domenica 29 settembre 2013

AVEVAMO LE PISTOLE

NICOLA CALZARETTA, “GS” FEBBRAIO 2010
Lazio 1973/74. Squadra leggendaria, ma non solo per il primo scudetto della storia, anche per le guerre nello spogliatoio e la passione per le armi: «Da una parte Chinaglia e Wilson, dall’altra noi. Le partitelle erano una caccia all’uomo», ricorda il terzino Luigi Martini.
Giornata di sole tiepido. In cielo nuvole bianche e basse a rimarcare l’inverno da poco iniziato. Come da ordini superiori, togliamo le scarpe per salire sulla “Araich”, una bellissima barca a vela ormeggiata nel goalfo alle pendici del Monte Argentario. A bordo, l’attuale presidente dell’Ena, nonché comandante dell’Alitalia, Luigi Martini. Sessant’anni, un passato da deputato di Alleanza Nazionale e, soprattutto, da terzino sinistro della Lazio Campione d’Italia nel 1974.

Un periodo storico di laceranti scontri sociali e di forti contraddizioni. L’Italia trema sotto i colpi del terrorismo: Il clima è pesante, tra crisi petrolifere e targhe alterne. Il calcio è la valvola di sfogo ai pensieri quotidiani. Ma anche dentro il pallone tante sono le storie e le vicende contraddittorie. Con la Lazio di Martini, Chinaglia, Wilson e di Re Cecconi a recitare una parte da protagonista della follia applicata al calcio. Quella squadra ha rappresentato un fenomeno unico e irripetibile nella storia dello sport. Il perfetto compimento, su un campo, del teorema caro ad Aldo Moro delle convergenze parallele.
Da dove partiamo presidente? «Dal 12 maggio 1974, giorno del trionfo. Penultima giornata di campionato. Noi abbiamo tre punti sulla Juventus. All’Olimpico giochiamo con il Foggia, che lotta per non retrocedere. Partita vera. Già negli spogliatoi sentiamo che lo stadio trema. La gente ci chiama, un fragore assordante».
Sensazioni? «All’ingresso in campo rimasi senza fiato. Ma per tutto il primo tempo non riuscimmo a segnare. Questo mentre la Juve stava vincendo 1-0 contro la Fiorentina. Ci serviva solo un goal».
Che arriva su rigore di Chinaglia al 60’. (ride) «Sa dov’ero io quando abbiamo segnato?».
No. «Sdraiato sul lettino negli spogliatoi, con una spalla fratturata. Mi ero fatto male dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo ed ero stato sostituito da Polentes. Uno dei massaggiatori che mi aveva accompagnato nello spogliatoio, a un certo punto mi chiese: “Ti fa male?’’. Dissi: “Da morire”. “Allora stai qui e non ti muovere. Io torno a vedere la partita”. Mi lasciò solo. Questo per farle capire che guazzabuglio di anime era quella Lazio».
Nessuno le disse nulla del goal? «Non ce n’è stato bisogno. Pareva che venissero giù i muri dal boato. Un’emozione fortissima, nonostante il dolore. Andai all’ospedale. Dato che ero ancora con maglietta e pantaloncini, chiesi al massaggiatore di prendermi i vestiti, ma lui, nella confusione prese le scarpe dì Pulici. L’ho saputo quando ho visto stranamente Felice all’ospedale».
Pensava fosse venuto per lei? «Lì per lì gli dico: “Caspita, sei l’unico che è venuto a trovarmi”. E lui: “Veramente sono venuto a prendermi le scarpe, adesso torno a festeggiare”. Ed andò via».
Una roba da non credere. «Normalità. per, quella Lazio una cosa assolutamente normale».
Ma c’erano davvero due gruppi distinti che si odiavano? «Chiariamo subito una cosa. L’odio non c’era. C’era una rivalità feroce, questo sì. Per il resto é tutto vero: la squadra era veramente divisa in due clan separati, con propri spogliatoi e magazziniere. Questo dal lunedì al sabato. Poi la domenica succedeva qualcosa di straordinario: bastava indossare la maglia biancoceleste per mettere da parte ogni contrasto. In campo uniti per la vittoria. Poi, finita la partita, tutto tornava normale».
Scommetto che Pulici non facesse parte del suo gruppo. (ride) «Direi proprio di no».
