martedì 11 settembre 2012

IL CENTRAVANTI È STATO SEQUESTRATO VERSO SERA

FRANCESCO BELVISO, “GS” MAGGIO 2011:
Domenica primo marzo 1981. Enrique Castro Gonzaléz, meglio conosciuto come Quini, ha da poco concluso e vinto la partita interna contro l’Hercules. Ora è atteso all’aeroporto dalla famiglia. Sono le 21:00 quando il bomber, che sta guidando il Barcellona verso la vetta della Liga, scompare. È stato, infatti, rapito dal “Battaglione Catalano Spagnolo”, un gruppo di estrema destra. In realtà, come si scoprirà più tardi, sono semplici balordi. Ecco una vicenda clamorosa che sa di romanzo giallo.

È il 6° goleador nella storia della Liga con 219 reti. 154 con il Barcellona. Le altre 165 con l’amato Real Sporting di Gijón, club di cui dirige ora l’area tecnica. Nel 1970 e nel 1977 è stato il miglior cecchino nella Segunda División, la nostra Serie B. Nel suo palmarés ci sono una Coppa delle Coppe, una Coppa della Liga de una Copa del Rey vinte in blaugrana. Oltre a 35 presenze e 5 reti in Nazionale. Con cui ha vissuto le pallide partecipazioni all’Europeo del 1980 in Italia (con goal rifilato al Belgio), al Mondiale d’Argentina 1978 ed a quello casalingo del 1982.
Eppure Enrique Castro Gonzaléz, sessantuno anni, alias Quini o Quinigol, a livello internazionale, è ricordato soprattutto per il rapimento patito nel marzo del 1981. Un anno violento. Ovunque. Lo scandalo della P2 e la tragica fine di Alfredino Rampi in un pozzo di Vermicino, gli attentati a Ronald Reagan e a Giovanni Paolo II, quello mortale ad Anwar el Sadat ne sono il sinistro ricordo.
Anche in Spagna, dove la dittatura franchista è terminata da un lustro. Ma le (fragili) istituzioni democratiche devono guardarsi dai nostalgici del regime. A Madrid, il 23 febbraio, Re Juan Carlos di Borbone e l’esercito hanno stroncato il golpe di un reparto della Guardia Civil agli ordini del tenente colonnello Antonio Tejero Molina. Ed il 28 febbraio, sempre nella capitale, i terroristi baschi dell’Eta hanno liberato (dopo otto giorni) i consoli di Austria, Uruguay ed El Salvador.
La Liga 1980/81, però, continua. Dopo 26 turni il Barcellona è a due punti dall’Atlético Madrid, in testa da 19 gare. E nella giornata seguente c’è lo scontro diretto. Decisivo per lo scudetto.
Uno scudetto che manca ai blaugrana da sette stagioni. Troppe, se rapportate ai 6 titoli nazionali vinti nel frattempo dal Real Madrid. Tant’è che il presidentissimo Josep Lluís Nunes nel maggio 1979 ha riportato Helenio Herrera in Catalogna. Strappandolo alla B italiana ed al Rimini. È lui, il Mago, il nuovo consulente tecnico. Il primo rinforzo di qualità è stato il danese Allan Simonsen, attaccante esterno veloce, agile e con un ottimo fiuto del goal. Qualità che gli sono valse il Pallone d’Oro 1977. Ma che non sono bastate.
Tant’è che Nunes ha voluto il ritorno in panchina di Herrera, ormai sessantanovenne, al posto di Joaquim Rifé Climent, per centrare il quarto posto ed accesso alla Coppa Uefa. La campagna acquisti dell’estate 1980 è stata tra le più dispendiose. Herrera è di nuovo dietro le quinte. La panchina è stata affidata all’ungherese László Kubala. In regia c’è il tedesco Bernd Schuster, rivelatosi giovanissimo con il Colonia. Per puntellare la difesa, è giunto, dall’Athletic Bilbao, José Ramón Alexanko, attuale tecnico della “cantera” blaugrana.
Quini è arrivato per guidare l’attacco, al quale l’austriaco Hans Krankl, spesso infortunato, non è più riuscito a dare certezze. È stato scelto per prendere a spallate le difese avversarie. L’asturiano di Oviedo si è meritato a suon di reti il soprannome di Brujo (poeta o stregone). È già stato per tre volte il “Pichichi”: nel 1974 con 20 centri, nel 1976 con 21, nonostante la retrocessione dello Sporting Gijón, e nel 1979/80 con 24. Nonché l’artefice delle fortune dei “Rojiblancos”, come il secondo posto nella Liga 1979, tutt’ora il miglior piazzamento della storia.
Insomma il Brujo è l’idolo dello stadio El Molinón. E lo Sporting si è rassegnato a cederlo solo per 100 milioni di pesetas (circa 1 miliardo e 200 milioni di lire nel 1981, ovvero 2 milioni e 270.000 euro attuali secondo l’indice Istat). Soldi ben spesi. Quini ha continuato a segnare. Di destro. Di sinistro. Di testa. In dribbling. In acrobazia. Si è confermato il Poeta (o Stregone) delle aree di rigore. Ma le sue prodezze, 16 sino alla sfida con I’Hercules di Alicante, non hanno evitato l’ennesimo cambio tecnico. Perché dopo l’avvio stentato, Nunes ha deciso di congedare Kubala pregando per la seconda volta il Mago di tornare in panchina. Herrera e Quini si sono subito intesi. Sono i leader di una squadra che a fine inverno sta per coronare l’inseguimento all’Atlético Madrid capolista.
È domenica 1° marzo 1981. Barcellona e Hercules si affrontano in uno stadio stracolmo. Che assiste a un 6-0 da sballo. Il Poeta realizza due goal, il secondo e il terzo. Rafforza il primato tra i cannonieri (18). E lancia la sfida ai “Colchoneros”, prossimi avversari, che sono a più due.
