martedì 1 marzo 2016

DIEGO

Veste la maglia con il numero ventotto e debutta ufficialmente con i bianconeri il 23 agosto 2009, alla prima giornata di campionato, contro il Chievo, fornendo l’assist per il goal decisivo di Iaquinta. Segna i suoi primi goal in maglia bianconera in Roma-Juventus del 30 agosto. Si ripete contro l’Atalanta, il Bologna e la Fiorentina. È inserito nella lista dei candidati per il Pallone d’Oro, ed anche in quella per il Fifa World Player insieme a Buffon. Debutta in Coppa Italia il 13 gennaio 2010, in occasione degli ottavi di finale, in Juventus-Napoli, vinta 3-0 dai bianconeri, in cui segna il goal di apertura. Realizza anche la rete del momentaneo vantaggio della Juventus sull’Inter, nei quarti di finale di Coppa Italia.
Nonostante questi numeri, la stagione di Diego Ribas da Cunha è ampiamente negativa. Si dimostra un giocatore dalle grandi qualità tecniche, ma poco adattabile al calcio italiano. Infatti, le sue giocate sono spesso in orizzontali e sono rare le verticalizzazioni per i compagni smarcati in profondità. In più, dimostra di essere tutt’altro che un leader, difettando di personalità. Non sono rare le occasioni nelle quali, vicino alla porta avversaria, preferisce passare la palla a un compagno, anziché tirare in rete. Certo, la stagione disastrosa della Juventus non lo aiuta, ma nonostante sia spesso messo in condizione di giocare secondo il suo istinto, non è mai in grado di prendere per mano la squadra e condurla alla vittoria. Anzi, un suo rigore fallito contro il Bari, è un segnale quasi di resa. Possiamo dire che il vero Diego lo si è visto nelle prime tre partite di campionato: troppo poco per un giocatore considerato uno dei più forti del mondo (pagato quasi 25 milioni di euro) e che avrebbe dovuto far fare il salto di qualità alla Juventus.
Così, con l’arrivo di Delneri (che con il suo 4-4-2 non prevede l’utilizzo del trequartista), il 27 agosto 2010, la Juventus comunica di aver perfezionato l’accordo con il Wolfsburg per la cessione a titolo definitivo di Diego. «Se ho fallito alla Juve? Ho pagato io per tutti – dirà tempo dopo – in Europa puoi avere alti e bassi, anche a seconda di dove giochi. Alla Juventus, avevo più responsabilità degli altri, difatti era la Juve di Diego, anche per via del contratto, di quanto ero costato. Ho giocato tanto, come titolare e non era affatto male. Ma mancavano i risultati e allora si guardava all’investimento fatto con me. Non siamo stati in grado di vincere, di ambire alla Champions. Il tifoso italiano è “fanatico” e molto esigente Lo prendo come un periodo che mi è servito per crescere».


ENRICA TARCHI, “HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 2009
Per qualcuno il suo nome ha cominciato a essere più di un titolo di giornale la sera del 9 dicembre. Al Weserstadion di Bremen, il Werder batte l’Inter, facendo vacillare le certezze europee dei neroazzurri e garantendosi la qualificazione in Champions League. Diego Ribas da Cunha non segna, ma gioca come sa. Passano pochi mesi e la curiosità degli juventini cresce con l’aumentare dei titoli dei giornali, sempre più insistenti su un possibile futuro bianconero del ragazzo di Riberão Preto. Il 18 febbraio, il Werder incrocia sulla sua strada europea l’altra milanese. Diego segna, ma la qualificazione al turno successivo arriva otto giorni dopo, a San Siro: un 2-2 in cui il giovanotto disegna palloni perfetti per Pizarro, che soffoca le ambizioni del Milan. Una partita, quella di Diego, che convince i tifosi della Juventus. I dirigenti, invece, non avevano già dubbi. Nei quarti di Uefa, infine, l’incrocio con l’Udinese. Tra il 9 e il 16 aprile va in scena il gran finale della personale sfida di Diego contro le italiane: due doppiette che rendono felici i tifosi del Werder tanto quanto i dirigenti della Juventus, oramai vicini a finalizzare l’accordo con il giocatore.
