sabato 18 febbraio 2017

Roberto BAGGIO

Giovane talento nato in provincia di Vicenza – scrive Renato Tavella nel suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – e passato a deliziare il palato, sempre esigente, dei tifosi della Fiorentina. La vicenda che lo conduce alla Juventus trattiene tutti gli ingredienti dei “gialli” d’autore. La piazza fiorentina che scende in protesta per conservare il suo “gioiello”. Quella bianconera che vede nell’astro emergente la possibilità di rimettere sul gradino più alto la squadra del cuore. Le schermaglie fra le due dirigenze; le voci continuamente smentite, messe in circolazione dai giornali, che vanno a nozze quando si creano situazioni tanto viscerali. Poi il personaggio, il protagonista. Baggio è un ragazzo sensibile, dice che il cuore conta e anche davanti al danaro sa far valere le sue ragioni. Firenze è una città che ama, la squadra gli piace, l’ambiente lo carica. Alla Juventus, che sarà? La vicenda avvince, si scrivono fiumi di parole. In verità, la bravura del giocatore giustifica tanto trambusto. Ha talento. Gioca con fantasia, è ambidestro, segna e fa segnare i compagni. Il carattere è un po’ ombroso, ma l’uomo deve ancora crescere e farsi.
Con queste premesse comincia l’avventura juventina di Baggio, che durerà cinque anni. Con i colori bianconeri vince uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Sarà inoltre premiato con il Pallone d’Oro nel 1993 e col premio FIFA World Player nel 1994. Ma non riuscirà mai a entrare nel cuore dei dirigenti bianconeri (celebre è rimasto l’appellativo di Coniglio Bagnato, coniato dall’Avvocato) e nemmeno in quello dei tifosi, che non gli perdonano il togliersi la sciarpa bianconera durante la sua presentazione alla stampa. «Mi ricordo ancora la scena – racconta Antonio Caliendo – quando Baggio passò dalla Fiorentina alla Juventus, in conferenza stampa, davanti ai giornalisti gli misero al collo la sciarpa bianconera e lui la gettò via. Fu un gesto imbarazzante. Io dissi che il ragazzo andava compreso: era come se avessero strappato un figlio alla madre. Ammetto che, quella volta, rimasi molto colpito anch'io».
«Non avevo nulla contro i bianconeri – dirà anni dopo Baggio – è che volevo restare a Firenze. E poi la società fece un gioco non bello. Mi vendette senza dirlo. Io dicevo ai tifosi che non sarei andato via e un bel giorno scoprii che, tenendomi all’oscuro di tutto, mi avevano ceduto. Si faceva così, allora. Poi si dava la colpa ai giocatori che volevano andar via per soldi. Balle, almeno nel mio caso. Io volevo restare per gratitudine per la gente di Firenze. Per i primi due anni non ho giocato. Mi hanno aspettato e voluto bene. Come fai a dimenticarli?»
La goccia che fa traboccare il vaso avviene il 6 aprile 1991, quando ritorna per la prima volta a Firenze con la maglia della Juventus. Baggio gioca male e si rifiuta di tirare il rigore che potrebbe dare il pareggio alla squadra bianconera; sostituito dopo un’ora, uscendo dal campo raccoglie una sciarpa viola lanciata da una ragazza dei distinti. Il boato di gioia della gente di Firenze è pari soltanto all’uragano di fischi dei tifosi bianconeri.
Qualità tecniche superlative, nessuno può metterlo in dubbio, da fuoriclasse assoluto ma che, onestamente, non lo è stato per limiti fisici e caratteriali. La vittoria al Mondiale americano gli avrebbe insegnato a vincere, invece, quel rigore sbagliato lo consacrò definitivamente come Coniglio Bagnato. L’infortunio dell’anno dopo, che gli fa saltare praticamente tutto il girone d’andata, e l’esplosione di Del Piero, lo relegano di nuovo al ruolo di ciliegina sulla torta, come accadrà in seguito al Milan.
Il palmarès è troppo esiguo per includerlo nell’Olimpo e, a ben vedere, in nessuno dei due scudetti fu veramente decisivo, anche se non solo per colpa sua. Pochi, infatti, ricordano che, per lunghi anni, è stato l’oggetto delle polemiche di chi lo considerava un raccomandato, sull’altare del quale veniva sacrificato Zola. Poi, piano piano, è diventato l’idolo del circo televisivo, per assurgere a vittima di Del Piero; la bellezza del nostro sistema giornalistico.
Con la Juventus, oggettivamente, ha fatto il massimo; aveva contro un Milan inavvicinabile e, quel poco che ha vinto (tranne lo scudetto), lo ha fatto da protagonista quasi assoluto (la Coppa Uefa la vinse da solo, finale a parte). Unico lo è stato sicuramente per la capacità di dividere l’opinione pubblica. Gli ultimi anni era diventato insopportabile per l’aura di santità che circondava qualsiasi cosa dicesse o facesse. A suo favore, il fatto che lasciato il calcio sia sparito, senza lucrare sulla sua popolarità immensa. Davvero un personaggio controverso che, però, ci ha lasciato almeno una trentina di goal indimenticabili.


