giovedì 2 giugno 2016

AMAURI

Ha diciannove anni quando inizia a giocare a calcio sul serio. Fino a quel momento, per lui il pallone non è altro che uno svago, un hobby. Così bene che il Santa Catarina, squadra semiprofessionistica di Brumenao, cittadina nel sud del Brasile gli mette gli occhi addosso. Il Santa Caterina gioca in B, sta retrocedendo e il campionato è quasi al termine. Amauri non può fare molto per salvarlo, ma segna otto goal in quattordici partite e vola a Viareggio, per la Coppa Carnevale del 2000. Anche in Toscana il centravanti incanta, segnando cinque reti in tre gare. Viareggio è una vetrina importante e il talento di questo sconosciuto attaccante non passa inosservato. Così, il ragazzo si guadagna il diritto di sognare una carriera da campione. E la carriera parte, ma in sordina. Non in Italia, ma in Svizzera, a Bellinzona. E per un brasiliano di vent’anni, la Svizzera non è un posto facile dove stare, specie se un infortunio ti allontana dal tuo lavoro: il calcio: «Il primo mese sono stato davvero male. Era la prima volta che mi allontanavo da casa e, come tutti i brasiliani, mi mancava il mio paese. In Svizzera ho visto i primi ghiacci della mia vita e ci ho messo un po’ ad ambientarmi. Superate le difficoltà, le cose sembrano andare meglio, gioco due partite e segno un goal, ma subito dopo mi faccio male. Un mese fermo: un altro periodo poco piacevole».
Forse, a questo punto, guardando che cosa si era lasciato alle spalle (a sua terra, la sua famiglia, i suoi amici) Amauri pensa di mollare tutto e tornare a casa. Ma nei tre mesi a Bellinzona, deve aver anche assimilato un po’ del carattere tosto degli svizzeri e decide di continuare. Come contro la Fiorentina: guarda indietro, ma tocca il pallone in avanti. E il pallone della sua personalissima partita, a gennaio del 2001, inizia a rotolare. Fino a Napoli, dove si ferma giusto il tempo necessario per fargli conoscere Cinthya, sua moglie: «Anche lei è brasiliana ed era a Napoli per lavoro: è un chirurgo plastico. L’ho conosciuta a una cena, abbiamo iniziato subito a frequentarci e ci siamo innamorati. Da allora è sempre stata il mio punto di riferimento».
In quel Napoli la concorrenza è spietata e per di più arrivando a metà stagione non è facile trovare spazio: in avanti ci sono giovani promettenti come Stellone e Floro Flores, ma soprattutto campioni affermati come Amoruso, Bellucci e uno degli idoli di Amauri: Edmundo O’ Animal, arrivato anche lui a gennaio: «Romario è sempre stato il mio mito, ma subito dopo veniva lui. I primi tempi a Napoli non potevo fare a meno di pensare che fino a un anno e mezzo prima giocavo su qualche campetto e lì, invece, dividevo la stanza con il grande Edmundo. La sua vicinanza mi ha aiutato parecchio: era molto più tranquillo rispetto al giocatore che avete conosciuto a Firenze e poi, anche solo vederlo mentre si muoveva in campo, mi permetteva di migliorare. Credo solo che fosse capitato nella squadra sbagliata: meritava di lottare per risultati importanti, non per la salvezza».
A Napoli l’esperienza inizia con un goal annullato nella gara d’esordio contro il Bari. «Era fuorigioco, ma di poco». Quasi un segno premonitore che la sua avventura sul golfo non sarà idilliaca. In sei mesi il suo bottino è di sei presenze e un goal e per Amauri, a fine stagione, dopo la retrocessione in B e i problemi economici della società, viene il momento di cambiare aria. Va a Piacenza, dove in un anno mette assieme solo sette presenze, ma dove nasce la sua bimba Cindy: «A Piacenza non ho praticamente giocato. Sapevo di avere davanti un attaccante importante come Hübner, ma avrei voluto dimostrare il mio valore. In quel periodo ho pensato di tornare a casa. Era il gennaio 2002 e immaginavo, con l’esperienza che avevo fatto in Europa, di poter trovare una squadra importante in Brasile. Però ho tenuto duro, anche perché, con molta umiltà e serenità, vedevo giocare gli altri compagni e mi dicevo che sarebbe arrivato anche il mio momento».
A settembre 2003, l’ennesimo cambio di maglia: dopo la preparazione pre-campionato con l’Empoli, Amauri passa al Messina, in B. Sullo Stretto le cose iniziano a girare per il verso giusto: ventitré presenze e quattro goal non sono numeri impressionanti ma sufficienti a riportarlo in A, con il Chievo. Qui la favola inizia a prendere forma: «Il primo anno a Verona fu una bella esperienza. Sentivo fiducia di Delneri e, se persi il posto da titolare, fu per colpa mia. La stagione successiva invece, fu deludente. L’allenatore era Beretta, con il quale non ho mai avuto un rapporto. Non credeva in me e quando ero nel pieno della forma, non mi diede la possibilità di giocare. Il terzo anno, invece, trovai quello che chiamo affettuosamente il mio allenatore: Beppe Pillon. Tornai dalle vacanze e si parlava di un mio possibile trasferimento. Pillon lo bloccò immediatamente dicendo che per lui ero un giocatore fondamentale. Parole che mi ripeté anche in privato. Sapere che l’allenatore conta su di te è importante e quell’anno mi diede la carica».
Così nel 2005-06 arrivano undici reti in trentasette partite e la chiamata a Palermo. Oramai Amauri è il vero giramondo del calcio italiano: «Tutto sommato girare così tanto è stata un’esperienza positiva, anche perché ho sempre cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno. Soprattutto non mi sono mai abbattuto, anzi ho sempre cercato di dimostrare le mie capacità, consapevole del fatto che se non ci fossi riuscito, sarei tornato in panchina, come gli anni precedenti».
In Sicilia, Amauri deve far dimenticare Luca Toni, non uno qualunque. Un bel fardello, che il brasiliano si scrolla dalle spalle in appena tre mesi: il Palermo vola grazie ai suoi goal, si inizia a parlare di un nuovo fenomeno e le grandi squadre cominciano a guardare il ragazzo con interesse crescente. Ma nel destino di Amauri è scritto che nulla deve essere facile e prima del salto in una big deve ancora pagare un dazio pesante. Il 23 dicembre 2006, a Siena, in uno scontro con Manninger, subisce la rottura parziale del legamento crociato posteriore e stiramento del collaterale mediale del ginocchio destro. Stagione finita: «Ho sofferto tanto in quel periodo. Eravamo secondi, dietro l’Inter, stavo giocando bene e segnavo tanto. Si parlava addirittura di una possibile convocazione da parte della Nazionale brasiliana. Quando mi sono fatto male tutto il castello di sogni che stavo costruendo, mi è crollato addosso. In quel periodo è stata fondamentale la nascita del mio secondo figlio. Hugo Leonardo è nato venti giorni dopo l’incidente e mi ha dato una carica pazzesca. Da quel momento ho solo cercato di riprendermi. Non pensavo ancora di arrivare in una grande squadra, ma solo a tornare più forte di prima. Ringraziando il Signore ce l’ho fatta».
Amauri torna e vive la sua stagione migliore: quindici reti (due segnate in maniera perfida alla Juventus che già lo corteggiava) e il passaggio in bianconero al termine di una trattativa lunga e in qualche momento tortuosa: «La Juve è la mia vittoria – dice appena arrivato a Torino per la firma e la presentazione alla stampa – sono sbarcato in Italia da sconosciuto e dopo otto anni mi ritrovo in una squadra che ha la vittoria nel DNA. La Juve è sempre stata la regina d’Italia e d’Europa. Ora vuole tornare a esserlo e in questo ritorno ci voglio essere anch’io».