Il contratto, firmato poco più di un mese dopo (il 26 maggio), e arrivato al termine di un negoziato complesso, durante il quale Blanc e Secco hanno dovuto vincere la concorrenza di altri grandi club. D’altronde, Diego è un fenomeno, uno di quei giocatori che fanno impazzire il pubblico con giocate di alta qualità e classe. Una star sul terreno di gioco, a cui fa da contraltare un atteggiamento da ragazzo semplice fuori dal campo. Non il classico duro, ma un ragazzo che parla tanto di vittoria, ma anche di “carinho” (affetto), quello di cui ha bisogno nel suo rapporto con il pubblico, che, più lo coccola, più gli dà la carica per continuare a essere quello che è: il giocatore che fa la differenza, l’asso imprevedibile dal quale ti puoi aspettare giocate spettacolari, pennellate per i compagni e goal d’autore.
Campione nel suo paese a soli diciassette anni, età in cui già vantava le prime convocazioni nella Nazionale brasiliana, ha vissuto una parentesi vittoriosa, ma con qualche ombra a titolo personale, in Portogallo, prima di essere adottato dalla Bundesliga dove ha raccolto successi, consensi e “carinho”, appunto. E in Italia, alla Juventus, è convinto che sarà ancora meglio, perché, da quello che gli hanno raccontato, la passione per il calcio si avvicina molto a quella che si respira nel suo paese d'origine.
Da tanto tempo si parla di Diego alla Juventus. «Sono passati più di due anni da quando ho percepito che la Juventus era interessata a me. Infatti, da allora ho cominciato a seguire con più interesse le vicende del club, a documentarmi. Sapere che una delle società storiche del calcio mondiale è interessata a te, ti riempie di orgoglio e ti dà motivazioni ancora maggiori».
Conoscevi già qualcuno alla Juventus?  «L’unico giocatore che ho conosciuto della Juventus è il mio connazionale Amauri, ma solo via telefono. Ci hanno messi in contatto amici comuni e grazie a lui ho cominciato a entrare nel clima bianconero. Mi ha raccontato tante belle cose. Ora sono impaziente di incontrarlo anche di persona. Per il resto è un mondo tutto nuovo».
Che differenza hai riscontrato tra i campionati in cui hai giocato (brasiliano, portoghese e tedesco)? Quale ti si adattava di più? «Sono brasiliano e porto con me le caratteristiche tipiche del calcio del mio paese, cioè un calcio libero, allegro e creativo. Il Portogallo ha qualcosa del calcio brasiliano, forse anche per la vicinanza culturale dei due paesi, ma è più condizionato dalla tecnica europea. In Germania è un gioco più serio, tecnico e di forza. Ho imparato ad adattarmi a tutti i campionati in cui ho giocato, quindi sono sicuro che mi troverò a mio agio anche in Italia, dove le squadre giocano molto chiuse e c’è bisogno di creatività per arrivare al goal».
Cosa ne pensi del campionato italiano? «Lo ammiro molto, è uno dei più importanti del mondo e lo seguo fin da quando vivevo in Brasile. Giocarci è la realizzazione di un sogno, lo stesso che hanno tanti ragazzini del mio paese che oggi seguono la mia carriera. Sono felice, motivato e non vedo l’ora di andare in campo con la maglia della Juventus».
Torniamo alla Germania, dove nel 2007 sei stato nominato miglior giocatore dell’anno. «È stata una bella soddisfazione, come lo è stato vedere un mio goal premiato come il migliore della stagione. Tra l’altro quello è anche il mio goal preferito in assoluto, al momento, ovviamente! Si tratta di una rete segnata da sessanta metri, non è proprio una cosa da tutti i giorni. Fu contro l’Alemannia Aachen».