COSÌ LO RACCONTA CAMINITI, NEL 1991
La vita è alimentata anche da pregiudizi, che guastano la natura degli uomini. In Italia a qualsiasi livello di occupazione e di ruolo, essi si materializzano in etichette, il calcio non può fare eccezione, pochi campioni sfuggono a catalogazioni preconcette. Che si diceva di Roberto Baggio di Caldogno in quel di Vicenza, prima che si trasferisse definitivamente a Torino? Si diceva per l’appunto che era il classico mezzo fuoriclasse, il giocatore virtuoso del pezzo d’autore, “breviter” il campione degli scampoli. Detto più crudamente: la ciliegina sulla torta. Ci vuole la squadra, poi c’è lui. Io penso che questa etichetta ha rappresentato tutto il Baggio fiorentino, delizia impareggiabile di quei tifosi. I cinque anni viola non ne mutarono il destino. Baggio non vinse nulla, ma fece scrivere di tutto. E incantò puntualmente la Juventus, e l’Avvocato, nei confronti diretti. Salvo lui per primo negare anche la più remota possibilità a potersi trasferire un giorno nella società bianconera.
Non dire mai nel calcio che cosa è impossibile. Niente è vietato alla Juventus. Nell’estate 1990, il trasferimento choc fu realtà. La Juventus andò in campionato a miracol mostrare col suo fiore all’occhiello. I ricordi sono nitidi, la stagione non fu esemplare, anche per il giocatore. Nel campionato di Maifredi bianconero, la Juventus finì ingloriosamente settima, furono sorbole, furono polemiche, furono lacrime amare. E Baggio? Non aveva colpe specifiche, aveva come sempre fatto il dover suo, quattordici goal alla pari con quel certo centravanti tutto istinto di Klinsmann, la dicono lunga.
Poi il recupero delle entità irrinunciabili, il ritorno di Boniperti e Trapattoni, e per Baggio l’inizio di una nuova storia. Anzi l’inizio della storia, la Juventus della normalità seconda in campionato cioè di nuovo degna della sua tradizione, superata soltanto dal Milan delle sinergie televisive, e Baggio rapace nel goal (ben diciotto) e soprattutto in grado di smentire certe affermazioni gratuite e per niente simpatiche: altro che ciliegina sulla torta! Questo si deve scrivere, dopo avergli visto giocare alcune inobliabili partite per la “Signora” con un impegno smeraldino, non più solamente il rifinitore impeccabile, il finalizzatore strabiliante, anche il giocatore al servizio degli schemi, rapace nel goal ma anche capace di una spola virtuosa, l’uomo chiave della manovra, il punto di riferimento.
Baggio è cresciuto con la Juventus, e Trapattoni detto Trap ha avuto ben ragione di esultare. Rivedo la sua magica prestazione del Meazza contro l’Inter, sublimata da un goal d’autore che ha consentito ai soliti di vestire le piume del pavone. L’avevano detto o no che soltanto Meazza si poteva comparare all’asso di Caldogno?
Baggio si inserisce tra i più grandi della storia juventina col diritto della classe. Vi sono campioni che superano le mode, che valicano gli oceani, che caratterizzano un’epoca e al contempo sono la naturale e perenne espressione di un gioco, di uno sport, di un’arte.
È il caso di Baggio. La sua finezza interpretativa, il tocco davvero araldico sui calci piazzati che lo accosta a Maradona, il suo dribbling di possesso irresistibile e la sua capacità di goleare da vicino e da lontano con inflessibile lucidità e freddezza, lo pongono allo stesso livello degli assi più straordinari di ogni tempo.
C’era da affezionarsi alla maglia bianconera, bisognava che la magia del gioco di Baggio creasse nuovi incantesimi. La cosa è puntualmente avvenuta. Ora Baggio si collega a Vialli perché la favola prosegua verso nuovi irrinunciabili traguardi. Un asso irripetibile adorna il diadema di nostra signora di Torino, che è la signora di tutti gli sportivi italiani dai cinque ai novanta anni, la squadra che con i suoi assi, da Giacone a Peruzzi, da Goccione a Kohler, da Hirzer a Baggio, unisce gli italiani dal mare alle Alpi.


