lunedì 29 febbraio 2016

Antonio CANDREVA

Centrocampista completo, dotato di corsa, grinta e spirito di sacrificio, che lo rendono utile anche in fase di copertura. In possesso di una buona tecnica individuale e un buon dribbling, abile nel fornire cross precisi dalla fascia per i compagni in area. Dotato di un tiro potente, è in grado di contribuire in fase offensiva, grazie alle sue capacità nelle conclusioni dalla distanza con entrambi i piedi. Con queste credenziali Antonio Candreva giunge a Torino da Udine, nel cosiddetto mercato di riparazione del gennaio 2010. È in prestito, con diritto di riscatto a favore dei bianconeri piemontesi. «È una grande emozione essere alla Juventus – confessa il giorno della presentazione – ieri sono arrivato a Torino e ho firmato il contratto, questa mattina sono stato in sede e adesso non vedo l’ora di iniziare questa nuova avventura. In famiglia sono tutti emozionati. Ho incontrato Ferrara, che mi ha fatto un grosso in bocca al lupo, e ora tocca a me dimostrare di meritare questa maglia, confermando in questi sei mesi quanto di buono fatto sinora».
Il cammino della “Vecchia Signora” è costellato da mille difficoltà. Ferrara viene esonerato, al suo posto arriva Zaccheroni che stravede per lui: «Candreva sta crescendo partita dopo partita – dice il tecnico bianconero – All’inizio ha giocato sempre da centrocampista puro, per necessità. In futuro potrà diventare anche un centrocampista basso, un giocatore che può arrivare a dettare i tempi di gioco davanti alla difesa. Oggi come oggi il meglio lo dà sicuramente nella trequarti. È un giocatore qualitativo, ma nello stesso tempo dinamico: non ce ne sono tanti con queste caratteristiche». Anche Antonio è contento: «Il ruolo che preferisco? Quello di trequartista, vicino a Diego mi trovo bene. Le critiche? Sapevo che sarebbe stata dura all’inizio, giocare nella Juve è un onore e un sogno».
Le cose non vanno meglio con il tecnico romagnolo e la Juventus non riesce a far meglio del settimo posto. Candreva scende in campo per una ventina di volte, realizza due reti, di cui una splendida nel rocambolesco pareggio per 3-3 contro il Siena. La società vorrebbe riscattarlo, ma il prezzo fissato dal patron Pozzo è troppo alto e al buon Antonio non resta che riprendere la via di Udine. Per sua fortuna, avrà modo in futuro di dimostrare le sue grandi qualità.