C’è qualche altro ricordo piacevole che ti lega al Werder? «Moltissimi. Se rimaniamo in tema di goal, quello fatto al Bayern, nel primo confronto a cui ho partecipato. In questa caso lo ricordo soprattutto per l’importanza della partita. Poi i successi ottenuti e il modo in cui mi hanno fatto diventare un idolo, anche per i bambini».
Avevi un soprannome? «Quello che ricordo più volentieri è il primo, proprio appena arrivato: Werderdona, un mix tra Werder e Maradona! Poi mi piace ricordarne anche di più semplici, come Super Diego e Diego Show. Come vedete, non dimentico nulla, perché in Germania ho vissuto tre anni bellissimi, fondamentali anche per la mia carriera».
Che effetto ti ha fatto sentirti paragonato a Maradona? «È sempre piacevole essere paragonato a un giocatore che ha fatto cose straordinarie, anche se come paragone mi è sembrato un po’ inusuale, vista la rivalità non solo sportiva che esiste tra il mio paese e l’Argentina».
Dal clima del tuo paese alla Germania, passando per il Portogallo. Ti eri ambientato con facilità? «Sì, anche se l’inverno effettivamente è molto rigido e ammetto che per un brasiliano non è facile. Io pensavo solo a giocare e mi sono trovato subito bene perché vivevo in un ottimo ambiente, dove sono sempre stato trattato bene e messo a mio agio. Sentivo l’affetto delle persone con cui lavoravo e con cui avevo a che fare».
La famiglia era al tuo fianco? «Vivevo da solo, ma ho una famiglia molto numerosa, composta da mamma, papà, due sorelle e un nipotino. Diciamo che ogni quindici giorni c’era sempre qualcuno con me, compresa la mia fidanzata».
A parte la consacrazione avvenuta in Germania, quando hai iniziato a diventare un idolo dei tifosi? «Nel Santos, perché ho iniziato a giocare in prima squadra a sedici anni e a diciassette ho vinto il mio primo titolo e conquistato la maglia della Nazionale».
Preferisci essere apprezzato per i tuoi goal per la capacità di creare gioco? «Per tutte e due! (sorride) Sono un centrocampista con caratteristiche offensive, mi piace orchestrare il gioco, attaccare e cercare la via del goal. Penso che una caratteristica dei giocatori brasiliani sia proprio giocare in modo creativo. Se a questa sommi una buona preparazione fisica e tattica, far goal e vincere hai raggiunto l’obiettivo».
Parliamo della tua esperienza al Porto. «Il primo anno è andato tutto bene, abbiamo anche vinto la Coppa Intercontinentale. Poi ho avuto alcuni problemi con l’allenatore, per tre mesi ho giocato poco, e sono partito: destinazione Werder».
E lì c’è stata la tua rinascita. «Non la chiamerei così, piuttosto una buona opportunità per tornare a dimostrare le mie qualità, nelle quali io stesso credevo e che anche il pubblico conosceva. Purtroppo, come capita a tanti giocatori, si può non essere apprezzati da qualcuno e in questi casi è meglio cambiare».
A proposito di buone opportunità, eccone una: la Juventus. «E che opportunità! Sono qui per vincere, sicuro che questa squadra, formata da giocatori di qualità, ha tutte le carte in regola per farlo. Noi punteremo a vincere, a “ganhar”, in tutte le competizioni».