ADALBERTO SCEMMA, “HURRÀ JUVENTUS” FEBBRAIO 1994
«Macché signor Baggio! Chiamatemi Roberto. Non fatemi sentire il peso di un premio che ho vinto per merito mio, ma anche di altri. Perché io sono sempre io, Baggio è rimasto Baggio. E rimarrà così». Eccolo qui, parola per parola, il primo commento di Roby all’esito della votazione di “France Football”. Un inno all’umiltà persino eccessivo, in un giocatore che proprio la conquista del Pallone d’Oro ha consegnato, non soltanto alla storia, ma addirittura alla leggenda del calcio. Roberto Baggio non ha perso una virgola della semplicità di un tempo, quella semplicità che è diventata (anche sul piano delle connotazioni calcistiche) un’arma supplementare: «Ma sono proprio le cose semplici – puntualizza lui – che ti permettono di divertirti. Da professionista capisci che il divertimento c’è salo quando vinci. L’ultima volta che mi sono divertito è stato la scorsa estate, giocando sulla spiaggia».
Può darsi, ipotizza qualcuno, che l’immagine di calciatore un po’ fuori dalle righe (il codino, l’adesione al buddismo e così via) lo abbia aiutato a imporsi. Proprio vero? Roberto fila in dribbling saltando i se e i ma come birilli. «Quando a vincere erano gli altri mi limitavo a pensare: beati loro. Oggi non lo so proprio. Qualcosa di importante l’ho fatto, se in tanti mi hanno scelto deve esserci una buona ragione. E poi un premio non è mai l’espressione di un giudizio definitivo su un calciatore: sono i risultati che decidono. Se fossi arrivato secondo in Coppa Uefa, se non avessi realizzato cinque goal tra le semifinali e le finali, non parleremmo di queste cose».
L’immagine, insomma, conta ben poco. Roberto Baggio ha il pregio di essere se stesso anche e soprattutto quando porta avanti scelte non tradizionali. I dettami di casa Juve impongono un certo stile di vita e il rispetto di regole non codificate, e tuttavia quasi mai disattese, anche a proposito del look. L’invito di Boniperti a passare dal barbiere, in passato, era accolto alla stregua di un ordine. Di qui quel minimo di difficoltà (soprattutto psicologiche) che Roberto ha già dovuto superare per imporre anche all’interno dell’ambiente juventino la propria personalità. Ma il codino, più che un vezzo narcisistico, è diventato un emblema. Di serenità, però, non di trasgressione. Che cosa rappresenta, per Roberto Baggio, la conquista del Pallone d’Oro? Ogni medaglia ha sempre due facce: «Da un lato il Pallone d’Oro è un meraviglioso compagno di viaggio e di avventura; dall’altro, rappresenta un peso, anche se questa mia valutazione può apparire scontata. Le responsabilità sono aumentate. Ora la gente si aspetta che io giochi sempre al massimo e che dia spettacolo. Il sempre, però, non è possibile. Paura? No di certo. A farmi compagnia c’è sempre il gusto della sfida, la voglia di dimostrare a tutti, anche a me stesso, che sono all’altezza».
Proprio il gusto della sfida, non a caso, ha scandito la prima fase della carriera di Baggio, quando l’infortunio al ginocchio, con la lunghissima assenza dai campi di gioco, aveva lasciato presumere addirittura un addio al calcio. Per riemergere, Roberto si era affidato a un grande professionista come il professore Carlo Vittori, il maestro di Pietro Mennea, nella fase di rieducazione; e poi a se stesso, alla propria straordinaria motivazione: «In effetti, sono uscito da un vero e proprio labirinto di dubbi, di confusione, di perplessità. Allenarsi per due anni da solo è un’esperienza terribile: una volta superato quel trauma, nulla fa più paura. Nei momenti di sconforto mi ha aiutato questa straordinaria voglia di riprovarci, a costo di qualsiasi sacrificio».
È proprio di fronte alle difficoltà che si rafforza il carattere. Roberto è uscito temperato dai sacrifici che ha dovuto affrontare, al punto da affinare anche il proprio bagaglio di calciatore non votato soltanto alla purezza del gesto tecnico: «Molti dicono che cerco maggiormente il contrasto, che lotto con più determinazione rispetto al passato. Forse è soltanto perché mi sento padrone della situazione e rischio cose che una volta neppure mi venivano in mente. Faccio un esempio: mi capita spesso di entrare in scivolata per guadagnare quella frazione di secondo che può essere determinante. Eppure proprio in una situazione di gioco analoga riuscii, da ragazzo, a farmi a pezzi il ginocchio».
