sabato 7 maggio 2016

Davide CHIUMIENTO

Trenta minuti contro l’Ancona in campionato e venti contro Deportivo La Coruña è tutto quello che riesce ad ottenere il giovinotto italo-svizzero, nella Juventus dei grandi edizione 2003-04. Poi il trasferimento a Siena e il ritorno in patria. «La storia di Davide Chiumiento mi ha colpito ancora di più – scrive Gianni Gardon su blog.guerinsportivo.it – avendolo seguito sin dai suoi primi passi bianconeri, quando in realtà era ancora un timido (ma formidabile dal punto di vista puramente tecnico) trequartista, simil Del Piero. Facente parte della colonia svizzera che agli albori del 2000 rappresentava bene la Primavera della Juventus, divenne nel giro di un paio di stagioni il vero uomo-più a livello giovanile, non solo considerando il vivaio bianconero, ma pure rapportandosi all’intero panorama nazionale. Già decisivo, pur partendo dalla panchina (e sostituendo un altro grandissimo talento juventino che non ha fatto la carriera che gli si auspicava: Luca Scicchitano), in una finale del Viareggio, con un goal in Zona Cesarini che fece vincere la Coppa Carnevale alla sua squadra, l’anno successivo fece addirittura meglio, rivelandosi completamente e vincendo quasi da solo l’intera manifestazione, oltre che facendo volare i compagni in campionato.
Una squadra, ricordiamolo, che poteva contare su Mirante, Gastaldello, Konko, Budjanskij (lanciatissimo all’epoca pure in orbita Prima Squadra), Paro e alcune clamorose meteore come ad esempio il bomber colored Benjamin. Ma, come detto, lui era il migliore, capace di gesti tecnici che davvero in Casa Juve non si vedevano dai tempi di Pinturicchio. Chiumiento, oramai prossimo a un esordio acclamato da tutta la critica specializzata, si guadagna, caso più unico che raro, una prima pagina sul quotidiano “Tuttosport” e nel giro di pochi giorni realizza il doppio colpo: esordire in Serie A, così come in Europa, in Champions League contro il Deportivo La Coruña. È nata una stella? Lo credono in tanti, anche alla casa madre torinese, se è vero che la prima vera esperienza che fanno fare al loro golden-boy è in una squadra di media levatura della massima serie: il Siena. Davide, svizzero come detto ma con evidenti radici italiane (irpine per l’esattezza) non sfigura ma raramente sta al passo con i più navigati compagni, apparendo al più come ancora acerbo e poco strutturato fisicamente. Segnerà solamente una rete, quella che è l’unica in tabellino in Serie A, in quattordici presenze».



