giovedì 5 ottobre 2017

Mauro Germán CAMORANESI


Nasce in Argentina, a Tandil, il 4 ottobre 1976. Muove i primi passi nelle giovanili del Gymnasia Y Esgrima, in Argentina. Sigla il suo primo contratto da professionista in Messico nel Santos Laguna (1996-97). Condizionato da un problema a una caviglia, fa un provino in Cile con i Santiago Wanderers senza buon esito, per poi firmare un accordo con i Montevideo Wanderers. Con i Bohemios gioca solo alcune partite di Primera División Uruguaya in quanto, dopo aver subito dieci giornate di squalifica per un pestone a un arbitro, è costretto a interrompere l’esperienza. Dopo una parentesi in patria nella stagione 1997-98 al Banfield, torna in Messico ingaggiato dal Cruz Azul, squadra nella quale mette in risalto le sue doti offensive, realizzando trentadue reti in settantotto partite.
Ciò attira l’attenzione degli osservatori del calcio italiano: nell’estate del 2000, è acquistato in comproprietà dal Verona. Con la nuova maglia esordisce in Serie A il 22 ottobre 2000, nella gara vinta contro la Lazio e si fa subito conoscere, proponendosi come uno dei protagonisti del campionato della squadra veneta, che si salva dopo lo spareggio con la Reggina. A livello personale, in quella stagione realizza quattro goal, di cui uno alla Juventus, in ventidue presenze di campionato: «Il mio ringraziamento va ad Attilio Perotti. È stato un personaggio fondamentale per la mia carriera, con me ha usato rispetto e pazienza e gran parte del mio rendimento a Verona lo devo a lui. Una grande persona, al di là del tecnico comunque molto valido».
Nella stagione 2001-02, nonostante il Verona retroceda in Serie B, continua a dimostrare ottime doti tecniche attirando l’attenzione degli osservatori della Juventus, che lo acquista in comproprietà per quattro milioni di Euro nell’estate del 2002 per sostituire l’infortunato Zambrotta, dopo che gli scaligeri hanno riscattato l’intero cartellino dal Cruz Azul.
A Torino, sotto la guida tecnica di Marcello Lippi, si guadagna subito un posto da titolare; nonostante a Verona fosse schierato come punta esterna, il tecnico viareggino lo piazza sulla fascia destra, valorizzando le grandi doti tecniche e il suo dribbling secco. Disputa, tra campionato e coppe, quarantacinque partite, mettendo a segno quattro reti e vincendo il suo primo scudetto. Purtroppo, la grande delusione arriva dalla finale di Champions League di Manchester. Pavel Nedved, autentico trascinatore della Juventus di quegli anni, è squalificato e Lippi decide di schierare Mauro al suo posto, come trequartista. La prestazione dell’argentino è deludente e la “Coppa dalle grandi orecchie” è vinta dal Milan. Al termine della stagione è riscattata la seconda metà del cartellino per 4,5 milioni di Euro e diventa totalmente di proprietà bianconera.
Affermatosi come uno dei migliori centrocampisti di fascia del campionato italiano, è, tuttavia, ignorato dallo staff tecnico della Nazionale argentina. Così, grazie alla legge che attribuisce la cittadinanza italiana a chi abbia almeno un ascendente italiano, diventa a tutti gli effetti cittadino italiano e si mette a disposizione del Commissario Tecnico Trapattoni che, nel 2003, lo convoca in Nazionale, quasi quarant’anni dopo il brasiliano Angelo Benedicto Sormani, l’ultimo oriundo a vestire la maglia azzurra.
Dopo il suo inserimento nel gruppo è convocato per l’Europeo 2004 in Portogallo: «La Nazionale argentina non è mai stata una priorità per me. Sono state dette bugie, ma la verità è che Trapattoni mi ha chiamato prima di Bielsa, tutto qui. Non ho mai fatto follie per giocare con la Nazionale argentina, però sono sicuro che avrei potuto giocare tranquillamente in quella squadra. Del resto, c’erano tanti con i piedi quadrati. O no?»