ANDREA DE BENEDETTI, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 2010
C’erano una volta i brasiliani malati di nostalgia. Li vedevi aggirarsi sperduti per il campo, lo sguardo proteso verso un orizzonte che poteva sembrare la porta avversaria ma era il Corcovado, Ipanema, Copacabana. Se qualcuno, in quei momenti, gli avesse fatto ascoltare una canzone di Toquinho, probabilmente si sarebbero persino messi a piangere. Ne abbiamo avuti tanti, nel nostro campionato, di brasiliani così, anche se il più famoso, quello che li riassumeva tutti, era un’invenzione cinematografica: il leggendario Aristoteles reso immortale dall’ “Allenatore nel pallone” di Lino Banfi. Il tempo, galantuomo e paziente, ha consumato, però l’antico cliché e i brasiliani di oggi sono quasi sempre uomini di mondo disinvolti e a proprio agio in qualunque contesto. Diego, poi, ha oramai contaminato il suo sangue carioca con uno spirito autenticamente europeo. Portoghese in Portogallo, tedesco in Germania, italiano in Italia, non c’è quasi nulla (a cominciare dalla lingua, che parla già perfettamente) che possa tradirne le origini. Forse solo il talento. Che però, fino adesso, si è visto solo a sprazzi. Dì la verità: ti aspettavi che fosse tutto così difficile? «Non saprei. Di sicuro non mi aspettavo di vivere momenti duri come quelli per cui siamo passati».
L’impressione è che non se lo aspettasse nessuno. «Proprio così. Non me lo aspettavo io, non se lo aspettavano i compagni, non se lo aspettavano i tifosi. La qualità dei giocatori è altissima. Ripeto: non l’avrei mai detto».
A livello personale qualcosa poteva andare per un altro verso? «Un po’ di difficoltà all’inizio sono inevitabili, ma a quanto pare il problema più grosso non erano i singoli. Era l’insieme».
Ripensandoci a distanza di qualche mese, ti sei mai chiesto se la doppietta alla Roma abbia creato troppe aspettative su di te? «Niente affatto. Segnare è sempre una cosa buona, dovunque e contro chiunque. Io, poi, sono cosciente delle mie qualità e non è certo un goal in più o in meno che può far cambiare il giudizio sulle mie capacità».
In questi mesi molti esperti sono accorsi al capezzale della Juve fornendo la loro personale interpretazione della crisi. Vista da dentro, che cosa non ha funzionato? «Difficile dirlo con precisione. Probabilmente non abbiamo lavorato abbastanza come squadra. Non si può dire che non ci abbiamo provato, però non ci abbiamo provato insieme. La cosa strana è che fuori dal campo siamo un gruppo ben affiatato».
Ma dovete imparare a stare altrettanto bene in campo. «Proprio così. Il materiale di partenza è buono, ma non abbiamo ancora trovato la colla giusta».
Quanto ha giocato la fretta di vincere qualcosa a tutti i costi? «Penso sia impossibile giocare nella Juventus senza avere la vittoria come obiettivo. Il club, i giocatori, le strutture: tutto quanto, qui, trasuda storia e ambizioni. Noi giocatori dobbiamo essere preparati per affrontare queste responsabilità e dimostrarci all’altezza delle aspettative che la gente ha verso di noi. E sai un’altra cosa? Credo che siano proprio queste responsabilità che ti aiutano a diventare un giocatore migliore. Finché non arrivi in una società come questa non te ne rendi conto fino in fondo».
Se lo dici a un tifoso, però, quello ti risponde che a rendere migliore un giocatore sono le vittorie...
«Certo, e ha ragione lui. Quando vinci vedi tutto positivo e giochi anche meglio».
Un bilancio spassionato del tuo rendimento fino a oggi. «Io so di poter fare di meglio, come tutto il resto della squadra, però, anche se non si è notato, il mio rendimento è cresciuto. Nella maggior parte degli ultimi goal che abbiamo segnato ci ho messo in qualche modo lo zampino. Poi mi rendo conto che questo non è il momento per fare il bilancio di quello che va. Adesso bisogna concentrarsi sulle cose che non funzionano».
La collocazione tattica può averti penalizzato? «Non direi. Sto giocando nel ruolo in cui mi aspettavo di giocare. Con Ciro, qualche volta, ho fatto l’esterno in situazioni di emergenza, ma anche lui mi ha quasi sempre impiegato nella mia posizione preferita».
