lunedì 6 maggio 2013

George AITKEN

UMBERTO MAGGIOLI, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1966
Mister George Aitken era un gentleman molto simpatico, e sapeva a fondo il suo mestiere di tecnico calcistico. Era scozzese, nato ad Edimburgo come quasi tutti gli Aitken di Scozia; aveva giocato con buon successo nei Rangers, da mezzala e mediano laterale. Oltre che buon giocatore e ottimo tecnico di football era anche un quasi campione di golf: non bisogna dimenticare, infatti, che quello del golf e del football sono i giochi nazionali scozzesi. Alla Juventus rimase poco: una sola stagione, ma si potrebbe pero ugualmente affermare che una certa impronta della sua opera con i bianconeri rimase anche dopo il suo esonero.
Ma bisogna spiegare il perché, prendendola, purtroppo, molto alla larga. Spieghiamo:  come tutti sanno nel 1925 era avvenuta nelle regole del football una grande riforma: precisamente quella del fuorigioco: l’alto consesso dell’ “International Board” aveva in detto anno variato la regola, portandola da 3 a 2 giocatori. Ciò aveva prodotto un mezzo terremoto nei rendimenti delle squadre, anche delle più forti e celebri: l’Arsenal, ad esempio, cominciò ad incassare lunghe serie di goal, tanto da ritrovarsi quasi sull’orlo della retrocessione.
Il General Manager del club, che era quell’autentico  mago dal no me di Herbert Chapman, diede allora ascolto ai consigli di un suo giocatore, altra eccelsa mente calcistica, Charles Buchan, detto familiarmente Charlie,  mezzo sinistro e centravanti dei “Gunners”, che soffia alle orecchie del suo direttore tecnico una proposta: quella di assumersi l’incarico dello svolgimento di una nuova tattica di gioco. Lui avrebbe cominciato a fare la spola sul terreno: avanti ed indietro, per sollevare le fatiche e le responsabilità della mediana. Il “mediocentro”, che nell’Arsenal era allora Butler, avrebbe dovuto soltanto incaricarsi della sorveglianza del centravanti avversario. Si cominciò ed andò bene.
Chapman volle allora che il medesimo gioco del suo Charlie lo svolgesse anche l’altro interno, e tutto andò meglio: l’Arsenal non vinse il campionato di Lega, ma ottenne comunque una buona classifica.
Da quanto abbiamo sopra detto tutti capiranno che fu allora che nacque quella tattica di gioco che comunemente venne poi definita “Sistema”. Mister Aitken conosceva a fondo tale tattica e la fece svolgere agli elementi della squadra che in quel momento allenava: il Cannes. L’avvocato Edoardo Agnelli, che frequentava assiduamente la Riviera, lo conobbe laggiù e ne apprezzò le chiare doti di tecnico del calcio, tanto che pensò di chiamarlo a Torino e di affidargli la direzione dell’undici.
Aitken, bisogna dolorosamente ammetterlo non trovò nell’ambiente della società e della squadra, troppi incoraggiamenti. Aveva la completa stima del Presidente, ma non quella di alcuni altri membri della Direzione: alcuni semplici orecchianti di tecnica, altri troppo arretrati di mentalità calcistica che non li faceva favorevoli alle innovazioni che il nuovo allenatore intendeva applicare. Anche parecchi giocatori non gli furono favorevoli e non lo assecondarono: anzitutto furono i terzini che non intendevano mettersi a giocare in una maniera in cui non avevano mai operato.
Pensando alle quasi sostanziali differenze che corrono tra le due tattiche cosiddette del Metodo, sino allora seguite, e quelle del Sistema che veniva dall’Inghilterra e che Mister Aitken intendeva applicare nella Juventus si capisce facilmente l’ostracismo che gli uomini dell’estrema difesa bianconera iniziarono contro il nuovo allenatore, aiutati, come accennato, da qualche elemento della Direzione che li spalleggiava. Prima i terzini aspettavano l’avversario, o la palla, dopo l’attento controllo e gli interventi di due mediani laterali quali Varglien I e Bigatto prima e Varglien I e Bertolini poi. Con Mister Aitken bisognava sudare, correre dietro alle ali avversarie in fuga, ostacolarle, toglier loro, se possibile, il pallone, rinviarlo al reparto avanzato nella migliore maniera possibile. Quasi non ne vollero sapere.
Così Aitken, venuto all’inizio della stagione 1929, lavorò a fondo senza ottenere risultati apprezzabili. Quel campionato, che fu il primo torneo nazionale giocato a girone unico vide ottenere dai bianconeri un risultato onorevole: quello del terzo posto, con 45 punti, dietro l’Ambrosiana, con 50  vincitrice del titolo ed il Genoa, con 48. Così lo scozzese Mister Aitken dovette far fagotto e tornarsene sulla Costa Azzurra a fare l’istruttore e giocatore di golf, lasciando peraltro a Torino tanti amici che lo avevano capito e stimato.
Quale tecnico calcistico lo scozzese era assai profondo, non soltanto nell’insegnare le nuove tattiche di gioco ma anche nella preparazione dei giocatori. Fu lui che importò da noi le modalità del perfetto allenamento all’inglese, che faceva preparare i suoi giocatori con il cosiddetto “Giro all’inglese”, alternando corsa, marcia e tempi di respirazione,che furono i preliminari del cosiddetto “Interval training” tanto usato in Inghilterra e nei paesi più evoluti calcisticamente. Il Mister era tipo veramente ameno: serio ed allegro secondo le circostanze, cordialissimo ed umano sempre.
Si sforzava di far eseguire i suoi ordini e di attenersi ai suoi insegnamenti; quando incontrava difficoltà sapeva rimproverare, senza mai offendere. Preferiva magari ricorrere ad una battuta di spirito per far comprendere ciò che richiedeva dai suoi calciatori. A qualcuno che non si applicava eccessivamente nella preparazione e nel gioco diceva magari scherzosamente: «Miei cari, io giocando come voi saprei essere calciatore fino a sessant’anni!»
Quando arrivò a Torino aveva superato la quarantina ma anche sul terreno non restava troppo indietro ai suoi allievi: quale mezzala di spola e come mediano laterale si faceva rispettare da tutto e brillava spesso partecipando agli allenamenti non come istruttore ma come elemento di squadra.
Giocò una memorabile partita in una amichevole internazionale contro l’undici argentino dello Sportivo Barracas di Buenos Aires che era in tournée, e che venne sconfitto sul rettangolo di via Filadelfia dalla Juventus per 6-1.
Aveva la battuta pronta e cordiale, con tutti. Degli arbitri non parlava mai, per non compromettersi; e così anche delle intemperanze del pubblico sui campi avversari. Una volta tornò dalla Costa Azzurra, dove con la Juventus si era recato per una breve serie di partite amichevoli, mostrando un vistoso cerotto sulla fronte. Gli chiedemmo: «Cosa mai le è accaduto, Mister? Cosa è che lo ha ferito?»
«Pomodori», ci rispose. Ed alla nostra dichiarazione di meraviglia, aggiunse: «Però erano dentro una scatola!»
Mister Aitken era fatto così: ottimo tecnico calcistico, uomo cordiale e gioviale. Aveva il carattere degli innovatori: i quali raramente hanno fortuna.
Però, a pensarci bene, viene magari il sospetto che nella folgorante serie di vittorie che seguirono la sua partenza la Juventus doveva una certa dose di riconoscenza anche a questo simpaticissimo scozzese che in casa bianconera non era stato subito compreso e seguito.

Nessun commento: