domenica 24 luglio 2016

José ALTAFINI

Nasce a Piracicaba, in Brasile, il 24 luglio 1938. In patria è soprannominato Mazola, in onore del capitano del Grande Torino; appena ventenne è convocato in Nazionale, per i Mondiali svedesi del 1958, ma esplode un diciassettenne di nome Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, e Altafini deve guardare i compagni giocare dalla panchina. Quel Mondiale, però, lo rende famoso e arriva in Italia, al Milan, dove vince due scudetti e una Coppa dei Campioni, vinta a Londra sul Benfica grazie ai suoi goal. Poi, il feeling si logora, a ventisette anni José, carico di onori e di qualche polemica sulla sua presunta poca combattività (è definito da Gipo Viani un coniglio) finisce a Napoli, a far coppia con un altro ex grandissimo esiliato d’oro, Omar Sivori. Sono altri anni di gloria monumentale: insieme al Cabezón scrive pagine indimenticabili della storia del club partenopeo, arrivando a sfiorare lo scudetto.
José è un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete.
A trentaquattro anni, José, non ha nessuna voglia di smettere di giocare ed è acquistato da Boniperti. La sfida è molto stimolante: la Juventus, che lo prende come panchinaro di lusso per titolari che si chiamano Bettega e Anastasi, vuole bissare lo scudetto numero quattordici, il primo di Vycpálek, e provare seriamente a vincere la Coppa dei Campioni. La scommessa di José è vinta, il vecchio ragazzo ci sa ancora fare. Ventitré partite di campionato, intere o spezzoni, e nove reti; una più di Bettega e Causio, tre più di Anastasi che spesso gli deve lasciare il posto. E goal pesanti, come il 3 dicembre 1972, Juventus che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina o il 21 gennaio 1973, Juventus che schioda lo 0-0 con la Roma e resta in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare del goal allo stadio Olimpico, il 20 maggio 1973: Juventus che all’ultima di campionato insegue il Milan a un punto, Juventus che perde al riposo con la Roma, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco l’Altafini che ti aspetti, golletto di testa ed è 1-1, poi ci penserà Cuccureddu al 2-1 che entra nella leggenda.
«L’inizio non è stato dei più promettenti – racconta José – a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire un certo Roberto Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente con la rete del successo realizzata in Juventus-Fiorentina. E da lì, furono rose e fiori».
Altafini è anche re di coppa, salva la squadra dall’eliminazione Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Újpest il goal della speranza, e poi travolge i britanni del Derby County in semifinale, con due goal e con una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.
L’anno dopo la Juventus non vince nulla, ma le presenze (ventuno) e i goal (sette) di José, si ripetono puntuali. E nel 1974-75 torna a frequentare la leggenda: a trentasette anni, segna otto goal in venti partite e, soprattutto, va in goal nella partita scudetto contro il suo Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.
José è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla Regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma José si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Un gaudente della pedata, dotato di fantasia, tecnica, scatto fulmineo e potenza in progressione. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri.
Smette a trentotto anni, lo chiamano nonno. Ha ancora entusiasmi infantili, sorride e sogna ad occhi aperti, ma nella vita privata sa amministrarsi con giudizio e senso pratico. Lascia la Juventus nel 1976, ma non appende le scarpe al chiodo. Emigra in Svizzera, a Chiasso, poi fa il General Manager nel Senigallia, senza fortuna.
Racconta di se stesso: «Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta; quando giocavo nel Milan, mi consideravano tutti un coniglio. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi».
Ora lo troviamo a commentare le partite in televisione, con la stessa allegria di quando era in campo, con la stessa voglia fanciullesca di urlare meravigliato per un goal, anzi per un “Golasso”.