Fa il suo esordio ufficiale con la maglia numero otto bianconera, il 13 agosto2008, nei minuti finali di Juventus-Artmedia Bratislava 4-0, andata del terzo turno preliminare della Champions League e nella gara di ritorno, giocata a Bratislava il 26 agosto, realizza la prima rete juventina, goal che fissa il risultato sul pareggio finale 1-1. La sua stagione è strepitosa. Ama, infatti, segna a ripetizione: di testa, di piede, in acrobazia, di potenza. Speciale è, poi, la doppietta che segna al Milan, nella vittoriosa partita dell’Olimpico, terminata 4-2. In Champions, segna un gran goal al Real Madrid, rete che raddoppia quella segnata da Del Piero. Alla fine, Amauri totalizza quarantaquattro presenze e ben quattordici goal.
Nella stagione successiva, dopo il ritiro di Pavel Nedved, sceglie di indossare la maglia numero undici. A digiuno di reti da febbraio, a ottobre segna quattro reti in tre partite: la prima il 17 ottobre 2009, decisiva per il pareggio contro la Fiorentina (1-1). Si ripete nelle successive due partite contro Siena (0-1 in trasferta) e Sampdoria (una doppietta). Il 31 ottobre 2009, nella gara Juventus-Napoli (2-3), è espulso per un fallo ai danni del portiere partenopeo De Sanctis. Disputa tutte e sei le partite del girone di Champions League, senza realizzare reti. Il 14 febbraio 2010, dopo ben 109 giorni di digiuno, ritorna al goal con un colpo di testa realizzato contro il Genoa (3-2) su assist di Martin Cáceres. Il 18 febbraio realizza una doppietta in Europa League all’Amsterdam Arena contro l’Ajax (2-1 per i bianconeri). Chiude la seconda stagione in bianconero con trenta presenze e cinque reti in campionato, due presenze in Coppa Italia, sei in Champions League e due partite (con due reti) in Europa League dopo che la squadra era stata eliminata dalla competizione principale, per un totale di quaranta presenze e sette reti realizzate.
Il 10 agosto 2010 indossa, per la prima volta la casacca della Nazionale italiana, nella partita amichevole contro la Costa d'Avorio del 10 agosto. Amauri, infatti, grazie alle leggi italiane sulla cittadinanza, diventa convocabile per la selezione azzurra, sfruttando la naturalizzazione della moglie Cynthia Cosini Valaderes, in possesso del doppio passaporto dal marzo del 2009. «Non ho scelto la cittadinanza italiana, dunque la vostra Nazionale, perché non sarei mai stato convocato nel Brasile. Mi avevano chiamato, ma io mi sento calcisticamente italiano. E i miei figli sono nati qui», afferma.
Apre la stagione 2010-11 con una doppietta agli irlandesi dello Shamrock Rovers, nell’andata del terzo turno preliminare di Europa League giocata il 29 luglio 2010 e terminata con una vittoria per 2-0. Va a segno anche nel turno seguente dei preliminari nella partita giocata in Austria vinta per 2-1 contro lo Sturm Graz. Nella gara di campionato contro il Bologna si infortuna e rimane indisponibile fino al 6 gennaio 2011, quando sostituisce l’infortunato Quagliarella, nella netta sconfitta contro il Parma per 1-4. Oramai, però, il feeling con i tifosi è irrimediabilmente compromesso. Uno spot di una famosa marca di crociere che lo vede protagonista, è preso come spunto dai supporter juventini che lo invitano a ritornare sulla nave. D’altronde, il suo rendimento è alquanto scadente. A digiuno di goal in campionato da quasi un anno (tanto è vero che i tifosi erano pronti a festeggiare l’anniversario del suo ultimo goal, caduto il 14 febbraio 2010), non riesce nemmeno a rendersi utile alla squadra. Quel giocatore devastante che segnava goal a grappoli non esiste più e ad Ama non resta che emigrare altrove. Così, il 31 gennaio 2011, nell’ultimo giorno della sessione invernale di calciomercato, è ufficializzato il suo passaggio in prestito al Parma. Amauri lascia pochissimi rimpianti. Anzi, per la maggior parte dei tifosi juventini, la sua partenza è la fine di un incubo. In totale, veste la maglia bianconera per un centinaio di volte, realizzando ventiquattro reti.

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