Come eravate divisi? «Da un lato c’erano Chinaglia, Wilson, Pulici, Oddi e Facco. Io e Re Cecconi stavamo dall’altra con Frustalupi, Garlaschelli e Nanni».
Perché tutto questo? «Gente dalla personalità spiccata. Nessuno voleva abbassare la testa. Fu naturale poi che si creassero degli schieramenti opposti tra quelli che avevano certe affinità. Due anime nello stesso corpo che si fondevano magicamente quando si giocava per la vittoria».
Nel 1971 quando arrivò alla Lazio, c’era già questa situazione? «No. La scissione vera e propria avvenne più avanti e fu provocata anche da me. La Lazio mi prese che era appena retrocessa dalla A. Ci volle poco, però, a capire che in quella squadra i padroni fossero Chinaglia e Wilson. Ed a me questo non piaceva per niente. Oltretutto Giorgio aveva la brutta abitudine di mortificare i più deboli. Non lo faceva per cattiveria, ma non andava bene».
Cosa facevano i due boss? «Diciamo meglio: cosa avrebbero voluto fare. Intanto la formazione. Poi decidere se e quando andare in ritiro. Era stata la realtà fino alla stagione precedente, quando in panchina c’era Lorenzo. Ma nel 1971/72 le cose iniziarono a girare in modo diverso. Anche perché ad allenare la squadra fu chiamato Tommaso Maestrelli».
Che ricordi ha di lui? «Alla Lazio siamo arrivati insieme. Per me era il primo vero salto di qualità della carriera. Ero partito bimbo con la Lucchese in D, poi il Siena in C e nel 1969 il Livorno in B. A ventidue anni arrivare alla Lazio fu salire un altro gradino dei sogni. Era appena retrocessa, ma l’obiettivo era tornare subito in A».
Con Maestrelli quando vi siete conosciuti? «Il giorno delle visite mediche. Ci misi mezza mattinata per trovare la strada giusta. Appena mi vide, mi chiamò da parte per parlarmi. Ho sentito subito un calore inusuale ed ho avuto la percezione che mi stavo trovando di fronte ad una persona fuori del comune. Maestrelli era magnetico».
Aveva mai incontrato persone di quel calibro? «Mi era successo solo una volta, con Armando Picchi che ho avuto il primo anno al Livorno. Un allenatore dall’immenso carisma e dalla grande carica umana. Avrebbe fatto una bellissima carriera se il destino non gli avesse tarpato le ali ancora giovane».
Torniamo a Maestrelli. «Da persona di raffinata intelligenza, per prima cosa capì che Chinaglia andava seguito come un bambino. Giorgio aveva bisogno di una guida, di qualcuno che lo gestisse. Aveva una grande instabilità emotiva. In più si poneva obiettivi altissimi, perdendo di vista i passaggi intermedi. Ma i tifosi erano dalla sua parte e gli perdonavano tutto».
Maestrelli che cosa fece? «Aveva un metodo infallibile, che usava con tutti. Un invito a mangiare a casa sua. Quando c’era qualche problema, scattava l’invito a cena. Chinaglia fu praticamente adottato da lui. Due, tre volte 1a settimana Giorgio era ospite di casa Maestrelli. Con la sua capacità persuasiva, convinse anche me a trasformarmi da mediano in terzino sinistro. Lui ti osservava, ti scrutava, riusciva a cavarti fuori il problema. E noi eravamo veramente dei tipi problematici».
La stagione finisce, la Lazio torna in Serie A. La campagna acquisti porta Luciano Re Cecconi. «Avevamo fatto il servizio militare insieme. Diventammo subito amici, frequentandoci anche fuori. Un legame vero e sincero che ha di fatto esasperato la rottura interna con l’altra fronda. L’anno dopo si viveva da separati in casa. Io ed il Cecco da un lato, Chinaglia e Wilson dall’altro».
E Maestrelli? «Dimostrò ancora una volta il suo spessore umano. Aveva capito che quella era la nostra vera forza. La divisione era la molla che ci portava la domenica a non averne per nessuno. Maestrelli seppe gestire meravigliosamente un caso difficile da spiegare con la ragione».
