lunedì 12 luglio 2021

Christian VIERI


«Un giorno Moggi mi chiama a rapporto: entro nel suo ufficio e trovo il mio procuratore e Bettega. Il Direttore, con i suoi modi tranquilli e gli occhi semichiusi, dice che è pronto ad aumentarmi l’ingaggio, ma che non può andare oltre i due miliardi di lire a stagione. L’Atletico Madrid offre tre miliardi e mezzo. “Si va in Spagna”, dico. E la riunione finisce all’istante. Lo ammetto, decisi guardando solo il portafogli. Potendo tornare indietro, sarei rimasto».
Figlio d’arte, nasce a Bologna ma cresce in Australia. Per qualche anno si limita a correre dietro ai canguri, poi papà Vieri riporta la famiglia in Italia e, nel 1989, Bobo inizia a correre con i ragazzi del Prato. Nel 1990 è notato dagli osservatori del Torino che, per 100 milioni di lire, lo portano al Filadelfia. La prima stagione gioca con la Primavera; la seconda debutta in Serie A. Entra nel grande calcio il 15 dicembre 1991 in Torino-Fiorentina, disputa 6 partite (1 goal) e inizia il campionato 1992-93 con una presenza. In novembre è ceduto in prestito al Pisa e nel 1993 passa al Ravenna, sempre con la formula del prestito.
Rientra al Torino nel 1994. I tecnici hanno molti dubbi; Vieri non convince: «È un attaccante grosso come un armadio ma con una tecnica individuale insufficiente», dicono. Presidente è Gian Marco Calleri che, dopo aver venduto la Lazio a Cagnotti, sta tentando un nuovo business, con il Torino. Calleri, che è ancor meno convinto dei tecnici, decide di vendere Vieri.
L’unico che intravede il campione è Rosario Rampanti, un allenatore che, in fatto di giovani, non sbaglia quasi mai. «Calleri aveva già preso accordi con il Venezia – racconta Rampanti – gli suggerii un trasferimento in comproprietà. Dissi al presidente che Christian stava crescendo sul piano tecnico e che dovevamo solo aspettare. Lui mi rispose che l’offerta del Venezia era buona. Così decise di incassare 600 milioni più la metà di Petrachi».
In Serie B, con il Venezia, Bobo mette a segno 11 goal e il prezzo sale a tre miliardi, che l’Atalanta paga per avere, nel 1995, 7 goal firmati dall’ex ragazzo del Torino. La quotazione sale ancora. Nel 1996 la Juventus sborsa 9 miliardi per mettere il centravanti dell’Atalanta a disposizione di Lippi.
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Christian Vieri, basta la parola – si legge su “Hurrà Juventus” dell’agosto 1996 –. Nel senso che il talento in famiglia non è certo un optional. Se papà Bob è stato “genio e sregolatezza” di una Juve che faceva innamorare, il fratello più piccolo, Max, è già uno dei nomi importanti del campionato Primavera. In mezzo alle due generazioni c’è Christian, timido e umile quanto basta, convinto al cento per cento delle proprie possibilità. Se poi la fortuna e la classe lo sosterranno, un posto nell’attacco bianconero non è certo un’illusione.
– Che effetto ti fa essere alla Juve?
«Cosa devo dirvi… è un sogno che si realizza per tutti: per me, per mio padre, per tutte le persone che hanno creduto in me. Se poi potrò dimostrare in campo le mie qualità, beh questo è un compito che spetta all’allenatore. Io sono tranquillo, sono qui solo per imparare».
– Eppure potresti guidare il tridente bianconero…
«Non ci penso. Io posso garantire che mi impegnerò al massimo, darò tutto per dimostrare il mio valore. Ho intenzione di mettermi in mostra. Ma sarà comunque Mister Lippi a decidere mentre io non posso certo pretendere nulla. Sono l’ultimo arrivato».
– La Juventus ha puntato sui giovani durante la campagna acquisti.
«La società ha seguito un preciso programma, non ha improvvisato. Significa che questa Juve non si è indebolita. È una squadra più giovane di prima e non credo che si tratti di un difetto. Anche perché sono comunque rimasti alcuni giocatori d’esperienza in ruoli chiave. Inoltre l’organico è completo in ogni reparto; siamo pronti per giocare le nostre chance in tutte le competizioni in cui saremo impegnati, dallo scudetto alla Champions League, alla Coppa Intercontinentale».