Nonostante il suo carattere non certo pacato e i numerosi addii ventilati nelle stagioni a seguire, rimane un punto fermo della squadra torinese e il 14 ottobre 2005 prolunga il suo contratto fino al 2009. Con la Juventus conquista altri due scudetti nel 2004-05 e nel 2005-06, giocando ottimi campionati.
In azzurro continua a garantire un ottimo rendimento che gli vale la fiducia da Marcello Lippi, diventato Commissario Tecnico nel 2004. Fa parte della squadra che ha vinto il Mondiale 2006 in Germania, giocando stabilmente titolare sulla fascia destra. Nonostante la grandissima soddisfazione del titolo iridato, Camoranesi non evita di lanciare alcune frecciate: «È da tre anni che mi rompono con la storia dell’inno italiano, fanno la solita domanda per provocarmi. Dio mio, i giornalisti italiani. Inizialmente rispondevo che da dieci anni non canto l’inno argentino, figuriamoci quello italiano. Ma loro mi stuzzicano per farmi dire cose che non voglia. Adesso va meglio, anche se le critiche ci sono sempre, perché altrimenti non avrebbero niente da scrivere. Ma il primo anno volevano ferirmi, su questo non ho dubbi».
Ma la gioia per aver vinto la Coppa del Mondo è enorme: «Materialmente, ho le due magliette della finale incorniciate e dedicate a Leandro e Augustin, i miei figli. L’immagine che ricordo di più è invece l’ingresso in campo, con la Coppa sul tavolo e al mio fianco, tra gli avversari, tre amici come Trézéguet, Thuram e Vieira. E a fine partita, nella gioia della vittoria, sono andato a consolare sul campo i miei compagni sconfitti. C’è una grande distanza tra la felicità e lo sconforto, tra il vincitore e il vinto. Ho voluto testimoniare la mia presenza perché sapevo, per esserci passato, che quelli sono momenti bruttissimi.
La notte prima della partita con la Francia è stata agitatissima. Non dormiva nessuno, tutti in piedi fino alle tre a camminare per i corridoi dell’hotel. A un certo punto entro nella stanza di Ferrara che mi dice: “Sono al telefono con Diego” ed io gli rispondo: “Salutamelo, digli che voglio parlargli” e me ne vado, pensando a uno dei soliti scherzi di Ciro. Dieci minuti dopo lo vedo con il telefonino in mano e me lo passa. “Stai tranquillo che domani diventi Campione del Mondo, dormi sereno” Era Maradona, non ci potevo credere. Io Diego non lo conoscevo, non gli avevo neanche mai parlato. È stata una delle emozioni più grandi che abbia provato».
Nella stagione 2006-07, nonostante la retrocessione in serie B, rimane nella squadra bianconera, nonostante le tante voci di mercato e le sue richieste di cessione, alternando grandi prestazioni, condite da quattro segnature, a prove deludenti: «Non volevo restare, ma non mi hanno lasciato andare. Ero d’accordo con il Lione, ma sono stato obbligato a restare. Ho trent’anni e sto giocando in B, diciamo che non è proprio quello che sognavo a questo punto della carriera. C’è una cosa buona, almeno. Abbiamo tutte le domeniche libere».
Dopo numerose vicissitudini durante le quali sembra imminente il suo addio alla squadra bianconera, il 10 luglio 2007, prolunga il suo contratto fino al 2010. Nella nuova stagione in Serie A, riesce a piazzare grandi prestazioni, in particolare al Sant’Elia contro il Cagliari, davanti al pubblico juventino dell’Olimpico di Torino contro il Milan e contro l’Inter in cui sigla il goal del pareggio. Spesso, però, è costretto a giocare solo poche partite, condizionato enormemente dagli infortuni. Rientra in campo dopo un lungo stop causato dalla lesione del retto femorale alla fine di gennaio 2008 in Coppa Italia contro l’Inter, partita in cui viene anche espulso pochi minuti dopo l’ingresso in campo. Il 22 marzo si prende una bella rivincita, siglando uno dei due goal con cui la Juventus vince al Meazza contro i neroazzurri. Termina la sua sesta stagione in bianconero con ventidue presenze e cinque reti.