E la situazione personale? «Quella proprio no. Il gruppo che ho trovato è fantastico e i compagni sono tutti molto disponibili. Mi sono sentito a mio agio fin da subito».
Con chi, in particolare? «Con tutti. Con Cannavaro mi siedo sempre vicino a tavola. Ma vado d’accordissimo anche con Brazzo, Momo, Gigi, Alex. È facile capirsi con gente così».
Hai citato Alex: che rapporto hai col capitano? «Alex è un amico e soprattutto un esempio».
Al Werder sembravi più felice. Non mi dirai che un brasiliano come te può sentire “saudade” per la Germania? «Macché. Anzi, più passa il tempo più mi convinco di aver preso la decisione giusta venendo qui a Torino. Avevo sempre desiderato giocare alla Juve, ma dopo averla conosciuta dall’interno sono rimasto ancora più impressionato dalla sua grandezza. Davvero: non mi manca nulla».
I risultati, forse. «Sì, ma solo quello. Sono abituato a vincere e qui vorrei riuscire a fare altrettanto».
C’è un messaggio positivo che puoi ricavare da questi mesi? «Sì: che prima o poi le cose cambieranno e cominceremo a vincere. Tutte le mattine guardo in faccia i compagni e so che sarà così. Abbiamo voglia di spaccare il mondo e lo spaccheremo. Adesso va così, ma troveremo una soluzione».
Il futuro comincia dalla prossima partita o dalla prossima stagione? «Dalla prossima partita, ovviamente. Possiamo ancora raggiungere dei traguardi in questa stagione e, anche se non dovessimo vincere trofei, dobbiamo sfruttare questi mesi per gettare le basi per l’anno prossimo».
La crisi della Juve non aiuta la tua causa mondiale. «La Nazionale mi manca, inutile negarlo, ma per riconquistarla devo cominciare a fare bene qui. Ho giocato tante volte nella “Seleçao”, Dunga mi conosce bene, so com’è bello farne parte e comunque vada rimarrà sempre un obiettivo della mia carriera. Esserne fuori in questo momento comunque non mi demotiva. Anzi, mi stimola a trovare una soluzione per tornarci».
Negli spot di cui sei protagonista sorridi molto. Sorridi anche nella vita di tutti i giorni. «Sì, sorridere mi piace. Credo che aiuti a risolvere molti problemi. E poi ho molti motivi per sorridere: ho la salute, faccio il lavoro che mi piace, gioco nella Juventus, ho una famiglia fantastica che mi aspetta tutti i giorni a casa. Davvero non ho motivi per essere triste».
Vita di un brasiliano a Torino: svolgimento. «Nulla di particolare. Io sono una persona che si adatta facilmente. Qui sto bene, Torino mi piace molto. Se proprio devo trovarle un difetto, avrei preferito un inverno un po’ meno freddo».
Una volta si diceva che Torino era una città brutta per viverci, ma perfetta per fare il calciatore. E adesso? «Non è affatto brutta per viverci. È una città piccola, senza troppo traffico e con dei dintorni stupendi. In un’ora sei in Francia, in un’altra ora sei al mare. Io poi vivo a Moncalieri, che è tranquillissima».
Un luogo e un cibo di Torino da consigliare. «Il Lungo Po. Mi piace camminare lungo il fiume. Quanto al mangiare, non saprei. Sono di bocca buona».
Quando esci la sera dove vai? «Al ristorante, oppure in centro con la famiglia, ma passo anche tanto tempo in casa».
Con i compagni esci spesso? «Sì, spesso».
Qual è la prima cosa a cui pensi quando ti alzi? «Io ho una fede profonda, la prima cosa che faccio al mattino è ringraziare Dio per la vita che mi ha dato».
E l’ultima a cui pensi prima di addormentarti? «Nulla di particolare. Ripasso com’è stata la giornata».
E questa giornata com’è stata fino adesso? «Bellissima. Mi sono svegliato bene, c’è il sole, ci siamo allenati bene. Non posso chiedere di meglio».

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