sabato 12 novembre 2016

Alessandro BIRINDELLI

Nasce a Pisa, il 12 novembre 1974. Inizia a giocare a calcio all’età di otto anni nella squadra del San Frediano, piccolo centro della provincia di Pisa, come esterno offensivo. Cresce nelle giovanili dell’Empoli e, ben presto, è convocato dalla prima squadra; arretra la sua posizione in campo, diventando terzino destro. In Toscana disputa cinque campionati, ottenendo due promozioni consecutive, sotto la guida di Luciano Spalletti, dalla C1 alla B nel 1995-96 e dalla B alla A la stagione successiva, segnalandosi come uno dei migliori giocatori della serie cadetta: «La mia storia inizia a San Frediano, un paese in provincia di Pisa. Mi piaceva il judo e, per un po’, ho praticato entrambi. Poi, ho dovuto scegliere ed ho continuato con il calcio a Empoli, dove ho seguito la trafila delle giovanili, fino alla prima squadra.
È stata una vita molto dura. La mattina alle sette prendevo il treno per Pisa, portandomi libri e borsa da calcio. Una volta arrivato, mi infilavo di corsa nel parcheggio custodito per le bici, come tutti i pendolari. Pagavo mensilmente, oramai conoscevo chi mi teneva la roba da allenamento fino al pomeriggio. Alle tredici uscivo da scuola e avevo venti minuti per attraversare la città, lasciare il mio mezzo di trasporto e riprendere il treno. A Empoli, c’era mia madre che mi aspettava, con due panini pomodoro e mozzarella, poi via a giocare. L’ho fatto per tanti anni. Tornavo a casa distrutto, mai prima delle sette di sera. E dovevo ancora aprire i libri!  Al terzo anno ho smesso; studiavo presso l’Istituto Professionale per il Commercio, ma ho dovuto scegliere».
Nell’estate del 1997, è proprio Spalletti a segnalarlo a Marcello Lippi che lo porta alla Juventus, squadra di cui è anche tifoso. Prima di presentarsi a Torino, ottiene la promozione con l’Empoli in Serie A e vince i Giochi del Mediterraneo, con l’Under 23 allenata da Marco Tardelli. «Quando sono arrivato qui, non pensavo di rimanere così tanto. Per me, tifoso juventino fin da bambino, era la realizzazione di un sogno. All’inizio, la speranza era quella di fare bene e di conquistare un posto da titolare. Venivo dalla Serie B ed è stato un crescendo continuo».
Il primo campionato con la maglia bianconera è molto positivo; Biri, infatti, conquista immediatamente il posto da titolare e, con quarantasette presenze e due goal, partecipa attivamente alla conquista dello scudetto e della Supercoppa Italiana. «Ricorderò sempre il primo giorno di ritiro. Lippi disse a noi giovani che c’erano delle gerarchie da rispettare, ma che ci sarebbe stato spazio per tutti. Vinsi subito la Supercoppa Italiana contro il Vicenza ed esordii, segnando un goal, in Champions League, contro il Feyenoord. Ma la cosa più importante è che mi resi conto che c’era fiducia nei miei confronti. Tutti i miei compagni mi fecero sentire come se fossi stato con loro da sempre. Questa è stata, e sarà sempre, una prerogativa di questo spogliatoio».