– Potresti giocare al fianco di Boksic. Ti piace l’idea?
«Certo, Alen è un campione vero. Impressionante la facilità con cui riesce a inserirsi nelle difese avversarie. È uno che quando parte difficilmente riesci a fermarlo».
– A garantire l’assistenza all’attacco ci sarà Zidane.
«Se lo ha preso la Juve significa che è un giocatore di classe. Il suo ruolo è fondamentale per la squadra e so che si tratta di un regista capace di dettare l’ultimo passaggio. Agli Europei, ha lasciato intravedere solo una parte di quello che sa fare, ma ci stupirà».
– Montero, uno che conosci bene.
«Sì, e posso garantire che si tratta di un difensore di assoluta affidabilità. Lo dico perché noto che se ne parla poco, forse perché in pochi lo conoscono bene. Meglio così, stupirà tutti. È uno dei difensori più forti del mondo e la Juve per lui rappresenta il giusto premio di una carriera che adesso comincerà a regalargli i primi risultati».
– Hai rinunciato alle Olimpiadi. Tutto per il bene della Juve?
«Sì, sto seguendo i consigli dei medici bianconeri e anche se mi spiace non partecipare al torneo di Atlanta, so che questo servirà per essere al meglio al momento del debutto nella Juve».
– Proprio in bianconero incontrerai alcuni compagni dell’Under 21.
«Già: Tacchinardi, Del Piero, Ametrano e Amoruso. Insieme abbiamo già vinto tanto in azzurro. Perché non continuare?».
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Fra i due nascono subito problemi; Lippi e Vieri sono i protagonisti di uno scontro durissimo che la società mette a tacere, grazie ai buoni rapporti di Moggi con la stampa.
«È stato un incontro di boxe – dice ridendo – ci siamo presi un po’, durante l’anno. C’è stato uno scambio di opinioni abbastanza forte. Durante un Juventus-Atalanta, io ero entrato al 40’ e, dopo cinque minuti, finì il primo tempo. Lui mi disse qualcosa negli spogliatoi ed io gli risposi. Furono bravi i miei compagni a separarci. Forse, è stata quella la scintilla che ci ha fatto conoscere. Siamo entrambi toscani e ci piace dire le cose in faccia. Quella sera, Peruzzi mi chiamò per andare fuori a cena e mi portò nel ristorante, dove c’era anche Lippi. Andai a chiedergli scusa, abbiamo parlato un po’. Poi ho fatto tribuna per le tre o quattro partite che seguirono. Dopo mi fece giocare una partita a Milano contro l’Inter, quella successiva contro la Roma, entrambe in coppia con Amoruso e, da quel momento, non sono più uscito di squadra».
Bobo segna solo 8 goal, ma dimostra di essere l’uomo adatto per far saltare in aria le difese. È il giocatore che serve a Cesare Maldini che, il 29 marzo 1997, lo fa esordire in Nazionale contro la Moldavia a Trieste. Gioca accanto a Zola e davanti a Di Matteo che militano nel Chelsea. L’Italia va in goal con Maldini, raddoppia Zola e proprio Bobo, al 50° minuto, fissa il risultato sul 3-0. Esce al 68’ per far posto a Padovano, suo compagno di squadra alla Juventus.
Maldini è convinto che la Nazionale abbia trovato l’erede di Gigi Riva; l’avvocato Agnelli è addirittura entusiasta e si raccomanda a Moggi, perché il giocatore prosegua la carriera in maglia bianconera. Il “Signor Fiat”, sorridente, davanti alle telecamere della Rai annuncia: «Ho parlato con Moggi. Christian Vieri rimane con noi».
Il giorno dopo, invece, Moggi, d’accordo con Giraudo e Bettega, lo spedisce all’Atletico Madrid per 34 miliardi. È un affare che porta un utile secco di 15 miliardi. L’Avvocato tace; non gradisce, ma tace. I miliardi hanno sempre un certo fascino.

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