il discorso-Alessandrelli. E lo introduciamo per contestare la regola di cui sopra: Giancarlo, infatti, che torna alla Juve dopo due anni di «prestito», è incredibilmente, straordinariamente, eccezionalmente un calciatore normale, pur essendo incontestabilmente un portiere. E un ottimo portiere, anche. La scoperta è piacevole, non c’è che dire: e prelude forse a epoche nuove, di razionalità assoluta nel gioco del pallone. Alessandrelli, detto Alex, ha ventidue anni. Alla Juve, dove ha fatto ritorno dopo due ottime stagioni alla Ternana e all’Arezzo, ha davanti a sé un certo Dino Zoff, che notoriamente concede assai poco ai suoi «secondi». Ma di questo, Alex non si preoccupa minimamente. «Sono contento – dice – perché Dino è uno dei più grandi portieri del mondo, e da lui posso imparare molto».
Ecco, abbiamo anche trovato il modo di iniziare la chiacchierata con il giovanotto.
Alessandrelli è nato a Senigallia, provincia di Ancona, il 4 marzo ‘52, ma è praticamente romano, essendosi trasferito nella capitale alla tenera età di un anno. E allora, come viene fuori questa storia della Juve? Fatalità, predestinazione o cos’altro?
«Una fortunata coincidenza: a 12 anni giocavo già portiere, e nell’Ostiense mi feci le ossa. Presidente di quella società era a quei tempi Anzalone, attuale presidente della Roma e già allora consigliere della società giallorossa. Fu lui, nel ‘67-‘68, a lasciarmi andare alla Juve, che con altre società si era fatta avanti per acquistarmi. Perciò, gli devo riconoscenza».
Da allora, Alex ha compiuto la lunga trafila delle «minori» con gli «allievi», poi «juniores», e nel ‘71-‘72 campione d’Italia con la squadra «Primavera» e contemporaneamente terzo portiere della prima squadra. È un anno importante, questo, per Alessandrelli. Tra l’altro, due splendide partite di finale «Primavera» con la Roma lo additano ai tifosi come portiere d’avvenire. Veramente, anche la stagione ‘70-‘71 era stata nel finale prodiga di soddisfazioni, per il giovanotto. Il Trofeo «Picchi», alle porte dell’estate, con l’apparizione in prima squadra: ma lasciamo l’interessato a ricordare.
«Fu una cosa magnifica: nel giugno ‘71, a 19 anni, mi trovai di colpo proiettato in prima squadra! E come se non bastasse, di fronte al pubblico romano, all’Olimpico gremito di folla. Ricordo che fui molto incitato, in quella partita che vincemmo contro il Cagliari per 2-1. Un ricordo magnifico, una delle soddisfazioni più grandi della mia vita. Certo, anche l’anno dopo le cose andarono piuttosto bene: tra l’altro, ancora a Roma, feci un’ottima partita con la "Primavera”. E poi, entrai più direttamente a contatto con l’ambiente della prima squadra, in un campionato prodigo di soddisfazioni».
Le avventure di Alex cambiano per un po’ sfondo e contorni: il ‘72-‘73 è l’anno del primo prestito, delle prime grosse opportunità. A Terni, città inedita per la serie A, dove Viciani predica il gioco corto che ha portato la promozione, Alessandrelli viene buttato nella mischia.
«È stato un anno piuttosto importante per me, quello di Terni: l’anno del salto in serie A, senza particolare esperienza mia. Un salto, forse, un po’ troppo brusco. Tante cose, alla lunga, mi impedirono di rendere al meglio. Tra l’altro, ero militare Ma anche il pubblico non mi aiutò molto, criticandomi parecchio a ogni errore. Fu l’inizio di stagione a riservarmi le massime soddisfazioni: a Cagliari, in Coppa Italia, giocai assai bene, e alla fine Fabbri e Maraschi vennero negli spogliatoi a congratularsi con me».
Sono attimi di gioia, la realtà non è sempre allegra; anche Geromel e Tancredi, gli altri portieri, soffrono un ambiente parecchio esigente, che non si rassegna a una squadra partita bene e finita nei meandri della retrocessione. Comunque, a Terni, Alessandrelli stabilisce un piccolo record, esordendo in serie A a 20 anni. Chi in tempi recenti è stato capace di fare altrettanto? Nessuno, probabilmente. La leggenda di Combi tremendo già da ragazzino è lontana, e proprio perché leggenda non fa testo. Nel malumore di una stagione forse non come era nelle aspettative, Alex trova in questo un sufficiente motivo di conforto. 
