venerdì 24 luglio 2020

José ALTAFINI


È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete.
Inizia a fare sfracelli giovanissimo, nel Palmeiras: lo chiamano “Mazola” per la somiglianza con il compianto Valentino Mazzola, leader del Grande Torino diventato famoso in una tournée in Brasile molti anni prima.
L’Italia lo nota in un’amichevole tra la Fiorentina e il suo Brasile: il Milan lo intercetta prima dei mondiali in Svezia, che la Seleçao vince incantando: il bomber gioca 3 gare e segna 2 reti, mettendo in luce un fiuto speciale per il gol, tecnica tipicamente brasiliana abbinata a un fisico da sfondatore e a un repertorio pressoché perfetto.
La prima stagione con le strisce rossonere è un tripudio: il giovane carioca, agli ordini di Gipo Viani, realizza la bellezza di 28 reti, regalando il settimo scudetto al club meneghino. Arrivano anche 4 gol in 4 partite di Coppa Italia: il totale è di 32 gol in 36 partite, una media pazzesca per un ventenne, peraltro proveniente da un altro continente.
All’inizio fu dura battere la saudade ma Josè era forte e allegro, e lo aiutò molto l’arrivo in Italia dello zio Angelo Mascheroni. Questa mossa non piacque al burbero Viani, che nel frattempo iniziava a pedinare il bell’Altafini: quando lo beccò in un night milanese, il rapporto divenne invivibile. Altafini si nascose dietro un divanetto, Viani andò via e da allora lo chiamò “Coniglio”, ferendolo nell’orgoglio.
Altafini, che ama la vita, risponde sul campo: lo scudetto è gran parte merito suo, in un telaio impreziosito dalla geniale regia di Liedholm. «Non ero nemmeno ventenne e da quel momento, grazie al Milan, è cambiata la mia vita. Essere rossonero ha voluto dire imparare a essere uomo».
Altafini diventa immediatamente, nel cuore dei tifosi, l’erede del bisonte Nordhal. Segna in tutti i modi, è un uragano spettacolare in campo e fuori dal campo. Un idolo, un fenomeno, un attaccante con i controfiocchi. «È stato amore a prima vista, il Milan ce l’ho nel sangue. Io venivo da un altro mondo e ho incontrato persone stupende: grandi dirigenti, tecnici di grido, un’organizzazione fantastica».
Al secondo anno totalizza 28 gol in 40 partite, ma il Milan arriva solo terzo e in Coppa Campioni è eliminato dal Barcellona.
Il 1961 è anno della svolta: è l’ultima stagione di Liedholm e la prima di Rivera, il Milan arriva secondo ma altri 26 gol di Josè e le sue origini italiane gli valgono la chiamata in azzurro. Debutta nell’ottobre 1961, segnando un gol nel 4-2 in Israele.
Purtroppo i Mondiali in Cile (1962) sono una disfatta e gli oriundi sono fatti fuori: dopo sole 6 gare (con 5 gol), Altafini non può più giocare in Nazionale e, forse, si pente di aver rinunciato al Brasile.
Intanto al Milan continuano i conflitti con Viani, che vorrebbe cacciarlo: ma l’arrivo di Nereo Rocco pone Altafini tra gli intoccabili. «È un coniglio», tuona Viani; «Monade» ribatte Rocco: «El sè xe un gran zogador».
Nereo Rocco, come sempre, ha visto giusto, e il 1961-62 diventa trionfale. Altafini trascina il Milan: ormai temutissimo in tutta Italia, il bomber è un centravanti indomabile che conosce l’area di rigore come pochi.
È furbo, è lesto: ha tecnica e arguzia, rapidità, fiuto, potenza. Nordhal era un bisonte che sfondava le difese con la forza, non aveva un piede di velluto; al tempo stesso, Rivera era un raffinato genio del pallone, ma non possedeva la prestanza di un centravanti vero. Altafini aveva entrambi: spada e fioretto.
Con 22 reti mirabolanti permette al Milan di rivincere lo scudetto e tornare in Coppa dei Campioni. E l’Europa segnerà la consacrazione e l’incoronazione del fuoriclasse di Piracicaba.
I rossoneri si qualificano per la finale di Wembley, avversari del Benfica di Eusebio. In campionato Altafini ha avuto un piccolo calo e per la prima volta in 5 stagioni non ha sfondato il tetto delle 20 marcature, fermandosi a 11.
