mercoledì 16 marzo 2016

Roberto GALIA

Dire cose importanti in perfetto silenzio è un privilegio degli uomini veri. Dirle senza urlare, in un calcio ricco di eccessi, è impresa titanica. Eppure, Roberto Galia percorre questo strano mondo da tanti anni ed è riuscito a non cambiare, a non fare deroghe. Il bello è che, la sua, non è l’umiltà un po’ appiccicosa e retorica dei vinti, ma una serenità che deriva dalla piena coscienza dei propri mezzi e dei propri limiti. Una scheda personale che il centrocampista bianconero tiene a mente e usa come cartina di tornasole della realtà: «Mi conosco, so di non essere un fuoriclasse ma un giocatore prezioso forse sì. Ho cambiato diverse maglie, sono sempre andato d’accordo con i miei allenatori e sempre ho avuto la precisa sensazione di essere utile. Non è poco».
No, non lo è. Troppo comodo incantare le platee in virtù delle doti naturali, della classe indiscutibile. Se nasci Platini o Baggio, la vita puoi complicartela solo tu. Ma se nasci Galia, tutto è più difficile dall’inizio: «Me ne accorsi appena arrivato alla Juventus. Quando toccavo il pallone, dalle tribune si alzava una specie di mormorio che pian piano diventava contestazione aperta. Quella sfera mi bruciava tra i piedi; avevo paura di sbagliare, non ci capivo più nulla».
Altri si sarebbero smarriti. Avrebbero deciso che la Juventus non faceva per loro. Roberto ha continuato la scalata con lo spirito del gregario: «Devo ringraziare Zoff e Maifredi, cioè i tecnici che mi hanno dato coraggio a dispetto del giudizio generale. E aver convinto gli scettici è stata la mia vittoria più importante».
Galia è un mix di saggezza popolare e tenacia. Nato a Trapani ma cresciuto a Como, sintetizza il meglio di due anime. Altra impresa notevole, in tempi di leghe e beghe, Nord e Sud: «Sono legato alla Lombardia, però non posso dimenticare la mia terra. Le esperienze di vita e sportive mi hanno insegnato che in ogni luogo ci sono persone ricche di contenuti e degne di essere conosciute. Il razzismo è davvero un atteggiamento assurdo».
Esistono giocatori che ogni allenatore vorrebbe. Ecco, Galia ne è il prototipo: Perché sa soffrire, capisce la partita, è tatticamente sagace, difende e attacca. Ed ha due piedi più che dignitosi. Non a caso ha segnato, da centrocampista–difensore, quindici goal in Serie A. Quello importante, contro l’Inter, addirittura da antologia: scatto alla Schillaci, pallonetto alla Baggio e palla in rete. Boato della folla, quella stessa che non poteva vederlo: «Segnare è sempre importante, tifa sentire bene: ed io sono abbastanza abituato a segnare».
E difatti la Juventus ha vinto la Coppa Italia del 1990 proprio grazie a una prodezza di Galia, a San Siro contro il Milan, senza contare il goal alla Fiorentina, nell’andata della finale di Coppa Uefa. Oltre duecento partite con la maglia bianconera, undici goal. Eppure di copertine ne sono arrivate poche, di titoloni ancora meno. E ogni estate, il mediano gregario sente pronunciare il proprio nome tra quelli che potrebbero cambiare squadra. Salvo non cambiarla mai: «Sono abituato anche a questo e non ci bado, i giornalisti fanno il loro mestiere ed io credo che esista molta verità in quello che scrivono; ogni anno rischio di andar via, perché ci sono squadre e allenatori che mi vogliono».