Dai malumori di Terni al campionato-rilancio in quel di Arezzo, il passo è breve. Il ‘73-‘74 di Alessandrelli è anno da 32 presenze in campionato, e c’è pure una manciata di gettoni in Coppa Italia: un anno, dunque, di grosse opportunità.
«L’inizio, per la verità, è stato un po’ incerto, titubante direi quasi. Il momento più bello per me è venuto dopo le prime partite: a parte qualche infortunio che mi ha tenuto lontano dal campo nel finale, non ho più praticamente abbandonato il posto di titolare».
Un anno da titolare in serie B impone dovute considerazioni di ordine tecnico: Alex accumula prestazioni di ottimo livello, e i giudizi sul suo conto sono largamente positivi. ì questo spilungone ha quanto si domanda a un portiere per essere grande: l’inesperienza che a Terni era costata svarioni facilmente eliminabili e la scarsa considerazione del pubblico più intransigente lascia pian piano il campo; la salvezza dell’Arezzo passa anche attraverso i voli domenicali di questo portiere giovinetto.
«La mia gioia è stata doppia: per le mie prestazioni positive nell’arco di un intero campionato, e per l’ambiente in cui mi sono trovato immerso. Una città simpatica, Arezzo, con tifosi cordiali. Non avrei potuto desiderare un’esperienza migliore».
Un anno di A in sordina, ricordi di gioventù o quasi; e poi, un campionato di grande lancio in B. È raro poter vantare un’esperienza così varia ad appena 22 anni. Quali le differenze? La serie A è davvero un altro pianeta, o è questione di gusti, di adattamento?
 «Ci sono differenze profonde tra la A e la B, cose che anche un portiere può facilmente toccare con mano. In B è più facile, anche se ti rendono comunque la vita dura, specie su certi campi esterni col pubblico che urla e schiamazza senza tregua. Però, c’è più spontaneità, il gioco è più istintivo, la botta arriva più o meno dove te l’aspetti, magari c’è più lavoro ma è anche più agevole svolgerlo bene. In A la musica è diversa, anche se mi rendo conto che il mio giudizio si rifà a un’esperienza relativamente lontana, cui mi ero presentato praticamente senza un adeguato collaudo dal vivo. In serie A, voglio dire, ci si trova davanti ad autentici marpioni, che magari ti fanno arrivare pochi palloni a partita, ma quei pochi precisi, talvolta diabolici, carichi di effetto».
E siamo al dunque: Alessandrelli è al via del ‘74-‘75 di nuovo nei ranghi juventini. Un ritorno sperato, con la speranza di rimanerci. Si può chiudere con i ricordi, e affrontare al presente il personaggio.
– Come ti definiresti, rispetto ai colleghi di ruolo?
«Non so, non mi sono mai posto il problema. Credo di non somigliare a nessuno in particolare, questo sì. Forse dipende anche dal fatto che a 10-11 anni, quando i ragazzini col calcio nel sangue già sognano di diventare Rivera o Riva o chissò io, il sottoscritto non cercava di emulare nessun portiere, visto che il mio ruolo preferito era inizialmente di ala destra o centravanti. Come capii che avevo attitudini per stare tra i pali, essendo juventino, mi misi a studiare l’allora portiere bianconero, Roberto Anzolin, di cui ho ammirato (e ammiro, visto che mi risulta giochi ancora) lo stile perfetto».
– E Zoff?
«Dino è il più forte di tutti, l’ho già detto. Naturale che adesso mi ispiri soprattutto a lui».
– Parliamo del tuo carattere.
«Mi definirei un tranquillo ottimista, ecco. Non sono per niente superstizioso, ora, ma confesso che all’inizio della carriera avevo anch’io qualche «pallino» in materia di scaramanzia. In particolare, ero convinto che soltanto portando i calzettoni bianchi avrei potuto rendere al meglio. Adesso mi è passata anche questa piccola mania. Sono anche e soprattutto un romantico, e nella musica, specie nei brani lenti, trovo una grande occasione di relax».
– Scontata, a questo punto, la domanda sugli hobbies.
«Niente di particolare; accennavo prima alla musica: prediligo un po’ tutto il genere moderno, dal pop al folk. In particolare mi piacciono il “sound of Philadelphia” e il «Country» inglese, tipo John Mayall. Vado al cinema come tutti, con una preferenza per i films polizieschi. Piuttosto, d’estate adoro la pesca subacquea, cui mi dedico dalle mie parti, in tanti posti vicino a Roma. Al Circeo, per esempio, scendo sovente in apnea col fucile: è una sensazione favolosa. Ultimo hobby, le automobili potenti: un hobby veramente un po’ in declino, per via dell’austerity. Diciamo che prima mi attraevano di più».