La finalissima è la notte del riscatto, l’apice di una carriera. Il Milan va sotto e gioca male: nell’intervallo il Paròn scuote l’orgoglio dei suoi («Ciò, Iosè, el ga razon Gipo, ti sè un conejo») e nella ripresa capitan Cesare Maldini si prende l’autorità di cambiare le marcature assegnate ai suoi compagni: le panchine troppo lontane non permettevano l’interagire tra tecnico e giocatori, così il Capitano diventa l’allenatore in campo.
E il Milan si trasforma: trascinato da Altafini, che segna una memorabile doppietta, vince 2-1 e alza la Coppa al cielo, primo euro trionfo di un’italiana. Altafini, con 14 gol, è il capocannoniere della competizione. Per lui sono 31 i centri totali di una stagione indimenticabile. «Senza i crampi sarei andato a segnare anche il terzo gol», disse a fine gara.
Gli porsero i complimenti di Helenio Herrera, e lui guascone come sempre sorrise «Quello sì che se ne intende».
L’amore col Milan è alle stelle: «Al Milan devo tutto. Forse altrove avrei guadagnato di più, ma questa è una società che mi ha permesso di vincere 2 scudetti e una Coppa Campioni, che mi ha insegnato tutto».
Il 1964 si conclude con altre 19 reti (14 in campionato) e la beffa dell’Intercontinentale “regalata” dall’arbitro Brozzi ai brasiliani del Santos. Altafini era sempre più un idolo per la torcida e un killer temutissimo da portieri e difensori. Animale di razza, predone d’area, panzer implacabile.
Il 1964-65 segna però la rottura col Milan: il presidente Riva continuava a rinviare il rinnovo di contratto e Altafini, stufo, scappò in Brasile: «senza contratto non gioco». Si allenava col Palmeiras ma presto gli venne la nostalgia della maglia rossonera, e a Natale mandò una cartolina al Presidente. Viani non si fa intenerire e pone il veto al suo rientro ma Riva si ammorbidisce e ai primi di febbraio Josè è reintegrato in rosa.
Ma il passato non torna: il Milan è primo con 9 punti sull’Inter, ma il fato vuole che il rientro di Altafini coincida con un calo incredibile. Altafini non è più lui e lo scudetto va all’Inter: 54 punti i nerazzurri, 51 il Milan. Per Altafini, solo 3 reti in 12 gare e un addio ormai inevitabile. «Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perché, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa».
La rottura a questo punto è completa, e il bomber brasiliano è per la prima volta messo al mercato. Il Napoli fa follie e acquista Altafini dal Milan e Sivori dalla Juve.
L’inizio è spumeggiante, la coppia dà spettacolo e al primo anno Josè segna 14 gol. L’intesa con Sivori ammalia gli entusiasmi facili del San Paolo: altri 16 gol nel 1967, il bomber è tornato il feroce animale da gol che tutti conoscono. E si ripete anche alla terza stagione, con 13 centri.
L’età avanza, Sivori col tempo inizia a predicare copertine solo per lui e la vita inizia a farsi dura. Altafini gioca un po’ meno e chiude il 1969 con soli 5 gol. L’anno dopo ne fa 8, nel 1971 chiude a 7. Il cannoniere brasiliano sembra in declino e gli propongono un ingaggio “a gettone”: la stagione, con 8 reti, è positiva e, invece di segnare l’ultima tappa della carriera di Altafini, lo rilancia.
Nel 1972, a 34 anni, accetta un altro contratto “part time”, ma nientemeno che dalla Juventus, la rivale di un tempo.
A Napoli è tumulto, a Torino Josè deve fare da balia ai giovani campioni di Madama. La sfida è molto stimolante: la Juventus, che lo prende come panchinaro di lusso per titolari che si chiamano Bettega e Anastasi, vuole bissare lo scudetto numero 14, il primo di Vycpálek, e provare seriamente a vincere la Coppa dei Campioni.
La scommessa di Josè è vinta, il vecchio ragazzo ci sa ancora fare. 23 partite di campionato, intere o spezzoni, e 9; una più di Bettega e Causio, tre più di Anastasi che spesso gli deve lasciare il posto.
«L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire un certo Roberto Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente con la rete del successo realizzata in Juventus-Fiorentina. E da lì, furono rose e fiori».