Parole pronunciate senza un filo di presunzione o arroganza. Ma è un dato di fatto che quelli come Galia, contino più delle presunte stelle. Forza del cosiddetto rendimento. O, per dirla con uno slogan pubblicitario, della qualità costante nel tempo: «Il mio gioco ha pochissimi lampi e, quando mi riesce qualche numero a effetto, la gente si stupisce. È successo in occasione del goal all’Inter: nessun problema. Però io credo di offrire un contributo sicuro. I miei campionati non sono quasi mai condizionati da alti e bassi. Ho giocato in tanti ruoli, cavandomela sempre con dignità, tanto sulla fascia, quanto in mezzo. Mi sono trovato meno bene a giocare terzino sinistro, diciamo che la fascia destra è la mia preferita. Ma posso fare anche il centrale, in caso di bisogno».
«È un giocatore ideale – spiega Trapattoni – perché con lui si va sul sicuro. Lavora con grande applicazione e altissimo senso professionale, non si fa mai trovare impreparato, è un titolare a tutti gli effetti anche quando non gioca. Ho sempre detto che per conquistare gli scudetti serve gente così. Un allenatore ha bisogno di certezze, deve poter ottenere un rendimento medio garantito: il principale segreto del successo è la costanza. Certo, poi devono scattare altri meccanismi, servono i colpi risolutivi, ma senza la base ogni discorso è inutile. Pensando alla squadra come a una casa, direi che Galia è un pezzo delle fondamenta».
Anche i compagni apprezzano questo siciliano di poche parole. «Come carattere siamo diversi – dice Tacconi – ma lo stimo molto. È un ragazzo intelligente, un gran lavoratore. E ha carattere. Roberto è sempre stato al proprio posto: una dote rara».
Esiste poi un’ultima qualità, forse la principale. L’educazione, la maturità di chi non ha mai fatto polemiche se relegato in panchina. La serenità di chi accetta di ricominciare daccapo ogni stagione, alla conquista di una maglia che, alla fine, arriva sempre, ma che non è affatto scontata. Anzi, è probabile che arrivi proprio perché rincorsa, sudata, voluta. Questi sono i silenziosi discorsi di Roberto Galia.


MAURIZIO CROSETTI, “GUERIN SPORTIVO” GENNAIO 1992
Roberto Galia ha una mite faccia da ciclista, ciclista gregario. Non entrerà nella storia del calcio, né in quella grande né in quella piccola, e non gliene importa niente. Roberto Galia ha un cuore timido e pensieri fuori tempo e fuori luogo, detesta parlare alla tivù, non regala mai uno straccio di titolo ai giornalisti che comunque non gli chiedono nulla: salvo quando accade l’incredibile e lui segna un goal da campione e allora c’è una processione di taccuini bianchi. Bianchi sono e resteranno, perché Roberto Galia non dirà nulla di straordinario, non racconterà storie che costruiscono un’immagine. Sarebbe forse meglio rivolgersi alla moglie che è tutta l’opposto, estroversa, compagnona, collezionista di barzellette e aneddoti, una macchietta che il marito osserva vivere e non si sogna di disinnescare.
Roberto Galia è nato con vent’anni di ritardo, arriva in diretta dall’epoca in cui il tempo correva meno veloce e nessuno costruiva miti di carta–pesta. E c’era posto per quei poveri illusi che pensavano bastasse il lavoro per giustificare se stessi. Quelli che adoperavano la parola “mestiere” con orgoglio e ciascuno aveva il proprio e lo curava come un bambino, ci cresceva insieme. E anche il calcio era un mestiere, ed esistevano due strade soltanto: quella percorsa dai fuoriclasse e quella riservata agli umili. Inutile aggiungere che i primi non potevano fare a meno dei secondi. Così si vivevano domeniche semplici ma mica banali, mica vuote di emozioni: e si stava bene, si vinceva e si perdeva. E si parlava maledettamente poco. Roberto Galia non è nato stella, e nessuna stella l’ha guidato. «Io sono felice della mia vocazione e non ho mai desiderato essere più bravo, oppure possedere una tecnica migliore. Faccio con quello che ho, e non è neppure poco. Pazienza se la gente si stupisce quando combino qualcosa di importante, tipo il goal a Zenga. Mi chiamano faticatore e mi fanno un gran complimento, perché la fatica è un valore che conta. Sono un gregario: anche Benetti e Furino lo erano, eppure un segno l’hanno lasciato. Io ci provo».