Sono le 19:30 quando Quini lascia il Nou Camp. L’ultimo a parlargli è il portiere di riserva, Amador. Alle 21:30 deve essere all’aeroporto. Lo attendono la moglie Maria las Nieves Canaras ed i due figli, Lorena ed Enrique, in arrivo da Oviedo per vivere con lui la settimana che porta al match del Vicente Calderón.
Quini raggiunge casa. Telefona al suocero: sarà puntuale all’appuntamento. Non lo sarà. Un vicino di casa lo vede alle 21:00 con tre sconosciuti. Poi Quini scompare. All’ora di pranzo di lunedì la sua Ford Granada, con sportelli aperti e chiavi nel cruscotto, viene ritrovata a 200 metri da casa. I rapitori si fanno vivi solo alle 5:00 della sera.
Sono i sedicenti membri del “Battaglione Catalano Spagnolo”, gruppo di estrema destra, e scrivono in un comunicato che il giocatore sarà liberato solo l’11 marzo. Dopo la sfida contro l’Atlético: «La squadra di Herrera è separatista e non vogliamo che vinca lo scudetto».
Due ore dopo, un membro del movimento “Pre” rivendica l’azione telefonando a un giornalista del quotidiano “La Vanguardia”. Chiede al Barcellona 350 milioni di pesetas (4 miliardi di lire, 7 milioni e mezzo di euro attuali). Nella notte seguente, il Brujo chiama la moglie: «Sto bene, state calmi».
L’Atlético Madrid si offre di rinviare la partita. Herrera vuole giocarla «per dedicargli la vittoria. Noi siamo in gran forma. Loro tremendamente giù».
Il club blaugrana avvia una trattativa segreta per il riscatto. Ma è più concreta l’ipotesi, poi rivelatasi esatta, che i colpevoli siano dei criminali comuni. Altro che “Eta” o “Pre” o “Bcs”.
È la domenica della grande sfida. Che, ovviamente, si gioca. Quini non c’è. E nemmeno il Barça, battuto 1-0. Cede poi al Salamanca (2-1) e non supera il Saragozza (0-0). Addio sogni di gloria.
I giorni passano. Il 25 marzo è un mercoledì. La Spagna vince 2-1 a Wembley contro l’Inghilterra. E interrompe un sortilegio cominciato il 15 maggio 1960. È una notte storica per il calcio iberico che si prepara ad ospitare il Mondiale. La festa è completata dalla liberazione di Quini. A Saragozza.
I poliziotti arrestano subito uno dei tre (maldestri) sequestratori: quello che è con lui in un’officina meccanica. Al numero 13 della calle Geronimo Vicent. Decisive le intercettazioni telefoniche e la vigilanza sul conto bancario per versare il riscatto. Le foto di un Quini provato che abbraccia il presidente Nunes e la moglie Maria Nieves («La vera eroina di questo allucinante dramma», dice il marito) fanno il giro del mondo.
Il giorno dopo il Brujo è in campo. Fa due goal nella partitella che precede il “Clasico” con il Real Madrid. Herrera però non lo rischia al Santiago Bernabéu. Anzi, chiede (invano) che si ripetano le tre gare precedenti. I “Blancos” di Vujadin Boškov, che di lì a poco faranno fuori l’Inter di Eugenio Bersellini nella semifinale della Coppa dei Campioni, stravincono: 3-0.
Il Real piomba in zona scudetto con la Real Sociedad di San Sebastian. Mentre l’Atlético comincia a cedere e il Barcelona molla. Nonostante il ritorno di Quini, 35 giorni dopo il rapimento. Il 5 aprile gioca 10’ finali nel 2-1 in casa al Valladolid: «Chiedo scusa ai tifosi se ho giocato male», dice, «ma non ho potuto fare di più».
La Liga termina il 26 aprile. Real Madrid e Real Sociedad sono a 45 punti. Un goal di José Maria Zamora a 27 secondi dal termine allo Sporting Gijón permette ai baschi di vincere lo scudetto per la miglior differenza reti negli scontri diretti (3-1 e 0-1). Il Barcellona è quinto. Dopo Valencia e Atlético Madrid. Si consola con il quarto titolo di “Pichichi” conquistato da Quini: 20 reti. due nelle ultime tre gare.
C’è però la Copa del Rey. A Madrid, il 18 giugno nel catino del Vicente Calderón, Quini segna i primi due goal del 3-1 al “suo” Sporting. La stagione è salva per il Barcellona di Herrera, fuori al secondo turno dalla Coppa Uefa.
La carriera del Brujo prosegue per 6 stagioni. Tre in blaugrana. Le ultime con i “Rojiblancos”. Nel 1982 si conferma “Pichichi” per la terza volta (26 goal) e firma il 2-1 che vale la Coppa Coppe contro lo Standard Liegi. Ma non convince il Commissario Tecnico José Santamaria. Che nel Mondiale di casa gli concede tre spezzoni. Quello iniziale solo contro la Germania Ovest. Un’amarezza, vissuta senza drammi. Comincia da lì la parabola discendente.
Il sipario cala il 14 giugno 1987 nel Molinón: Sporting-Barça 1-0. Lascia a trentacinque anni dopo 448 gare nella Liga. È stato cinque volte “Pichichi”. Come Alfredo Di Stéfano e Hugo Sanchez. Solo Telmo Zarra ha fatto meglio. Ma negli anni quaranta.
Eppure, se Quinigol è ricordato all’estero lo deve a quei 24 giorni di trent’anni fa. Il destino, a volte, sa essere crudele.


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