– Hai gusti difficili?
«Non direi; forse, però, con un’eccezione. Amo moltissimo la buona cucina, e siccome mio padre è un ottimo cuoco, mi definisco una buona forchetta. È però sottinteso che posso concedermi i piaceri della tavola per ben poco tempo, durante l’estate, visto che d’inverno siamo tutti sottoposti ai rigidi menù da calciatori».
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Boniperti ha fiducia in lui. «È un giovane fondamentale e qui farà tantissima strada. Ci penserà Zoff a dargli anche tanti e preziosi consigli», dichiara il presidente. Le opportunità che si presentano a Giancarlo non sono molte, qualche partita di Coppa Italia con i giovani della Primavera, quando Dino Zoff e compagni sono impegnati con la Nazionale per la tournée del Bicentenario dell’Indipendenza americana a fine maggio ‘76 oppure in Argentina per i Mondiali.
L’esordio in bianconero, con la maglietta grigia e il numero 12 sulle spalle, gli si presenta all’ultima giornata del campionato ‘78-‘79: Juventus-Avellino. Il primo tempo finisce a reti inviolate, grazie anche al giovane portiere irpino Piotti, che salva il risultato in più di un’occasione. Passano dieci minuti dall’inizio della ripresa e Bettega sblocca la partita; passa un minuto e, su un’azione di contropiede, Verza realizza il raddoppio con un preciso tiro a fil di palo. Il Trap, a questo punto, pensa di mandare in campo Alex; durante l’arco del campionato ha fatto esordire ragazzi fondamentali e che percorreranno molta strada nella Serie A: Fanna, Brio e lo stesso Verza, quindi pensa di dare un po’ di gloria anche ad Alessandrelli. 
Dopo tantissime giornate, passate in panchina in compagnia dei radiocronisti Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri e Sandro Ciotti e l’inseparabile tuta blu, Alex ha la sua grande occasione.
«Al Comunale si è consumato anche un piccolo dramma per Giancarlo Alessandrelli – scrive Bruno Bernardi su “Stampasera” – al quale Trapattoni, d’accordo con Zoff, aveva concesso, quando il risultato sembrava acquisito, di effettuare un parziale debutto nella Juventus in campionato dopo quattro anni di panchina, intervallati da qualche esibizione in Coppa Italia o in amichevole. La Juventus, dopo il cambio, ha siglato il 3° gol e per Alessandrelli sembrava un pomeriggio tranquillo senza emozioni. Viceversa De Ponti, sfruttando due difettose respinte di Alessandrelli su insidiose punizioni di Tosetto, ha caligato il ventisettenne portiere che, sul terzo punto di Massa (in sospetto fuorigioco), è apparso frastornato. Infierire su Alessandrelli, dopo questi sfortunati 26 minuti, sarebbe ingiusto: l’essere rimasto così a lungo all’ombra di Zoff ha indubbiamente appannato i suoi riflessi. Al suo “vice”, l’indistruttibile Dino lascia poco spazio e, di conseguenza, non è facile tenersi pronti e in forma alla chiamata».
«Avevo paura come un ragazzino della Primavera – racconta a caldo negli spogliatoi con le lacrime agli occhi – dopo il primo gol non ragionavo più, ero confuso, io che avevo sempre sognato quel momento».
Non avrà più nessuna occasione, quella stessa estate sarà ceduto all’Atalanta, in cambio di Luciano Bodini.



http://www.youtube.com/watch?v=eHQZ7cxwmQ8
http://www.youtube.com/watch?v=RQwpHUOAm7Q



4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ricordo le maledizioni che gli mandai quando la radio annunciò il 3-3 !
Col senno di poi, mi fa tenerezza perchè quell'esperienza lo distrusse psicologicamente e la Juve lo spedì all'Atalanta

Anonimo ha detto...

C'è un piccolo errore! Nella stagione in cui Alessandrelli giocò a Terni,1972-73,i suoi colleghi portieri erano l’ex Juventus Roberto Tancredi e Gianfranco Geromel. E non,come è scritto sull’articolo,Aldo Nardin. Che fu il portiere della Ternana in A nel 1974-75

Stefano ha detto...

Correzione effettuata. Grazie mille per la tua collaborazione.

Attila ha detto...

Si è rifatto con gli interessi una volta appesi gli scarpini al chiodo.

https://www.ondazzurra.com/sport/calcio/alessandrelli-leterno-secondo-di-zoff/