Invece delle false ovazioni di chi rincorre chimere, Roberto Galia ha ancora nelle orecchie il boato assordante, l’urlo di scherno con cui i tifosi della Juventus accompagnavano ogni suo tocco di palla nei primi mesi bianconeri. Una guerra psicologica perfida, una sventagliata di colpi che avrebbero abbattuto chiunque, ma non lui. «Il rischio era mettersi a tremare e non sapere più che farne di quel pallone tra i piedi. Invece restai calmo, sicuro che il pubblico col tempo mi avrebbe capito e forse apprezzato. E andata così, per fortuna». È stata una lenta conquista, nel perfetto stile di questo giocatore prima di tutto concreto. E ci sarà una ragione se tutti gli allenatori che ha avuto ne parlano benissimo, e lo rivorrebbero. «Bagnoli è quello che ho apprezzato di più. Trapattoni non lo posso giudicare, lo conosco poco».
Lo rivoleva Zoff, lo richiesero Scoglio e Lazaroni. Mantovani s’è pentito di averlo ceduto, e anche la Juve ha rischiato di perderlo, di fargli passare la voglia. Accadde lo scorso anno, quando Galia capì che il già esiguo numero di certezze a disposizione si stava assottigliando. Nessuna garanzia per il posto in squadra, il sospetto che fosse meglio riprovare altrove, infine la convinzione che la fatica avrebbe comunque pagato. Come al solito. «Di panchina ne ho fatta tanta in dieci annidi Serie A, eppure sono sempre ritornato a galla. Ho sconfitto lo scetticismo della gente, mi sono sentito utile con maglie diverse e importanti: perché arrendermi? Così sono rimasto bianconero». Conclusa la fase iniziale della stagione, quella che deve chiarire i dubbi, Trapattoni ha deciso che di Roberto Galia non si può fare a meno. E ha messo fuori addirittura Marocchi. «Ho giocato 251 partite in A, segnando quindici goal. Mi pare un bilancio discreto, anche perché le gare più importanti devo ancora giocarle… Se sono arrivato a certi livelli e se ancora li frequento con ambizione, è perché mi alleno con la stessa applicazione del primo giorno. Credo che il calcio sia impegno quotidiano, non prodezza estemporanea. Ascoltando i consigli di chi ne sapeva di più, ho persino imparato a diventare aggressivo. Ora sono sicuro di aver fatto bene a non lasciare la Juventus, perché finalmente posso lottare per lo scudetto. Mi manca molto». Già, perché il mediano è semmai un esperto di coppe: due anni fa ne vinse un paio (Uefa e Italia) regalando goal decisivi che qualcuno peraltro dimenticò in fretta. Capita, a volte, facendo questo… “mestiere”.
Lontanissimo dal concetto stesso di personaggio, Galia mostra un’assoluta cautela nell’esibire sogni troppo audaci. Fosse per lui, il silenzio resterebbe il più affidabile compagno di viaggio. Però gli hanno detto che il calcio italiano sta vivendo una svolta storica, che il nuovo commissario azzurro Arrigo Sacchi rincorre i famosi “poliedrici”, quei calciatori utili in tutte le occasioni, gli hanno ricordato che anche il buon Fausto Pari ha assaggiato l’azzurro e allora chissà, il sogno più pazzesco potrebbe anche realizzarsi. «Mah, in questi giorni si sentono tutti da Nazionale. Non ho mai fatto volare la fantasia, ma neppure mi sono mai spaventato». Nulla, del resto, può essere peggio di un boato cattivo di folla. Nessuna montagna più ripida. Quel che conta è scalarla nell’ombra, senza troppo rumore attorno.

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