Nella stagione 1998-99 Alessandro, nonostante il deludente campionato della Juventus, totalizza trentasei presenze e due reti, ottenendo la fiducia nel neo allenatore bianconero Ancelotti. Nelle stagioni successive, nonostante perda il posto da titolare, tutti gli allenatori juventini lo confermano e lo apprezzano, ammirandone la rapidità e la capacità di mantenere la forma anche giocando saltuariamente. Biri ottiene anche grandi soddisfazioni personali, come nella Champions League 2002-03; infatti, il suo goal contro il Deportivo La Coruña, realizzato con un destro sotto l’incrocio dei pali da una trentina di metri, è ricordato come uno dei più bei goal da fuori area della storia del calcio: «A livello personale, il ricordo più bello è stato il goal a La Coruña. Ma ce ne furono altri, come il cross per il goal di Zalayeta a Barcellona o la semifinale contro il Real Madrid, in un Delle Alpi ma così pieno di entusiasmo. Purtroppo, quell’annata si concluse con la delusione di Manchester, nonostante l’emozione di poter calciare e realizzare uno dei rigori. Fu una sensazione strana, quella che precedette il tiro, con pensieri che cambiarono mille volte prima di arrivare sul dischetto».
Logico che anche la Nazionale si interessi a lui; il 20 novembre 2002, contro la Turchia, esordisce nella squadra azzurra allenata da Giovanni Trapattoni. Nell’estate del 2005, durante una partita amichevole contro il Benfica, subisce un duro intervento alla caviglia che gli fa perdere tutta la stagione. Tornato a disposizione all’inizio della stagione 2006-07, complice la retrocessione della squadra bianconera in Serie B, ottiene il ruolo di vice capitano e riconquista anche il posto da titolare sulla fascia destra, grazie anche ai soventi infortuni di Zebina. L’infortunio e l’inesorabile passare del tempo, ne condizionano il rendimento; Biri, infatti, perde quella rapidità che ne aveva sempre contraddistinta la carriera e, spesso, è messo in difficoltà da avversari meno titolati. Nel campionato cadetto gioca, comunque, trentasette partite, segnando la rete che permette alla Juventus di battere il Pescara, il 31 marzo 2007: «L’amarezza che fa più male è stata la retrocessione in B, perché ho visto svanire tutti i sacrifici di una stagione dominata! Noi sappiamo quello che abbiamo lottato per vincere quei due scudetti e lo sanno anche dall’altra parte, però loro devono dire l’opposto per giustificare il motivo per cui non vincevano mai; la ragione, in realtà è una sola, noi eravamo i più forti e lo sapevano benissimo, dimostrandolo anche quest’anno battendoli a San Siro!»
Nel 2007-08 è riconfermato nella nuova squadra guidata da Claudio Ranieri e disputa solamente undici gare tra campionato e Coppa Italia. Il 17 maggio 2008, dopo 306 presenze e sei goal annuncia l’addio alla Juventus; nel suo palmarès figurano quattro scudetti, tre Supercoppa Italiana e un Intertoto: «Il segreto per rimanere tanti anni? La professionalità, la voglia di migliorarsi, credere in un progetto, essere in simbiosi con le idee della società. Tutte queste componenti portano a risultati come questi».
Il rammarico di non aver potuto scendere in campo per l’ultima partita in bianconero: «Ci sono rimasto male, ma è finita lì. Se avessi voluto far polemica, l’avrei fatta tre minuti dopo, quando le telecamere di SKY sono venute a intervistarmi. Sicuramente ci sono rimasto male, anche perché poi quando gli hanno chiesto il perché, la sua risposta è stata che in quel momento della gara aveva bisogno di un centrocampista. Cioè, l’ultima partita di campionato, capisci? La risposta dice tutto».
Una grave mancanza di rispetto nei confronti di una bandiera. «Quello che ho dato lo so bene e penso che la gente abbia apprezzato. Giocando bene o giocando male, ho sempre dato il massimo».