Ci proviamo? «Se non avessimo vinto lo scudetto, forse non saremmo qui a fare l’intervista. Voglio dire che la particolarità di quella squadra era proprio la sua illogicità. Una chimica originalissima con l’obiettivo della vittoria a fare da legame saldissimo quando si andava in campo».
Mi risulta, però, che Chinaglia tentasse comunque di fare la formazione. «E Maestrelli gli lasciava credere che fosse proprio così. La storia era questa: un lunedì sì e l’altro pure Giorgio andava a pranzo dal Mister chiedendo che la successiva partita uno tra me e Re Cecconi restasse fuori. Maestrelli annuiva».
E poi cosa succedeva? «Il giorno dopo Maestrelli veniva da me e mi faceva: “Domenica stai fuori, hai bisogno di riposare”. Ma era tutta una farsa. Di vero c’era che mi diceva di stare calmo durante la partitella, di lasciare respirare Chinaglia che aveva bisogno di sfogarsi».
È vero che durante le partitelle vi picchiavate di brutto? «Verissimo. Le partite d’allenamento erano le nostre vere gare. Duravano anche due ore. C’erano sempre 1.000/2.000 persone a vederci. Ovviamente i due clan giocavano uno contro l’altro. Senza esclusione di colpi».
Chi arbitrava? «Maestrelli. Solo lui poteva farlo. E più di una volta ha dovuto fischiare la fine prima del tempo perché gli animi erano troppo accesi. Eravamo avversari veramente, ci mettevamo cattiveria. Poi, però, la domenica succedeva un’altra cosa incredibile. Se Chinaglia subiva un fallo o veniva colpito, partivo io per difenderlo, piuttosto che uno del suo clan. Lo stesso a parti invertite. Era un’altra delle nostre caratteristiche. Uno spirito di squadra che ci legava».
E che esaltava il pubblico, giusto? «Giustissimo. Credo che la qualità eccezionale di quella squadra fosse la capacità di trasmettere agli 80.000 dell’Olimpico ciò che aveva dentro. Con i tifosi c’era una simbiosi perfetta. Il massimo si raggiungeva pochi minuti prima dell’ingresso. Io partivo da sinistra e facevo un allungo in diagonale verso la parte opposta del campo. Chinaglia tirava fortissimo e Pulici si scansava fingendo di avere paura. Garlaschelli faceva un paio di finte a vuoto. Nanni dava il pallone a Chinaglia che lo rimproverava perché sbagliava a dosare il passaggio. Due, tre minuti così e poi via con la partita. Carichi come molle».
Immagino che per qualunque avversarlo fosse dura mettervi in difficoltà. «Era la nostra forza. Avevamo fame. Solo una volta sbagliammo l’approccio alla gara. Successe in casa contro il Verona. Alla fine del primo tempo si perdeva 2-1. Quella volta Maestrelli fece un capolavoro. Appena l’arbitro fischiò, lui ci precedette e si mise davanti alla porta dello spogliatoio. Se avessimo superato quella soglia, ci saremmo scannati. Ci ordinò di tornare in campo».
E voi? «Eseguimmo l’ordine. Tornammo in campo ed ognuno prese la sua posizione, mentre il pubblico, che all’inizio non capiva, dopo qualche secondo iniziò a incitarci. Sempre più forte. Mai provata una sensazione così. Avevamo il sangue agli occhi. Vincemmo 4-2».
Diciamolo: una gabbia di matti. «Dei tipi originali, con passioni e grandi sogni, magari non tutti conciliabili con il calcio. Ma erano anche altri tempi. La Serie A era un torneo da bar solo più organizzato. Non c’erano manager, procuratori. Il nostro era sicuramente un gruppo sopra le righe. Ne erano attratti tutti, dal dottor Ziaco, professionista ineccepibile, a Padre Lisandrini, assistente spirituale che scriveva i discorsi al Papa. Ma chi era letteralmente innamorato di noi era Umberto Lenzini, il presidente. Tornava bambino, si divertiva. Avrebbe fatto di tutto per lanciarsi con il paracadute insieme a me e Re Cecconi».
Già, può spiegare questa passione per il paracadutismo? «I paracadutisti sono volontari. Il corpo deve avere numeri minimi. Quando non li raggiungono, chiamano i civili. E per questo organizzano corsi. Per tre mesi ho studiato ed ho preso il brevetto».
E Re Cecconi, come lo convinse? «Mi disse: “Se lo fai te, lo faccio anch’io”. Ci siamo lanciati diverse volte insieme, sempre da aerei militari. Lenzini, invece che multarci, ci incoraggiava. Potevamo romperci una gamba, ma lui era stregato dalla follia».
A proposito di follie, quanto c’è di vero della Lazio pistolera? «Quasi tutto. Io avevo il porto d’armi e andavo regolarmente a tirare al poligono di Tor di Quinto. Il primo a portare una pistola in ritiro, però, fu Petrelli».
Una pistola in ritiro: e perché? «Ci si annoiava. Noi andavamo in un motel sull’Aurelia, in mezzo ai campi. Petrelli non amava giocare a carte. Così una volta si presentò con una calibro 22. Bastò quello perché alcuni di noi lo seguissero. Allora spuntarono Berette, Winchester, carabine. Un arsenale. Mettevamo dei barattoli sul retro dell’albergo e si sparava».
E Maestrelli sapeva? «Il Mister aveva paura. Si affidava a me che avevo esperienza nel maneggiare le armi. Il guaio è che dopo un po’ il tiro a segno ci venne a noia. Così inventammo un percorso di guerra per il cosiddetto “tiro dinamico”, con sagome che spuntavano dai cespugli ed obiettivi mobili. Ci divertivamo come matti».
Finché arrivarono i carabinieri. «Ed abbiamo smesso. Fecero qualche tiro con noi, poi però, ci mostrarono un proiettile acciaccato che era stato ritrovato in uno stabile che si trovava sul lato opposto al motel. Poteva scattare una denuncia. Decidemmo di finirla lì».
Era la Lazio fascista. «Fascista quella Lazio? Ma se Maestrelli aveva fatto il Partigiano. In pochi eravamo politicamente schierati. Petrelli era di destra, io votavo MSI. Wilson stava con la DC. Chinaglia con nessuno. E Re Cecconi si interessava poco di politica. Si è voluto forzare la mano equivocando con la tradizione laziale e con il fatto che avevamo le pistole».
Con Sollier andavate giù duro. (ride) «Lui entrava in campo con il pugno alzato e noi lo mazzolavamo. Ma faceva parte del gioco. La gente capiva e si divertiva. Altri tempi. Oggi c’è troppa omologazione. Uno come Cassano fa paura, da quasi fastidio».
Altri personaggi che ha incontrato in carriera? «Concetto Lo Bello. E la storia merita di essere raccontata. Campionato 1972/73, all’Olimpico si gioca Lazio-Milan. Prima della gara un nostro dirigente viene nello spogliatoio e dice che Lo Bello vuole fare la chiamata. Strano. Lo Bello entra nello spogliatoio, ma pretende che rimangano solo i giocatori e Maestrelli. Poi ci dice: “Oggi voglio vedere l’abatino piangere”».
Perché? «Perché Rivera lo aveva fregato tempo prima, scippandogli un rigore. In campo non dico che trattamento gli abbiamo riservato. Ricordo che Rocco dalla panchina a un certo punto mi urlò: “Facile così”. Io allargai le braccia indicando l’arbitro».
E Rivera? «Gliel’ho detta io trent’anni dopo in Parlamento. E lui si è veramente stupito».
Gennaio è il mese in cui morì il suo amico Luciano Re Cecconi. Che ricordo conserva di lui? «Sono tutti belli ed ancora forti. La verità sulla morte di Luciano non è quella emersa nel processo. Sono passati trentatre anni, ma mi fa arrabbiare che Luciano sia passato da ingenuo. Non c’è stato nessuno scherzo, Luciano non ha mai pronunciato nessuna frase».
Ma cosa ha indotto un uomo a premere il grilletto? «Pioveva. Luciano era insieme a Ghedin. Si stavano riparando camminando raso muro, con il bavero del giubbotto alzato e le mani in tasca. Erano col profumiere Giorgio Fraticcioli che doveva consegnare dei prodotti al gioielliere Tabocchini. Fraticcioli è entrato per primo, Luciano e Ghedin dietro di lui. Il gioielliere ha pensato che fossero dei rapinatori. Già tempo prima aveva subito delle rapine. Luciano non ha mai aperto bocca, ma l’altro, preso dal panico, ha sparato a bruciapelo al petto».