Qual è stato il momento più difficile, fatta eccezione per gli anni giovanili, della carriera Baggio? C’è stato un momento, due anni fa, in cui tutto sembrava girare dalla parte sbagliata: «Stavo male e durante la settimana non mi allenavo, ma alla domenica ero costretto ad andare in campo, conciato in quel modo. Alla fine del girone d’andata avevo collezionato due goal soltanto, entrambi su rigore. Quando ci penso ho l’impressione di aver vissuto un incubo. Uscii dal tunnel soltanto grazie al goal segnato in azione contro Malta. Senza quel guizzo, probabilmente non sarei qui a parlare, oggi, del Pallone d’Oro».
Nelle dichiarazioni di Roberto Baggio, prima e dopo il riconoscimento di “France Football”, c’è una costante che innesca la curiosità di approfondire. Ci riferiamo al significato del goal, capace spesso di assumere un’importanza determinante: «I goal sono la chiave del successo, e senza successo nel calcio non sei nessuno. Ci sono giocatori bravissimi, serissimi, fondamentali per l’economia delle loro squadre, che trovano posto, una volta finita la carriera, soltanto in qualche ricordo sbiadito. La gente ti ricorda soprattutto per le reti che hai messo a segno, non per quelle che hai impedito di realizzare, e neppure gli assist, magari stupendi, che sei riuscito a inventare. Io cerco il goal come un fatto naturale. E continuo a pensare che i miei goal in Coppa siano alla base del successo».
Sul nome di Roberto Baggio vincitore del Pallone d’Oro sembravano d’accordo i critici sin dall’autunno scorso, quando proprio da Parigi cominciavano ad arrivare le prime indiscrezioni sull’esito del referendum. E tuttavia Roberto aveva palesato le proprie perplessità. Questione, ovviamente, di scaramanzia: «Anche quando tutti sparavano titoli a nove colonne, io pensavo: Roby, attento, è in arrivo una fregatura. Spesso mi è tornata in mente la notte della finale bis contro il Borussia Dortmund: pioveva a dirotto, ricordate? Beh, anche in quella circostanza ho temuto che saltasse tutto. C’era una vocina dentro me che non stava mai zitta: per una volta che ti capita di vincere rinviano la partita. Le foto con il Pallone d’Oro le ho fatte con la speranza che il grande sogno si avverasse. Si è avverato, grazie al cielo».
Da un lato la speranza di vedere finalmente riconosciuta una leadership indiscussa a livello europeo; dall’altro la possibilità che la bilancia dei voti si mettesse improvvisamente a pendere dalla parte di altre tre eccellenti “B” del calcio: Baresi, Bergkamp e Bokšić. Quale sarebbe stata la reazione di Roberto Baggio? «Al massimo mi sarebbe scappato un “beati loro” del tutto sincero. Non ho mai provato invidia nei confronti di nessuno. E poi il meccanismo del Pallone d’Oro è davvero tutto particolare. Quest’anno ho ricevuto 142 voti, lo scorso anno neppure uno: sono proprio questi eccessi, nel bene o nel male, a farmi accettare con estrema serenità ciò che la vita mi riserva giorno dopo giorno. L’invidia, naturalmente, non la conosco».
Senza le prodezze realizzate in azzurro durante le qualificazioni per i Mondiali americani (incontri di Coppa Uefa a parte), difficilmente Baggio sarebbe arrivato a conquistare il Pallone d’Oro. Anche per questo la riconoscenza nei confronti di Arrigo Sacchi, che gli ha manifestato fiducia in un momento particolarmente delicato della carriera, è esplicita: «Sacchi mi è stato vicino in un periodo nero. Per tre mesi ho giocato con uno stiramento. Non mi riconoscevo più. Poi a Foggia, contro Cipro, c’è stata la partita della svolta. Lì sono uscito dal tunnel».
Undici anni fa il Pallone d’Oro di Paolo Rossi, ora quello di Roberto Baggio. Due fuoriclasse accomunati, oltre che dal colore bianconero, anche dal biancorosso della maglia vicentina. Una scuola calcistica che porta buono sia quando si tratta, come nel caso di Baggio, di insegnare i primi rudimenti, sia quando (ecco il caso di Pablito) si presenta la necessità di un riciclaggio. E proprio la storia del Vicenza è del resto infittita di personaggi capaci di vivere qui una seconda o addirittura una terza giovinezza: basterebbe citare Sormani, oltre al leggendario Vinicio: «A Vicenza – ride Baggio – hanno brevettato una specialità: quella di gonfiare i Palloni d’Oro. Guai a chi ha il coraggio, comunque, di parlare di me e di Paolo Rossi paragonandoci a due palloni gonfiati!»