“TUTTOJUVE.COM” 24 APRILE 2014
Alessandro Birindelli, ex giocatore della Juventus, club nel quale ha militato per ben undici anni, dal 1996 al 2007, si sofferma, intervistato da “Grossetosport.com”, sulla sua lunga e importante esperienza in maglia bianconera: «L’impatto con la Juve è stato pesante, ricco di attesa dal momento in cui ho avuto la notizia al momento effettivo di passare di là, fino a quando sono arrivato ed ho iniziato il lavoro con il gruppo. In quel periodo mi facevo molte domande, tipo: “Ma sarò all’altezza?” oppure “Con quel gruppo là come mi troverò?” Comunque era un gruppo che io vedevo in televisione e che ammiravo, essendo poi un tifoso juventino, chiaramente tutto questo mi portò un’emozione particolare. La stessa famiglia
Agnelli, stentavo a crederci e facevo fatica a realizzare. Forse la serenità e la spensieratezza nel primo giorno in bianconero mi hanno portato a essere sereno e tranquillo. Quell’anno venivo da un campionato vinto con l’Empoli, poi sono partito con la Nazionale per disputare i Giochi del Mediterraneo, che abbiamo vinto, e il giorno dopo mi sono sposato. In pratica, quel periodo è stato così intenso che sono arrivato a Torino senza essermene reso conto. Sono arrivato lì, dove c’era gente che aveva già vinto la Coppa Campioni, gente affermata, però ripeto, mi hanno fatto sentire da subito uno di loro. Questo, poi, mi ha agevolato sia nell’inserimento che negli allenamenti, oltre che nei rapporti con mister Lippi, il quale mi ha dato l’opportunità di affacciarmi al grande calcio e ha avuto fiducia in me, che ho cercato di ripagare sempre con il massimo impegno. Noi avevamo veramente un grande gruppo, gli altri avevano forse rispetto a noi in quel periodo qualche cosa di più sull’aspetto degli individui, ma, dove loro si fermavano, noi riuscivamo a sopperire alle mancanze con uno spirito di gruppo, fatto di grande carattere e agonismo».
Birindelli ricorda anche la parentesi poco felice legata a Calciopoli: «Ti senti come derubato di qualcosa, perché come calciatore, di tutto quello che gira attorno a livello societario, non lo percepisci o lo percepisci molto poco. Almeno che tu non abbia un rapporto più stretto con i dirigenti o con l’allenatore. A quei livelli, il ruolo tra calciatore e dirigenti è molto separato, aldilà delle discussioni che riguardano la tua professione, ognuno svolgeva il suo lavoro. Visti tutti i sacrifici che fai per ottenere i risultati, rimane difficile capire tutto quello che è successo e quello che è avvenuto dopo. Rimani interdetto, quasi incredulo, ti viene da chiederti: “Ma dove ho vissuto io in questo periodo? Io pensavo che il calcio fosse un’altra cosa”. Comunque, quei titoli lì li abbiamo vinti sul campo e me li sento addosso, com’è giusto che se li senta addosso l’Inter quelli vinti successivamente, perché sul campo in quel periodo hanno dimostrato di essere la squadra più forte. Non ti nascondo che questa storia mi ha lasciato l’amaro in bocca, ma io mi sento i cinque titoli perché sono sicuro di averli vinti sul campo. Dispiace per tutto quello che è venuto fuori, soprattutto perché viviamo in un periodo dove siamo usciti da Calciopoli, ma poi siamo arrivati a calciatori che vendevano le partite, gente che viveva fuori dai circuiti della regolarità e che andava a falsare le partite».
Ultimo pensiero, infine, rivolto alla fine della sua esperienza a Torino e all’anno vissuto in B: «Io penso di aver portato rispetto a questa società, soprattutto nella professionalità e l’impegno messo quotidianamente in ogni allenamento, in ogni partita. Nei confronti dei miei compagni, di tenere quel gruppo saldo, anche quando tanti campioni se ne andavano e la responsabilità, piano, piano, ricadeva su di te e altri. Mi è dispiaciuto la non chiarezza dei dirigenti del periodo. Devi sapere che ho rifiutato il rinnovo di contratto nell’anno di Serie B, dicendo che volevo giocare e dimostrare sul campo che meritavo la riconferma. Da quel momento non ne abbiamo più parlato, quindi a me rimane il rammarico della mancanza di chiarezza. Aldilà di questo episodio, resta comunque un grande amore per questa società e i rapporti attuali sono ottimi».

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Credo di essere l'unico in tutta Italia ad avere la maglietta col suo nome... ma ne vado fiero! Biri è un grande...

Anonimo ha detto...

Ho avuto l'onore di essere allenato e di aver conosciuto questo campione.Per me è stato il massimo da juventino,essere stato allenato da uno che ha giocato 11 anni nella juve...Grazie di tutto amico...spero solo un giorno di poterti rivedere. :(