venerdì 18 marzo 2016

Roberto TRICELLA

Nasce a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano. Il paese dei liberi, così chiamato, perché ha dato i natali a tre grandi giocatori, accomunati dal ruolo, tutti quasi contemporaneamente sui campi di Serie A: Gaetano Scirea, Roberto Galbiati e, appunto, Tricella. Ai più parve naturale che, sul finire della carriera dell’immenso Gaetano, la Juventus gli affiancasse il migliore degli altri due compaesani, quel Roberto Tricella che, nel 1987 anno del passaggio in bianconero, era nel pieno della maturità calcistica. Dopo gli esordi nell’Inter e l’affermazione nel Verona dello storico scudetto, è un libero affermato e stimato. Elegante nello stile di gioco, si inserisce presto e bene negli schemi di una squadra che lui stesso definisce di transizione: «Quella juventina è stata per me un’esperienza fondamentale. Ne conservo ricordi molto positivi dal punto di vista umano, mentre ho qualche rammarico per i risultati, che non sono stati tutti favorevoli; abbiamo vinto poco, tranne l’ultimo anno, quello con Zoff, il 1989-90.
Abbiamo vissuto un periodo di mezzo, fra i grandi successi della Juventus precedente e quella di Lippi, ma oggi, preferisco sottolineare i ricordi di quell’ambiente, di tutti i compagni. Comunque, anche se forse più di tanto non potevamo vincere, eravamo pur sempre la Juventus e per me fu un’enorme soddisfazione giocare nel club bianconero. Anche perché c’era già Scirea, come compagno di squadra e dopo come allenatore; una persona e un amico indimenticabile, un esempio: perché è stato il più grande libero di sempre. A volte si fanno paragoni fra lui e Baresi, io sostengo che Franco è stato un gradino sotto Gai».
Libero elegante, puntuale, preciso, mai sopra le righe, ordinato e con una grande visione di gioco: «Sono stato un buon giocatore, che ha cercato di supplire con il tempismo al fatto di non essere particolarmente veloce».
Roberto, oggi, non vive di solo calcio: «I primi mesi senza calcio sono stati terribili. Avevo questo malessere fisico dovuto al fatto che non potessi più allenarmi tutti i giorni. Una sofferenza pazzesca perché, in oltre quindici anni di carriera, penso di non aver mai saltato un singolo allenamento: correre e sudare mi piaceva un sacco. Uno può prepararsi mentalmente quanto vuole, ma finché non smetti in maniera definitiva è difficile ricreare quella situazione nella tua testa. Immaginarti quel che sarà. Sono arciconvinto che il 90% dei calciatori, se il loro fisico reggesse, ritarderebbero il più a lungo possibile quel passo fatidico. Ne sono uscito buttando anima e corpo nell’attività degli investimenti immobiliari. Quand’ero a Bologna acquistai alcuni terreni con l’obiettivo di farli fruttare costruendoci sopra case. Solo che all’inizio delegavo volentieri agli altri visto che avevo la partita della domenica tra i miei pensieri principali. In seguito decisi di provarci in prima persona ed ebbi la fortuna di inserirmi in un team già rodato. Vado allo stadio molto raramente, seguo qualche partita in televisione, mi sento con qualche ex compagno, come Gigi De Agostini, che era a Verona con me e che passò alla Juventus nello stesso mio anno. Io sono stato fortunato a vivere tante emozioni, a giocare e a rimanere un ragazzo fino oltre i trent’anni».
Queste frasi sono molto meno banali di quanto sembrino e convincono sempre di più che il buon Roberto sia stato un calciatore di grandi qualità umane, ma di modeste qualità atletiche; è arrivato a lambire i vertici del ruolo, rimanendo tuttavia escluso dal Gotha, per le ragioni dette prima: i limiti atletici (in campo aperto era in costante imbarazzo, di testa se la cavava col tempismo, ma non è certo stato un gran colpitore) e la mancanza della giusta dose di cattiveria e agonismo sono evidenti. Lo si può considerare una specie di Scirea minore, ma con una dote decisiva in meno: la personalità.
Ma è stato un professionista serio e non ha mai lesinato l’impegno; il fatto che sia stato anche capitano, testimonia quanto fossero bui i tempi del dopo Platini. Ma Roberto, di questo, non ha, ovviamente, alcuna colpa.

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