E goal pesanti, come il 3 dicembre 1972, Juventus che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina (suo il goal decisivo), o il 21 gennaio 1973, Juventus che schioda lo 0-0 con la Roma e resta in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare del goal allo stadio Olimpico, il 20 maggio 1973: Juventus che all’ultima di campionato insegue il Milan a un punto, Juventus che perde al riposo con la Roma, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco l’Altafini che ti aspetti, golletto di testa ed è 1-1, poi ci penserà Cuccureddu al 2-1 che entra nella leggenda.
Altafini è anche re di Coppa, salva la squadra dall’eliminazione Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Újpest il goal della speranza, e poi travolge i britanni del Derby County in semifinale, con due goal e con una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.
L’anno dopo la Juventus non vince nulla, ma le 21 presenze e i 7 goal di Josè, si ripetono puntuali. E nel 1974-75 Josè torna a frequentare la leggenda: a 37 anni, segna 8 goal in 20 partite e, soprattutto, va in goal nella partita-scudetto contro il “suo” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.
Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi.
Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri.
Smette a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, e Josè dà una mano anche ai cugini elvetici. Il Chiasso lo richiama nuovamente nel 1979, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai gol dell’anziano (e ormai sovrappeso) cannoniere. L’ultima recita di un’avventura stellare.
«Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta; quando giocavo nel Milan, mi consideravano tutti un coniglio. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi».


ANDREA PASQUALETTO, CORRIERE.IT DEL 9 GIUGNO 2018
«... io non ho la pensione da calciatore, non sono riuscito a farla. Ho versato solo tre anni di contributi. Quando ero andato a chiedere il riscatto mi avevano chiesto 70 milioni di lire di arretrati e ho detto ciao amici».
E quindi niente pensione? «Ho quella sociale: 700 euro al mese. Diciamo che sono tornato un po’ alle origini. Ma le scarpe ce le ho ancora eh».
Uno pensa che il campione del mondo Altafini, dopo aver giocato con Milan, Napoli e Juve, e dopo i successi televisivi, non debba fare i conti con la fine del mese. «Ascoltami, quando un uomo vive senza mai pensare ai soldi, i soldi non li fa. Ed io ho vissuto così. Non ho mai cercato il denaro. Pensavo solo a divertirmi, in campo e fuori, senza tanti calcoli. Ho molti difetti ma non sono tirchio e nemmeno invidioso dei miliardari. Tra l’altro, non riesco a chiedere i soldi, non l’ho mai fatto. Anche adesso, faccio fatica a dire quanto voglio di cachet per partecipare a un evento. E così ho un cachet bassissimo».
Com’era lo stipendio da calciatore? «Guarda, quello più alto lo prendevo alla Juventus. L’ultimo anno 67 milioni di lire lorde, 42 per cento di tasse, una casa ne costava 100. In Brasile al Palmeiras erano 400 cruzeiro al mese, circa 100 euro».
Altri tempi. «I calciatori non facevano i miliardi e nel mio caso ancora meno perché non avevo quel tipo di testa. Per esempio, quando sono andato a Napoli avevo dimezzato la paga per essere libero di andarmene quando volevo. Per me il calcio è poesia, è Pelé, è Messi, è Garrincha, è Zizinho. Poeti. E quando uno è poeta non pensa al denaro. Se poi è come me, fa anche delle sciocchezze».
Cioè? «Quando sono venuto in Italia a vent’anni chiamato dal Milan, mio zio Angelo ed io abbiamo commesso un errore grandissimo: contratto in cruzeiro brasiliani. Una moneta che in quegli anni si è svalutata tantissimo e così io guadagnavo sempre meno».
Insomma, Altafini è costretto a correre più di prima. «Diciamo che devo lavorare per vivere ma sono contento».
Però l’umore sembra alto, o no? «Io ho un angelo custode, uno spirito guida che mi protegge. Non scherzo eh… É sempre stato così. Fin da piccolo. Mi ha salvato un sacco di volte. Lui mi sveglia tutte le mattine, perché quando dormiamo siamo come morti, ed io lo ringrazio».
Spiritismo? «Io sono cattolico ma credo anche nello spiritismo. In Brasile c’è questo sincretismo. Credo nello spirito guida e nei medium».
Ottant’anni, tempo di bilanci... «Per prima cosa saranno 80 il 24 luglio. E poi io non me ne rendo conto, anzi, me ne sento 40. Non fumo, non bevo, non ho brutti vizi. Prendo ogni tanto un Gratta e vinci, faccio una puntatina a Dieci e lotto. Le emozioni della vita sono amore e gioco».