VLADIMIRO CAMINITI
Tutti i mondi a spasso per i cieli si fermino pure e se lo contemplino questo fenomeno di brasiliano dalle cento vite, con una salute atavica che lo proietta a trentaquattro anni suonati nella Juventus, e ne fa, pur anco a tempo, l’asso del goal insostituibile. L’asso dell’amarezza per Anastasi che finisce in panchina (Pietruzzo era andato a protestare da Vycpálek che gli preferiva l’anziano José, più tonico, più potente, più tutto, gridandogli sul naso: «Io sono Anastasi!» E Cesto, imperturbabile: «E quello è Altafini!»), l’asso del destino della Juventus che anche tramite le sue accelerazioni e percussioni, i colpi di testa a seguire, vince gli scudetti 1973 e 1975.
Forse, l’Altafini bianconero rimane il più coerente e affidabile di tutta una storia frastagliata di eventi e sorprese più di una favola di Andersen. E forse lo stesso José ricorda il quadriennio juventino come il periodo, a conti fatti, più sereno della sua tumultuosa carriera. Sia a Milano sia a Napoli avevano conosciuto di Altafini gli aspetti commerciali e divagatori. Gipo Viani ci si era arrabbiato ferocemente, dandogli del coniglio; lui giocava e giocherellava con tutto; con il calcio, con i sentimenti, con gli amici, con la vita.
E intanto produceva i suoi goal inimitabili, secondo, per i brasiliani, solo a Pelé. Identica solfa a Napoli, la divertente e infelice capitale della fantasia e della povertà. Lo vedo in molte partite andare in campo che sembra un barbone, da chiedersi quali frustrazioni lo tormentino. Nella Juventus l’altra faccia della medaglia. Il campione finalmente accasato, pur in brandelli di partita, testimonia una professionalità esemplare, si allena all’altezza dei giovani, suda e sgobba per essere alla domenica il più giovane di tutti nei fatti e nel gioco. Io mi ci diverto al telefono con interviste ricche di miele e sale; e mi ci diverto quando in campo, da me sollecitato più volte all’amico Vycpálek, risulta determinante e spettacoloso con le sue sgroppate per cinquanta metri e le sue fiondate. Giacché lo reputo tra i centravanti più grandiosi venuti in Italia, anche per rivestire la gloriosa maglia con i colori giunti da Nottingham; un fuoriclasse da leggenda.


ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1976
Quando militava nel Palmeiras lo chiamavano Mazola. I brasiliani lo trovavano molto somigliante all’indimenticabile Valentino. Stesso sguardo vivo, intelligente, mandibola volitiva, fisico compatto, sorriso infantile. Erano i tempi dei Mondiali di Svezia, quelli che consacrarono Pelé. Sono trascorsi circa vent’anni da quando il vecchio Giuseppe mise piedi in Italia. Dal Palmeiras era stato acquistato dal Milan.
Una collana di successi, in seguito: due scudetti (con il Milan), una Coppa dei Campioni, ancora due scudetti (con la Juventus), capocannoniere nella stagione 1961-62, nazionale azzurro in preparazione ai Mondiali del Cile (sei presenze con cinque goal), 216 reti in 459 partite disputate in Serie A (Milan, Napoli e Juventus) e record di realizzazioni in Coppa dei Campioni (quattordici nell’edizione 1962-63). Cifre che luccicano, una bacheca incredibilmente fornita. Quante volte José ha risolto partite e situazioni per il Milan, per il Napoli e per la Juventus! Ora tutto si trasforma in ricordi, in una dorata dissolvenza di immagini felici.
Lo Zio Giuseppe stacca. Con il calcio italiano. Uomo un po’ realista e filosofo per natura, ha capito che con l’attività ufficiale, cioè con lo sport a un certo livello professionistico, non avrebbe potuto più competere; ed ha preso la decisione. Dopo una breve tournée in Canada (8.000 dollari a match) è tornato in Italia, a Torino, dove ha stabilito la sua residenza di affari. Però alla prossima stagione si recherà, tutti i sabati, in Svizzera, per rallegrare con i suoi scampoli di alta classe il campionato di Serie B elvetica. E così se ne va l’ultimo grande campione straniero, un attaccante puro che trova rari riscontri anche fra i giovani talenti del calcio internazionale di oggi.
Altafini appartiene alla schiera dei goleador di istinto. Dotato di un fisico eccezionale, ha saputo amministrare tali risorse attraverso una lunga carriera. E forse questa illuminata cautela, questa lungimirante parsimonia gli ha allungato la vita calcistica almeno di cinque anni e gli ha consentito di esprimersi su certi livelli fino alla stagione passata; l’integrità atletica testimonia di una saggezza amministrativa rara.
Contenuto nell’alimentazione non ha mai pagato grossi tributi al calcio. Anche quando la sua parabola parve essere allo Zenit, José giocava al risparmio, facendo imbestialire quel vecchio lupo di mare di Gipo Viani. Il quale soprannominò Altafini un coniglio senza anima! Il coniglio tirava indietro la gamba, eludeva il rischio, si assentava spesso dalla sostanza della partita, come un lunatico purosangue. Poi, improvviso e inatteso, il risveglio. Centrava le porte degli avversari come tiri a segno. Il repertorio era vario, stravagante, bizzarro, irripetibile; testa, piede, destro e sinistro, in rovesciata, di tacco, di punta, di spalla, rasoterra, al volo, in giravolta. Uno spettacolo.
E quando partiva in progressione, ingobbito e compatto, pareva un bisonte rozzo e goffo. Al momento di concludere, la sua azione, però, si addolciva, il suo impeto pareva farsi riflessivo, l’istinto si tramutava in un tocco razionale, cinico e calcolato.
Al Milan la sua vita si complicò; storie che quasi lo incupirono togliendogli quella gioia di vivere che è la sua seconda natura. Passò al Napoli e al calore del Sud ritrovò spirito e stimoli. E la felicità del goal. Con Omar Sivori formò un tandem che mandava in delirio la folla partenopea. Inappagato e bisognoso di vivere nuove e più suggestive esperienze, con una formula molto legale riuscì ad evitare un contratto capestro che gli aveva imposto Ferlaino e approdò alla Juventus. Aveva trentaquattro anni.
A Torino visse la seconda giovinezza. In bianconero raggiunse la stupefacente cifra di 200 goal realizzati in campionato, contribuì a vincere un paio di scudetti, tolse la squadra bianconera da situazioni rognose e divenne un idolo. Oggi, Zio Giuseppe ha capito che è ora di chiudere e con filosofia accetta le leggi della natura, allungandole in chiave dilettantistica, avendo esaurito il suo mandato di professionista della “pelota”. Lascia il calcio italiano e lascia in noi tutti un ricordo indelebile.
La longevità di José è spiegabile, oltre che con le rigorose norme di vita cui si sottoponeva, anche con un carattere meraviglioso. Uomo sereno, fatalista, è riuscito puntualmente a risolvere ogni problema evitandolo, scongiurandolo, anticipandolo addirittura ignorandolo. Giuseppe ci ha spesso insegnato che un problema non deve rendere difficile un’esistenza se tale problema è insuperabile. A questo punto, è importante non crearsi il problema dal momento che il medesimo è insolubile. Sembra un sofisma, un gioco sottile e sterile di parole. Invece è una regola essenziale, una sorta di fatalismo che sdrammatizza. E affrontando l’esistenza con questa corazzatissima forma mentale, lo Zio Giuseppe ha raggiunto vertici prestigiosi nella carriera, ha capitalizzato come un ottimo general manager di se stesso, come un oculato capitano dell’industria: l’industria dei goal.
Giuseppe non ha rimpianti, anche se spesso ci ricordava che gli sarebbe piaciuto eguagliare il record dei goal realizzati da Meazza. Ma subito ci consolava dicendo che l’aver giocato al pallone, dove ha potuto esprimere tutto il suo piacere di esistere, rappresentava il miglior coronamento di una programmazione, di un castello di velleità, di una collana di aspirazioni. Con il sorriso sulle labbra e con battute di cui è maestro ha sciolto ogni nodo esistenziale. Un paio di volte lo sapemmo e lo vedemmo incupito. Quando alla vigilia di trasferirsi in Italia, nel lontanissimo 1958, si informava presso tutti gli italiani emigrati in Brasile dove e come fosse Milano; e quando, nell’estate del 1972, venne alla Juventus con tre chili di troppo.
Ansimava come una vaporiera, doveva perdere quell’adipe noioso, nel tentativo (subito riuscito), si sentiva come svuotato di energie e aveva paura. Di non farcela, di non essere all’altezza di una squadra che aspirava allo scudetto. Fu questione di giorni; poi prevalse ancora la teoria del non crearsi problemi e di vivere alla giornata, seguendo le solite rigorose norme di vita. I risultati sarebbero arrivati consequenziali e proficui. Ciò che si è rivelato puntualmente. Per il benessere della Juventus e per il proprio beneficio. Così continuò la fiaba di questo transfuga del calcio brasiliano, di questo giramondo un po’ filosofo e un po’ picaro. E ci prende già alla gola un che di nostalgia.

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