La milizia nel Vicenza, con il debutto in Serie C a sedici anni appena compiuti, ha permesso a Roberto, che giocava allora senza avvertire il peso delle responsabilità, di esprimersi in punta di fantasia. La stessa fantasia, peraltro, che Roberto ha avuto come compagna nella Fiorentina, durante cinque scoppiettanti stagioni, e che qualcuno sostiene abbia in parte smarrito dopo il passaggio alla Juventus. Ha ragione Sivori, dunque, quando critica la decisione di “France Football” di assegnare a Baggio il massimo riconoscimento? «A Sivori non rispondo, ma devo ammettere che in parte ha ragione. È vero: quando giocavo nella Fiorentina mi esprimevo con maggiore fantasia, ma va tenuto conto che a Firenze potevo permettermi tutto o quasi tutto, la pressione non era massiccia come a Torino. Nella Juventus ogni partita è decisiva, bisogna giocarla con grande raziocinio. La creatività da sola non basta».
Il giudizio maligno di Omar Sivori è stato accolto da Baggio con molta serenità. La giornata di lunedì 27 dicembre, tuttavia, è stata ricca soprattutto di elogi. A chiamare Roberto (la sua casa di Caldogno è stata tempestata di telefonate) hanno provveduto amici, conoscenti ed anche semplici tifosi, entusiasti per l’assegnazione di un premio così prestigioso. Tra le tante chiamate («Tutte gratificanti, non è vero che si tratta di un copione banale»), Roberto ha gradito in particolare quella tradizionalmente mattutina dell’avvocato Agnelli: «Non ci siamo detti nulla di particolare e soprattutto non ci sono stati confronti con Platini. Si è trattato di un dialogo tra due appassionati di calcio. Felici, naturalmente».
Da quando Andreina e Roberto (in attesa del secondogenito) hanno trasferito la base familiare nella villetta di Caldogno appena restaurata, le visite ai parenti e ai vecchi amici si sono naturalmente infittite. In paese non c’è proprio bisogno di dire “chiamatemi Roberto”. Quel nome è familiare, quasi che il “Baggio” fosse un’inutile appendice. C’è il senso delle radici più profonde ma anche, e soprattutto, di una naturalezza nei rapporti umani che Roberto si è poi ritrovato in dote anche nel momento più alto, e più difficile, della carriera: «Sono contenta per lui – ha detto Andreina – perché il Pallone d’Oro ha dato un senso a tanti sacrifici. Ma la cosa che maggiormente ho apprezzato è stata la serenità che Roberto è riuscito a trasmettere un po’ a tutti. E rimasto, insomma, con i piedi per terra. Come era giusto che fosse».
Anche il papà e la mamma di Roberto hanno gioito, ma senza esagerare. A Caldogno è di casa il realismo: «Gioie e dolori vanno vissute in punta di piedi». Ed è un modo molto veneto di filosofar di vita: «In paese – dice mamma Matilde – ricordano Roberto proprio perché aveva sempre il pallone tra i piedi. Correva come un matto. Il calcio per lui è sempre stato come una malattia. Sarebbe stato disposto a sacrificare qualsiasi cosa. Seguiva suo fratello Walter, quando andava al campo ad allenarsi, e non lo mollava più. Il premio che ha vinto ha fatto piacere a tutti anche perché tutti, credo, hanno partecipato, tanti anni fa, alla formazione di quello che oggi viene considerato un campione».
Diego Ceola, uno degli amici più cari di Roberto, ha vissuto con lui, sui banchi di scuola e sui campi di calcio, tutta l’infanzia e l’adolescenza: «L’unico rammarico è che la gloria sportiva ha privato Roberto di tutte le gioie che vivono i ragazzi normali. A quindici anni era già famoso, non ha più potuto evitare i riflettori. Per questo avrei preferito che il Pallone d’Oro fosse andato a Maldini. La difficoltà per Roberto, oggi come oggi, è quella di inventarsi nuovi stimoli».
Sotto questo profilo, invece, ha ben pochi dubbi Giulio Savoini, il responsabile del Settore Giovanile del Vicenza, una leggenda del calcio biancorosso dopo essere stato per numerose stagioni protagonista sia in attacco che in difesa, come terzino fluidificante: «Il segreto di Roberto è soprattutto quello di amare il calcio. Una volta finiti gli allenamenti, invece di prendere la corriera e di tornare a casa, rimaneva sul campo a guardare i più grandi. Era sempre l’ultimo ad andare via. Ha una passione straordinaria».