MAURIZIO TERNAVASIO, “HURRÀ JUVENTUS” GENNAIO 2004
È stato l’autore della rete che ha consentito ai bianconeri di aggiudicarsi l’ultima edizione del Torneo di Viareggio, battendo in finale i cechi dello Slavia Praga. Davide Chiumiento detto Dedè, un soprannome che fa tanto brasiliano com’è nello stile del giocatore, un imprendibile furetto dai raffinatissimi mezzi tecnici, è nato nel novembre 1984 nella Svizzera tedesca da genitori italiani. «Mio padre è di Benevento, e vive a Heiden da quando ha quindici anni: qui ha conosciuto mia madre, di origini catanesi».
Ciò gli ha consentito di venire convocato nella Nazionale Under 21 rossocrociata, con cui ha giocato, a neppure diciannove anni, due spezzoni nelle qualificazioni degli Europei. «Ho la doppia nazionalità, il mio sogno è quello di scendere in campo, un giorno, con la Nazionale italiana. E non ho perso tutte le speranze grazie alla nuova regola che consente, dopo i ventuno anni, di indossare anche l’altra casacca».
In precedenza, se non andiamo errati, non sei mai stato chiamato nelle rappresentative svizzere minori. «È stata una mia precisa scelta: quando vigevano ancora i vecchi regolamenti, non me la sentivo di compromettere per sempre la possibilità di vestire la maglia azzurra. Allora ho preferito declinare la convocazione».
Eppure Dedè, prima di compiere i quindici anni, non aveva mai vissuto in Italia. «Ho iniziato a giocare a cinque anni nella squadra del paese in cui sono nato, a otto sono passato nel settore giovanile del San Gallo, società che disputa il campionato di Serie A svizzera, dove sono arrivato sino alla formazione Under 14, all’epoca in cui frequentavo la terza media».
Poi è iniziato il corteggiamento della Vecchia Signora, che aveva posato gli occhi su uno dei più promettenti talenti del piccolo stato al di là delle Alpi. «In concomitanza con la prima superiore, ho sottoscritto un accordo di cinque anni con la società bianconera, e mi sono trasferito da solo a Torino. Il primo anno ho vissuto nel pensionato di Corso San Maurizio, poi mi sono spostato nell’hotel, dalle parti del vecchio stadio che ospita molti ragazzi del vivaio, quindi ho diviso per una stagione un appartamento con Clemente. Da questa stagione vivo in perfetta solitudine in una bella mansarda di Via Tunisi».
La scuola, intanto, è in stand-by. «Dopo la terza superiore mi sono un po’ arenato. Anzi, a dire il vero non ho più avuto voglia di studiare, concentrato com’ero sul calcio. Devo poi ammettere di avere qualche difficoltà con l’italiano scritto, mentre non ho alcun problema a parlarlo correttamente. Con mia madre ho sempre dialogato in tedesco, per di più me la cavo discretamente bene anche con il francese e mastico un po’ di inglese. Ciò però non è sufficiente: prima o poi voglio a tutti i costi arrivare almeno al diploma».
Al pallone, invece, Dedè da tempo dà del tu. Tra loro non ci sono mai stati problemi di comprensione. «A sei anni avevo già il tarlo del palleggio, non c’era volta in cui uscissi da casa senza il pallone sottobraccio. Non me ne separavo mai, neanche quando andavo a dormire».
E i risultati gli hanno dato ragione. Davide è un’artista del pallone, uno di quei giocolieri che con la sfera di cuoio sanno fare cose incredibili, alla pari di un certo Diego Armando Maradona: palleggi impossibili, virtuosismi in serie, colpi di tacco e tocchetti assortiti, finte, veroniche, magie di ogni tipo. Quello che si dice un giocatore dalle qualità tecniche innate. «All’inizio della mia avventura italiana tendevo un po’ a strafare, cercando sempre il numero a effetto. Ora invece so quando tentare la giocata di fino e quando badare al sodo con giocate di prima intenzione. Anche se le mie caratteristiche sono pur sempre quelle di chi ama avere il pallone tra i piedi».
Al suo secondo campionato con la Primavera, dopo un fastidioso infortunio che ne ha condizionato la prima parte della stagione, Dedè, che sì trova a suo agio sia come attaccante, sia come mezzapunta, sta confermando tutte le attese. «Devo dare il massimo, l’anno prossimo quasi certamente andrò in prestito a qualche società legata alla Juve, visti i limiti di età della categoria Primavera. Per questo vorrei lasciare un altro segno dopo quello del Viareggio dello scorso anno. Anzi, mi piacerebbe che la squadra, con il mio aiuto, vincesse tutto quello che c’è da vincere».
Anche perché non sono molte le situazioni che io possano distrarre dagli obiettivi che gli competono. «Con la Prima Squadra non ho mai disputato neppure qualche amichevole: nelle tre o quattro occasioni in cui potevo servire a Lippi, ero stato convocato nell’Under 21 svizzera. Non sono al momento fidanzato, e alla sera in genere me ne sto tranquillo a casa, oppure esco a mangiare una pizza con gli inseparabili Clemente e Fumasoli, svizzeri come me. Poi mi piace dormire e fare il casalingo. I balli sudamericani? Sono un fanatico, mi piacciono da morire, ma mi limito a praticarli quando torno in Svizzera».
Il che capita mediamente un paio di volte al mese. «Anche se Heiden è a quasi cinque ore di auto da Torino, quando posso ci vado sempre volentieri. Sono molto attaccato alla famiglia, specie a mio fratello che ha due anni più di me».
Laggiù, Davide si ritempra, caricandosi a dovere. Il futuro del calcio che conta è dietro l’angolo. A questo punto basta crederci e stringere i denti. Il resto verrà da solo. Specie se si hanno i mezzi tecnici dì cui dispone.

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