Donne? «Non mi guardano più».
É stata la vita che voleva? «Sì, una vita bellissima, tutto quello che sognavo mi è capitato. Ho sposato la donna che amavo e fatto il lavoro che desideravo. Anzi, sono andato oltre perché io sognavo di giocare nel Piracicaba in serie A. Mi sembrava tutto facile, tutto regalato. E non stavo tanto lì a guardare orari e diete come fanno adesso. Io ingrassavo ma mi divertivo, soprattutto al Napoli quando lo allenava Pesaola. Con lui in campo si entrava e si usciva ridendo. “E non rientrare prima delle tre di notte”, diceva. Con Rocco il coprifuoco era alle 22. Non mi sono mai piaciuti quelli che ti stanno col fiato sul collo. Tipo Conte adesso, io con lui sarei scappato».
Mai preso pilloline? «Come no. Prima dell’antidoping le squadre davano le pastigliette. Roba leggera però, tipo quelle per stare svegli e aumentare le prestazioni. Come prendere 5 o 6 caffè».
Il più grande rimpianto? «Il soprannome Mazola, che mi hanno dato in Brasile perché assomigliavo a Valentino Mazzola. Mi ha segnato la vita. Perché quando sono venuto in Italia chiaramente non potevo essere Mazola e sono diventato Altafini e la gente faceva confusione. Non dovevo accettare quel nome. Io dovevo chiamarmi Zezo, come mi chiamava mia mamma, quello era il nome giusto».
La tivù ha deciso di metterla in panchina. Come mai? «Eh! Sono arrivati in Sky dei personaggi che mi facevano la guerra per prendere il mio posto ed io ho detto tanti saluti, amici. In Italia a volte viene premiata la raccomandazione e non la competenza. E poi mettono i giovani che urlano senza fantasia. Quando li sento abbasso il volume. Io ho inventato il manuale del calcio, il golasso...».
La gioia e il dolore più grandi della sua vita? «Gioie tante, non saprei, i Mondiali, le coppe, i figli, mia moglie... Il dolore quando è morto il mio cane 2-3 anni fa. Una tristezza e un dolore incredibile...».
Per moglie intende la seconda, Annamaria, con cui vive, giusto? Che era sposata con il suo compagno di squadra Barison. Un po’ come Icardi con Wanda Nara... «Questa storia di Barison la devo raccontare bene una volta per tutte. Eravamo compagni di squadra e amici al Milan e poi al Napoli. Quando è scoccata la scintilla, i nostri matrimoni, che già traballavano all’epoca del Milan, erano praticamente finiti. Io stavo ancora con Eleana, che avevo sposato a 17 anni in Brasile e mi ha dato due figlie. Con Anna siamo ancora insieme. Voglio dire, è stata una cosa seria, non un tradimento. Come Icardi, lui l’ha sposata e hanno pure dei figli, cavolo».
Se non avesse avuto i piedi buoni cosa avrebbe fatto? «Forse il meccanico. Quando ho iniziato a giocare con il Club Atletico Piracicaba stavo ancora studiando in una scuola di avviamento professionale. Odiavo la scuola. E comunque anche quando ci andavo ho sempre un po’ lavorato: dal barbiere, in una fabbrica di bibite, di mobili, dal macellaio, in una lavanderia e aiutante meccanico. Dai sette anni ho sempre lavorato perché così chiedeva mio papà Gioacchino, operaio in uno zuccherificio. Lui non voleva che giocassi a pallone. Però devo dire che poi ha cambiato idea».
Quando? «Quando ho avuto un po’ di soldi, a 18 anni, e ho comprato una casa dove ho fatto entrare anche lui e mia mamma».
Torna mai in Brasile? «Sì, ho lì due figlie e sei nipoti. L’ultima volta che sono andato ho organizzato anche una rimpatriata di vecchi amici. Non lo farò mai più: una tristezza, una cosa incredibile: uno senza denti, un altro storto, non riuscivano a parlare, a comunicare. Ho detto basta, chiuso».
Ma si sente più italiano e brasiliano? «Difficile dire. Le mie origini sono italiane. Mio nonno era di Giacciano con Baruchella, Rovigo. Mia nonna di Trento, Caldonazzo. Quando non ci sarò più voglio le ceneri sul Po, così arrivano in Polesine ed io torno da dove sono venuto, alle mie radici».

In collaborazione col sito "Storie di calcio"

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