13 commenti:

Anonimo ha detto...

E' stato un campione grande e tragico, nella disperazione di quel rigore sbagliato al Rose Bowl, come nell'addio alla Juventus, nella quale avrebbe voluto chiudere la carriera.

Anonimo ha detto...

Per me é stato un Grandissimo, paragonabile a Maradona o Pelé, per dire, non gli ultimi arrivati. Di Campioni cosí adesso non se ne vedono assolutamente. Cristiano Ronaldo? Messi? Ronaldinho? Tutta genete che dura un paio di stagioni e poi si sgonfia! Con i problemi fisici che ha dovuto affrontare Baggio e le angherie degli allenatori, sempre a sfavorirlo, guardate cosa ha fatto!
Non sono per niente d´accordo con molti passaggi dell´articolo! Allora, Seedorf, per dire, solo perché ha vinto 3 Champions League e diversi campionati deve essere considerato migliore di Baggio??? Ma per piacere...
E poi é ora di finirla con sta storia del rigore sbagliato in finale! Cazzo, avevano giá sbagliato Baresi - idiota chi l´ha fatto tirare, aveva una gamba sola - e Massaro! Se anche Baggio avesse marcato, il Brasile avrebbe comunque segnato e vinto, quindi andiamo, su! Un pó di riconoscenza per un giocatore che DA SOLO ha portato una Nazionale dal gioco nullo in finale di Coppa del Mondo! Totti, lui sí osannato da tutti, quando mai ha combinato qualcosa? Chi non riconosce queste cose, o é in malafede oppure non capisce nulla di calcio! L´autore dell´articolo farebbe bene a riflettere!
Lorenzo

Anonimo ha detto...

penso che nel calcio moderno è stato e sarà un fuori classe degli ulltimi 30 anni e che ha segato la storia del calcio italiano, oggi si ci sono fuoriclasse, ma con classe eleganza e da signore come lui oggi attualmente nn c'è nessuno grande Baggio anche se te e sei andato dal calcio rimmarrai nel cuore di tutti quelli che hano sempre creduto in te, e nella mente i tuoi infiniti goal e le tante mozioni che ci hai regalato

angelo 33 ha detto...

Penso che sia stato, insieme a Mazzola e Rivera, la più grande mezzala del calcio italiano moderno.

Anche se i più anziani ritengono con estrema convinzione che la più grande sia stata Valentino Mazzola, la punta di diamante ed il trascinatore del grande Torino tutto italiano.

Dal momento che quest'ultimo non l'ho mai visto giocare (anche se me ne hanno sempre riferito mirabilie), non saprei chi scegliere tra i predetti tre.

Avevano caratteristiche diverse.

Gianni Rivera era geniale,insuperabile nell'illuminare il gioco, quando meno ce lo si aspettava, con dei lanci, anche lunghissimi, capaci di imbeccare le punte al millimetro lanciadoli a rete in contropiede.Abile con la palla in questi lanci anche più di Suarez, il faro della grande Inter di Herrera.

E'facile immaginare cosa sarebbe sucesso se davanti a lui invece di Pierino Prati ci fossero stati Gigi Riva o Marco Van Basten.

Sandro Mazzola, dopo un periodo iniziale sfolgorante da mezza punta velocissima, dallo scatto bruciante e micidiale, e,quindi, capace disegnare gol a raffica,arretrò la sua posizione in campo,probabilmente influenzato dal vivissimo ricordo del padre (di cui i tifosi desideravano fosse l'epigono), diventando, dopo la finale dei campionati europei vinti con la Jugoslavia (di cui lui fu il principale protagonista), uno dei più forti interni del mondo,capace non solo di orientare e trascinare la squadra (come il grande Valentino), ma di essere un efficacissimo incontrista e di difendere.
Ecco perchè dava molto affidamento a Valcareggi nelle partite della nazionale con squadre di grande capacità offensiva.

Roberto Baggio è stato come il primo Mazzola, una mezza punta brillantissima, non dotata dello stesso scatto bruciante, ma con una analoga propensione al gol in virtù di una classe ed un talento straordinari.

Che gli facevano creare giocate geniali, imprevedibili, entusiasmanti.
Non avendo cambiato il suo ruolo nel tempo ha segnato più di Mazzola.

Lo ricorderò sempre per come giocò ai campionati del mondo del 1994 dove,praticamente da solo, con le sue giocate straordinarie trascinò la squadra in finale. La quale (di non elevata qualità tecnica), senza di lui quasi certamente non avrebbe superato gli ottavi di finale.

Quei campionati mondiali del 1994 saranno ricordati non solo per l'infamia che Havelanga architettò ai danni di Maradona, una volta resosi conto che l'Argentina, illuminata da lui, era la squadra più in forma dei campionati e,quindi, la favorita per la vittoria finale (piuttosto del suo Brasile che ancora non aveva vinto un campionato mondiale durante la sua presidenza della Fifa;e di recente il personaggio ha avuto anche la spudoratezza di riferire che i campionati del 1966 e del 1974 erano pilotati, come se quello del 1994 non lo fosse stato).