GIULIO SALA, “HURRÁ JUVENTUS” APRILE 2010
Antonio Candreva è arrivato alla Juventus il 20 gennaio scorso: dopo appena tre giorni faceva il suo esordio in bianconero, contro la Roma, e dopo otto giocava la sua prima partita da titolare, contro l’Inter in Coppa Italia. Il 21 febbraio a Bologna era già tempo di festeggiare il suo battesimo del goal, in A e nella Juve. Il 14 marzo concedeva il bis contro il Siena. Insomma, il suo impatto in bianconero è stato quello di un bulldozer. Da uno così, ti aspetteresti un atteggiamento spavaldo, ai limiti della strafottenza. Ed è qui che Candreva ti spiazza: perché se le sue qualità in campo sono sotto gli occhi di tutti, fuori dal rettangolo verde scopri un personaggio inatteso. Un ragazzo dal sorriso buono e dai modi così garbati che potrebbero essere scambiati per timidezza, mentre è solo buona educazione.
Maria Antonietta e Marcello, i suoi genitori, hanno davvero fatto un lavoro egregio e ora Antonio può raccoglierne i frutti: grazie al suo modo di porsi è subito riuscito a farsi ben volere da tutti e questo, quando si affronta una sfida tanto imponente come il doversi meritare la conferma nella Juventus, è un primo importante passo verso il successo: «È grazie a loro se sono cresciuto così e poi ha contato anche l’esperienza lontano da casa: a quattordici anni sono andato in convitto a Terni e stare a contatto con tanti ragazzi, di diverse regioni, mi ha aiutato a crescere più in fretta».
Già, la Ternana è stata il tuo trampolino di lancio. «Sì, dagli otto ai tredici anni ho giocato nella Lodigiani. Poi il presidente Longarini acquistò la Ternana e volle portarvi alcuni ragazzi da Roma. I dirigenti parlarono con mio padre e gli manifestarono il loro interesse per me. I miei genitori mi spiegarono cosa mi aspettava, mi ricordarono che mi sarebbero comunque stati vicini, ma lasciarono a me la decisione finale. Io mi sentivo pronto per questa esperienza e accettai subito con entusiasmo».
Parlaci di quegli anni. «Inizialmente non è stato facile, c’erano ragazzi che si conoscevano già da qualche anno. Dopo un po’ riuscii a inserirmi bene, pur avendo cambiato scuola, abitudini, compagnie. Fu una bella avventura, anche perché ero circondato da coetanei che non mi hanno mai fatto avvertire la lontananza da casa. Ricordo che c’era un unico televisore e lo guardavamo tutti insieme. La famiglia non mi è mai mancata, eravamo una trentina di ragazzi ed era come vivere con tanti fratelli nella stessa casa. Qualcuno dei miei compagni di allora ce l’ha anche fatta a proseguire la carriera, ad esempio Perna, che gioca ancora nella Ternana, o Pacilli, che era nell’Avellino l’anno scorso».
In Serie A però ci sei arrivato solo tu e anche piuttosto in fretta, visto che da Terni sei passato a Udine. «Avevo vent’anni, avevo giocato in B e in C1 con la Ternana e, alla scadenza del contratto, mi accordai con l’Udinese. In famiglia erano entusiasti ed io più di loro: arrivare in una società di Serie A, con tanti ottimi calciatori, è stato bellissimo. Mi allenavo con gente come Di Natale, D’Agostino, Inler. Giocatori che fino a pochi giorni prima vedevo solo in televisione. Dal punto di vista umano fu un’esperienza estremamente positiva. Non altrettanto sotto il profilo calcistico. Ricordo l’esordio in Serie A contro l’Inter: una sensazione meravigliosa, che mi porterò dentro sempre, ma non dimenticherò mai le difficoltà di quei mesi. Non giocavo mai e per questo non mi sentivo bene. Anche i periodi meno felici però aiutano a crescere».
A Livorno è andata decisamente meglio. «Oh sì. In Toscana sono stato benissimo per un anno e mezzo. Abbiamo conquistato la promozione ed è stata un’emozione unica perché non aveva mai centrato un obiettivo così importante».
In questa stagione però, dopo l’arrivo di Cosmi, hai avuto qualche difficoltà. «Non ho avuto nessun problema con lui, semplicemente giocavo meno. Sono comunque sempre rimasto sereno, dentro e fuori dal campo, anzi non posso che ringraziare tutti, compagni e allenatore, per avermi dato fiducia e per la possibilità di giocare in Serie A che mi è stata offerta».
Ricapitolando: Ternana, Udinese, Livorno. A ventitré anni è già un bel bagaglio di esperienze, senza dimenticare le Nazionali giovanili e l’Olimpiade a Pechino. «Un’avventura fantastica: ero partito come ventitreesimo giocatore, ma prima dell’inizio dei Giochi si infortunò Rocchi e così rientrai nella rosa. Il primo ricordo che torna in mente è quello del gran caldo e dell’umidità, ma anche la vita nel Villaggio Olimpico: mangiare insieme alla mensa, dormire nella stessa palazzina con altri ragazzi, tutti campionissimi di altre discipline».
Che rapporto avevate con gli altri atleti? «Beh, ripensandoci forse noi calciatori non eravamo visti troppo di buon occhio. D’altra parte è comprensibile: ci sono ragazzi che si allenano duramente per quattro anni per quel momento, poi magari in gara non riescono a rendere e perdono l’occasione di vincere una medaglia. Noi invece abbiamo tante partite e la possibilità di rifarci subito, senza considerare le diverse soddisfazioni economiche».
Torniamo al presente e al tuo arrivo in bianconero. Quando hai iniziato a capire che saresti potuto approdare alla Juve? «Circa una settimana prima del trasferimento. Giusto il tempo che le società parlassero della mia situazione e trovassero l’accordo. Spinelli mi fece i complimenti e mi disse che era contento per me. Con lui ho sempre avuto un ottimo rapporto e devo ringraziarlo perché non so in quanti, al suo posto, mi avrebbero permesso di venire alla Juve a stagione in corso».
Un grande salto, da Terni a Udine, lo avevi già compiuto. Si può paragonare a quello che ti ha portato da Livorno a Torino? «Assolutamente no, è stata proprio tutta un’altra cosa. Conoscere questi campioni, da Buffon in avanti, allenarsi con loro, giocare al loro fianco è indescrivibile. L’emozione più forte l’ho provata il primo giorno a Vinovo, una volta varcato il cancello. Avevo il cuore in gola e non è una frase fatta. Arrivare in uno dei club più importanti del mondo, dopo sei mesi del mio primo campionato in Serie A è stato fantastico».
Sei arrivato alla Juventus in prestito fino a giugno. Avverti mai il peso di dover meritare questa maglia? «In effetti sono venuto qui anche per imparare e sinceramente non penso al futuro, neanche a quello più immediato. Vivo questa situazione giorno per giorno, cercando, quando ne ho la possibilità, di dare il massimo per dimostrare di essere un giocatore da Juve. A fine stagione poi si tireranno le somme».

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