All’inizio della stagione 2008-09 prolunga di un anno il suo contratto ed è vittima di diversi infortuni: dopo la sconfitta con il Palermo del 5 ottobre, si procura una lesione di primo grado al bicipite femorale della coscia destra e ritorna pienamente disponibile solo a novembre inoltrato. Gioca la prima partita da titolare dopo lo stop il 29 novembre nella vittoria 4-0 sulla Reggina, gara in cui si procura un nuovo infortunio dopo soli quattro minuti (lussazione acromion claveare destra di primo grado). Nonostante questo, rimane in campo fino al termine del primo tempo e realizza il goal del vantaggio bianconero, sua prima rete stagionale.
È considerato un punto fermo nella Nazionale anche sotto la gestione di Roberto Donadoni, che lo convoca per l’Europeo 2008. Con Lippi, tornato alla guida degli azzurri dopo l’esonero dell’ex giocatore milanista, prende parte alla Confederati on Cup 2009 in Sudafrica, dove l’Italia è eliminata nel primo turno. Il 10 ottobre 2009 segna uno dei due goal decisivi nel match con l’Irlanda (2-2) che regalano la qualificazione diretta ai Mondiali 2010 in Sudafrica.
Nella stagione successiva, con l’arrivo di Ferrara al posto di Ranieri, è impiegato spesso come esterno nel rombo di centrocampo, in modo da favorire l’inserimento del trequartista brasiliano Diego, e le sue prestazioni tornano quasi a quelle degli anni migliori, aiutato anche da un’ottima resistenza fisica. Realizza il suo primo goal stagionale il 28 ottobre 2009 contro la Sampdoria (5-1) su assist di Giovinco. In Champions League, nel quarto turno della fase a gironi, realizza contro il Maccabi Haifa il goal della vittoria juventina dopo una bella azione corale costruita da Diego e Cáceres. Pochi giorni dopo realizza a Bergamo contro l’Atalanta (5-2) la sua seconda doppietta in Serie A.
Il primo giugno 2010 è selezionato per il Mondiale 2010 in Sudafrica, dove scende in campo nel corso delle prime due partite degli azzurri. Nella storia della Nazionale italiana è l’oriundo con più presenze, a quota cinquantacinque. È il settimo oriundo e unico nel dopoguerra ad aver vinto un Campionato del Mondo con la maglia azzurra (per gli altri bisogna risalire ai Campionati del Mondo 1934 e 1938), quando lo avevano vinto Anfilogino Guarisi, Attilio Demaria, Enrique Guaita, Luis Monti, Raimundo Orsi e Michele Andreolo.
Il 31 agosto 2010, non rientrando nei piani del neo allenatore juventino Delneri, è ceduto a titolo definitivo allo Stoccarda, in Germania: «Sono felice di essere qui. Lo staff tecnico e i giocatori mi hanno subito accolto alla grande. Sono sicuro che starò molto bene qui. Ci sono alcuni giocatori che ho conosciuto ai mondiali del 2010 e poi c’è Cristian Molinaro, che è stato mio compagno alla Juventus. Lo Stoccarda è una grande squadra e il fatto che io sia arrivato come rinforzo è una grande cosa. Fisicamente mi sento molto bene, mi alleno dal 18 luglio e sono a disposizione del Mister. Questo per me era il momento giusto per lasciare la Juve. Sono contento di aver colto quest’opportunità. La Bundesliga è cresciuta moltissimo negli ultimi anni e sempre più grandi calciatori scelgono di venire a giocare qui. Avevo altre offerte, ma lo Stoccarda aveva la precedenza».
I suoi numeri: 286 presenze e trentuno reti, tre scudetti e due Supercoppe Italiane. Cifre che lo pongono, senza ombra di dubbio, nell’elenco delle migliori ali destre della storia bianconera.

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