Ma saranno ricordati anche per le grandi prodezze di Baggio.

Bedeschi mette in evidenza la sua mancanza di coraggio.

Ma sbagliare il rigore nella finale
del 1994 ci poteva stare.

Anzi,come detto, Baggio aveva già fatto molto più del suo dovere, un vero miracolo, nel condurre la squadra in finale.

Secondo me i suoi handicap sono stati altri.

A mio modesto avviso avrebbe raccolto di più se fosse stato più docile e modesto, meno sicuro nei suoi grandi mezzi (che gli facevano vincere una partita da solo) tanto da scontrarsi con alcuni allenatori.

Mi dispiace che Sacchi non abbia mai pubblicamente riconosciuto l'evidenza, e,cioè, che il risultato di arrivare alla finale dei campionati del mondo americani fu, alla faccia del calcio totale (che si poteva praticare solo con tre grandi olandesi volanti), quasi esclusivamente merito di Baggio.


Angelo Balzano.

angelo 33 ha detto...

Insieme a Mazzola e Rivera la più grande mezzala del calcio italiano moderno.

Rivera era geniale,insuperabile nei lanci,anche lunghissimi, di straordinaria precisione, delle punte a rete in contropiede.
Se l'attaccante da lanciare fosse stato,invece di Pierino Prati, Gigi Riva o Marco Van Basten, cosa sarebbe successo?

Sandro Mazzola nella prima fase della sua attività era una mezza punta velocissima,dallo scatto bruciante e micidiale e,quindi, capace di segnare molti gol.

Baggio è stato come il primo Mazzola con analoga propensione al gol.
Mentre Mazzola anticipava e superava i difensori con il suo scatto fulminante,Baggio, non così scattante,però li spiazzava e disorientava con diverse finte (sia con il corpo che con i piedi) imprevedibili e fantasiose,spesso integrate e rese più efficaci da repentini cambi di passo e velocità.

Così da inventare giocate geniali ed estrose quanto entusiasmanti.

Lo ricorderò sempre per come giocò i campionati del mondo del 1994 dove,praticamente da solo, con l'estro dei suoi gol trascinò la squadra in finale.
La quale senza di lui non avrebbe superato gli ottavi di finale.

Il suo limite non fu tanto,a mio sommesso avviso, la mancanza di coraggio(l'errore nel calciare il rigore nella finale con il Brasile era scusabile e da perdonare, tanto più perchè Baggio aveva compiuto il miracolo di condurre una squadra di medio valore in finale), ma l'eccessivo orgoglio e consapevolezza nelle sue grandi qualità (che gli facevano vincere una partita da solo).

I quali l'hanno posto in contrasto con alcuni suoi allenatori dai quali,evidentemente, pensava di avere maggiore libertà di esprimersi.
In genere i fuoriclasse fantasisti hanno avuto carta bianca dai loro allenatori.

Se i mondiali del 1994 furono una passerella per le grandi prodezze di Baggio (che in virtù di esse avrebbe meritato il secondo pallone d'oro nel 1994), essi costituirono il tramonto di Maradona.

Il quale,ancora molto brillante, fu pugnalato alle spalle da un grave abuso di Havelange che (molto amareggiato,segnato e criticato, specie in patria, perchè il Brasile durante tutta la sua gestione della Fifa non aveva ancora vinto un campionato del mondo), pensò di liberarsi di Maradona appena fu evidente che l'Argentina, illuminata da lui, era la squadra più forte ed in forma dei campionati, la squadra favorita per la vittoria finale. Così da impedire, ancora una volta,al Brasile di vincere il titolo.

Se i campionati del mondo del 1966 e del 1974 sarebbero stati pilotati,come Havelange ha asserito vivamente circa un mese fa,cosa dire,allora,di quelli del1994 ?

Se Pelè fu azzoppato dolosamente durante i campionati del 1966, non fu fatta a Maradona una analoga vigliaccata ?

Angelo Balzano.

Luca ha detto...

Articolo che non rende assolutamente merito alla classe di un grande sportivo e soprattutto di una grande persona: semplice, umile, nonostante avesse tutti i numeri per tirarsela (quando i tanti Balotelli di oggi se la tirano e si credono fenomeni per aver fatto un paio di dribbling, una rabona e un gol).
Non si valutano le persone da quello che hanno vinto, ma da quello che hanno saputo dare a chi le ha conosciute.
E Baggio, in questo, è stato un grande.
Senza dimenticare che tanti, nelle sue condizioni fisiche, non riuscirebbero a giocare nemmeno in Prima Categoria... Lui, con una gamba praticamente a mezzo servizio epr tutta la carriera, si è issato fino al Pallone d'Oro, alla finale mondiale e ai 200 gol e passa in serie A.

Piuttosto sono altri, senza motivo, a godere di un'incomprensibile "aura di santità" per tutto quel che fanno e dicono.

Anonimo ha detto...

articolo di bedeschi ridicolo. Come si fa a non elogiare baggio come uno dei più grandi calciatori italiani? adesso anche l'umiltà invece di un pregio diventa un difetto. confusa con la mancanza di personalità. Assurdo. per anni a torino si andava allo stadio solo perchè c'era lui. e in nazionale ha avuto un rendimento altissimo, sempre. Grande Baggio, grazie per tutto quello che ci hai dato!

Enzo Saldutti ha detto...

Roberto Baggio un talento assoluto capace di tutto abbinando a una tecnica eccezionale una straordinaria facilità nel realizzare marcature di stupefacente bellezza in ogni maniera. Giocava a tutto campo in possesso di un dribbling fenomenale o da fermo o quando partiva da lontano beffando nugoli di avversari con movenze di strabiliante grazia.

Fabio ha detto...

baggio talento assoluto e persona per bene.
Faceva vincere squadre improponibili da solo ( vedi juventus di lippi o italia di sacchi) e aveva una classe infinita.
E' una persona seria che non si piega ai giochetti e quindi alcuni allenatori non lo sopportavano. Un esempio è Lippi, che voleva fare la prima donna e voleva gestire lo spogliatoio a suo piacimento.
DI Baggio rimane una carriera fantastica, considerando i suoi guai fisici. Non a caso è stato uno dei pochi palloni d'oro italiani della storia.

Anonimo ha detto...

Ragazzi..son 50 anni che seguo il calcio..Maradona è Maradona.ma nemmeno lui è stato decisivo in cosi' tante occasioni come Baggio...se quelle immagini che ci propinavano all'epoca erano autentiche! Si sta parlando di uno che vinceva le partite da solo ..andatevi a vedere un fiorentina-Napoli del 89 o 90..non ricordo..tanto per dirne una..forse Baggio era pure superiore al grande Maradona..ma noi italiani..si sa..siamo per l'esotico!


Anonimo ha detto...

Roberto Baggio, è stato un campione del calcio italiano, punto. Oggi lo possiamo dire ancora parecchio di più rispetto a prima: è un campione che manca poiché raramente ne vediamo altri per la velocità delle sue azioni tecnica spesso in goal e per la visione di gioco unica perché prima di tutto è uno che sapeva guardare in campo; sapeva guardare anche fuori dal campo, chi avrebbe i coglioni di mostrarsi alle telecamere così sincero come lui quando, malcontento di traferirsi a Torino, era campione di gesti impulsivi nei confronti dei suoi nuovi tifosi che solo un Baggio avrebbe potuto permettersi. Lui era Roberto Baggio e secondo me avrebbe dovuta dirla tutta sui retroscena che facevano tanto storcere il naso alla sua sensimilità, è a Torino, è a Milano dopo, il fatto che abbia taciuto nonostante il palese malcontento e le panchine incomprensibili per tutti i tifosi del Milan anni dopo, soprattutto in una squadra al collasso, non lo ha spinto all'olimpo dei calciatori più del rigore sbagliato negli Stati Uniti, perché se avesse parlato lui sarebbe stato indimenticabile per il calcio italiano.
Tifoso per lo sport: quello vero. Ciao!

TheCarmine1961 ha detto...

Perché si cita sempre il rigore sbagliato di Baggio,che ci aveva portato praticamente da solo in finale, e non i DUE rigori precedentemente sbagliati da Baresi e Massaro? Era il quinto rigore e,nel caso lo avesse segnato,potevamo confidare soltanto nello sbaglio del rigore successivo...Sono un tifoso juventino ma affermo con assoluta serenità che Baggio era molto più forte di Del Piero e il più forte giocatore italiano degli ultimi quarant'anni ( sono del '61).Questa la definisco onestà intellettuale

Stefano ha detto...

Gentile Carmine, hai perfettamente ragione. Non si dovrebbe sempre ricordare quel rigore. Ma l'onere di essere Baggio ti "obbliga" anche a non sbagliare un calcio di rigore così importante. Prova a pensare a Roma-Liverpool: non si ricordano gli errori di Graziani e Conti, ma dal clamoroso rifiuto di Falçao. Non è giusto, ma è così.