5 commenti:

emilio ha detto...

Dalla fine degli anni sessanta alla metà degli anni settanta ho vissuto un periodo bellissimo (il più bello della mia vita? forse)sotto molti punti di vista; ho conosciuto quella che sarebbe stata mia moglie ed ancora lo è (avremmo avuto tre figli), mi sono laureato ed ho cominciato a lavorare, mi sono "goduto" molte partite della Lazio al "Flaminio" (con il "Gaucio"; che acclamavamo sempre, ma che dopo 10 minuti era disfatto con la "panza" a penzoloni).
Poi ho iniziato a seguire gli allenamenti della Lazio, quella storica, a Tor di Quinto.
Erano altri tempi effettivamente; le tute dei giocatori di cotone "sdrucito", noi attaccati alla rete di recinzione del campo, i colori in bianco e nero (così li ricordo, in bianco e nero, come le bellissime foto da me fatte, sviluppate e stampate, di garlaschelli, rececconi, chinaglia, frustalupi, maesterelli e di tutti gli altri, che conservo gelosamente.
Con mia moglie non abbiamo perso neanche una partita all'Olimpico e molte le abbiamo seguite in trasferta; il Lazio-Milan del 1973, sotto la pioggia, con un gol annullato a Rivera (gol regolare) e l'espulsione del grande Nereo, sono ancora davanti ai miei occhi; la rimonta con il Verona è stata esaltante; il giorno di lazio foggia lo ricordo per le mille bandiere biaco-azzurre sventolanti (mai più visto uno spettacolo del genere); l'immagine di Maestrelli campione d'Italia è il simbolo di una umanità unica.
Purtroppo tutto è poi finito troppo in fretta.
Comunque il poster di quella Lazio(pulici, petrelli, martini, Wilson, oddi, nanni, garlaschelli, rececconi, chinaglia, frustalupi, d'amico) è appesa nel mio studio medico, lì resterà finché camperò ed è il ricordo sportivo più bello della mia vita. Emilio D'Ammando

Stefano ha detto...

Grazie, Emilio, di questa splendida testimonianza

De De ha detto...

Tutto bello, tutto vero. Peccato che, quella famosa partita del 1973, fu la prima che vidi allo stadio. Avevo sei anni, simpatizzavo per il Milan. Capii subito quale truffa fosse il calcio. E, da subito, smisi di vederlo.

Emilio d'ammando ha detto...

questa e la rubrica dei ricordi, la rubrica del "cuore"; mi dispiacerebbe veramente se lei, sig. De De, non avesse più seguito il calcio; si sarebbe perso le partite e le stagioni del grande Milan di Sacchi, la squadra più forte del mondo, di tutti i tempi.
Quei grandi giocatori (Baresi, Maldini, Tassotti, Costacurta, Ancelotti, Donadoni, Rijkaard, Gullit, Van Basten, ecc.), guidati da Arrigo Sacchi, hanno strabiliato il mondo intero, con il loro gioco, apparentemente così semplice e naturale, ma in realtà così geniale ed incontenibile.
Con mio figlio (quello milanista; allora, come ora) abbiamo seguito credo tutte le partite di quella squadra, trasecolando per la bellezza e l'eleganza che quei campioni sapevano esprimere su qualsiasi campo di calcio. Un saluto, Emilio D'Ammando

De De ha detto...

Emilio, intanto buon giorno.
Mi riavvicinai timidamente al mondo del pallone proprio in quegli anni, ebbi la fortuna di fare il militare a Milano nell'anno del primo scudetto di Sacchi. In effetti, c'era spettacolo, c'era divertimento.
Poi, ci furono il petardo a Tancredi, E, poco dopo, la sceneggiata della monetina ad Alemao. No, molto meglio lo sport vero.