giovedì 23 marzo 2017

Giuseppe GALDERISI

«Galderisi ebbe un momento di fortuna che oggi si potrebbe definire sfacciata – scrive la pungente penna di Caminiti – nell’esordio in Serie A dal 60’ in sostituzione di Marocchino, avvenuto a Perugia in un match senza goal, il 9 novembre 1980, le sue doti si erano potute appena intuire, doti di sveltezza innanzitutto. Poi il 14 febbraio 1982 giocò contro il Milan e segnò i tre goal della sua vita, e Boniperti, cioè il più silenzioso presidente dell’intera storia del pallone, gli dedicò una frase, anzi un pensiero, ricco di una grande virtù: la generosità. Boniperti disse testualmente: «Questo Galderisi fa goal come Zoff para». Erano i giorni in cui Zoff lustrava la sua gloria sempiterna e parve una profezia per la carriera più luminosa. Così fu in effetti, anche se di goal nella Juventus, dopo quei tre, non ne avrebbe segnati molti: il marchio, direbbe Angelo Caroli, rimane».
Per acquistarlo, ragazzino, dal Raito squadra di Vietri sul Mare, la Juventus aveva battuto la concorrenza di Napoli, Inter, Varese e Atalanta. L’avevano visto già a Parma, dove la sua famiglia ha vissuto undici anni: «Da pochi mesi eravamo tornati al Sud, quando la Juventus venne a prendermi. Il mio destino era al Nord, evidentemente».
Proprio in bianconero esordisce in Serie A, il 9 novembre 1980, Perugia-Juventus 0-0, che resterà l’unica presenza nella stagione. Galderisi è un uomo goal, ha tutte le caratteristiche da attaccante puro; sa sacrificarsi in ritorni utili alla squadra, ma il suo occhio svelto è sempre rivolto alla porta avversaria. Grosso, che lo ebbe a lungo con sé nella Primavera bianconera, dive di lui: «Pochi minorenni nel nostro calcio hanno fatto capire subito che sarebbero diventati giocatori di primo piano. Agile, potente, capace di calciare indifferentemente di destro o di sinistro. Il suo tiro dai sedici metri è forte e preciso e, malgrado la statura, emerge in elevazione grazie alla sua scelta di tempo. Il suo ruolo iniziale era quello di mezza punta, ma è diventato uomo da area».
«I primi tempi – racconta Nanu – sono stati molto duri. Sentivo terribilmente la nostalgia di casa; poi gli amici mi hanno aiutato e così, poco per volta, ho imparato ad abituarmi». Un metro e settanta, sessantanove chili il suo peso forma, Galderisi non è certo piccolo, anche se il nomignolo affettuoso di Nanu se lo porta appresso come un’etichetta. La sua forza sono lo scatto, la grinta, la voglia di combattere su ogni pallone: conquistarlo, difenderlo, calciarlo, possibilmente dove il portiere non può arrivarci.
Ricorda ancora con amarezza quando Boniperti gli disse che in bianconero non c’era posto per lui: «Ci rimasi male, della Juventus mi resta comunque un bel ricordo, ma forse è stata la mia fortuna quella partenza. Ero chiuso da troppi campioni, avevo bisogno di libertà e soprattutto di giocare». Poi il Verona e lo scudetto da provinciale, quindi il passaggio dal ruolo di promessa a quello più impegnativo, ma senza dubbio più piacevole, di campione consacrato e appetito, tanto da finire alla corte di Berlusconi. Dopo il Milan, inizia il suo girovagare, che lo porta alla Lazio, di nuovo al Verona, sempre con pochissimo costrutto, anche a causa di numerosi infortuni che ne limitano il rendimento. Trova pace e tranquillità a Padova, dove inanella diverse buone stagioni in serie B.
Nel 1986 Nanu è il centravanti titolare della Nazionale di Bearzot al Mondiale in Messico; capitato in una dimensione troppo grande per lui, naufraga miseramente, non aiutato, certamente, da una squadra che è solo la brutta copia di quella trionfante al Bernabéu quattro anni prima. Ma la tripletta al Milan, soprattutto il goal su rimpallo con Collovati, ha la grandiosità dei classici: come Harpo che fuma la corda, il pasto di Chaplin ne “La febbre dell’oro” e l’inseguimento di “Ombre rosse” e autorizza l’ingresso di Galderisi nella storia bianconera.


MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” SETTEMBRE 1988
Gli aficionados del Campo Combi lo sapevano. Quel ragazzino basso di statura, il fisico comunque ben costruito e due piedi magici, un giorno sarebbe arrivato in prima squadra. Era diventato il loro beniamino, lo chiamavano Nanu: una storpiatura in dialetto piemont-meridionale che voleva significare piccolo (e cioè nana) e giovane (e quindi gagnu) dal più stretto slang torinese. Era un soprannome che a seconda di come lo si intendesse poteva esser sia affettuoso, sia dispregiativo. Ebbene il ragazzino, il Nanu, diede ragione ai supporter più ottimisti e divenne Galderisi. L’avventura del giocatorino in bianconero durò, ad alto livello, soltanto un triennio: poco o forse tantissimo per uno che a tutto sembrava votato, ma certamente non al calcio. Almeno a quello di alto livello. E invece Beppe Galderisi rimarrà nella storia juventina come uno degli artefici di due vittorie in campionato e di un trionfo in Coppa Italia.
C’è da dire, dunque, che per il Nanu la sorte ha voluto qualcosa in più di quello che normalmente è dato avere a molte giovani promesse e cioè veri e propri sfracelli nelle giovanili e poca fortuna nel calcio che conta. E poco importa se ora Galderisi non è più quello di un tempo, quasi che il risveglio dal sogno lo abbia reso più fragile e certamente meno bravo. Quand’anche la carriera del Nanu si chiudesse domani, gli resterebbe comunque la gioia di aver saputo vincere là dove voleva e cioè nella Juventus. Avere, insomma, conquistato i massimi traguardi proprio nella squadra che da ragazzino lo aveva fatto sognare e gioire. In un calcio sempre più dominato dal business questo non è poco: forse potrebbe essere tutto quello che un professionista vero potrebbe chiedere alla sua carriera. Perché è importante l’ingaggio, il premio partita, ma lo è forse di più quell’intima soddisfazione che chiunque di chi non prova (e che Galderisi ha provato) quando riesce a fare le cose bene e nell’ambiente che più aggrada.
Nato a Salerno il 22 marzo del 1963 e presto trasferitosi con la famiglia al Nord, Giuseppe Galderisi dopo l’intera trafila nelle squadre giovanili bianconere raggiunge la prima squadra nel campionato 1980-81. Al fisico brevilineo unisce un buon impianto muscolare e una rapidità che lo fanno apprezzare sia sulla fascia sia al centro dell’attacco. Quello che la natura non gli ha dato in centimetri, Galderisi lo ottiene in coraggio, grinta e inventiva. In più la simpatia, innata, immediatamente percepibile che si unisce a una pulizia di animo raramente riscontrabile in altri personaggi del pianeta calcio. Bravo nel dribbling e nel palleggio con un tiro secco e bruciante, Nanu contribuisce nei suoi tre anni juventini alla conquista di due scudetti: 1981 e 1982 oltre alla Coppa Italia del 1983. In totale le presenze sono trentadue e le reti sette.
Nell’estate del 1983 lascia la Juventus nell’ambito della trattativa che porterà in bianconero Penzo e Vignola e si accasa al Verona. Qui troverà in Osvaldo Bagnoli il tecnico più adatto alle sue caratteristiche così da raggiungere nuovamente e inaspettatamente il traguardo dello scudetto. Se le qualità sono molte, infatti, a Galderisi fa difetto ogni tanto il carattere: l’allenatore papà ma anche padre padrone Bagnoli riesce a far emergere il Nanu anche oltre ai limiti raggiunti nella Juve, quando con un Trapattoni super professionista le esitazioni e le malinconie personali avevano poco spazio sacrificate com’erano dalle necessità di un collettivo che doveva vincere a tutti i costi.
Dopo il Verona, il Milan e infine la Lazio dove Galderisi non ha certamente raccolto quanto poteva e doveva ottenere. In mezzo a questo peregrinare anche il Mondiale messicano del 1986 con un totale di due presenze azzurre, che vanno sommate alla maglia dell’Under 23 e alle undici partite e dai goal della Giovanile. A ben guardare e meditare le cifre della carriera di Galderisi quasi si rischia di non poter dare un giudizio completo sul giocatore: tre scudetti non sono pochi, ma il resto? Il resto forse è un sogno: quello del ragazzino del Combi che un giorno volò in alto e ora continua, un po’ più in basso, a cercare di liberarsi dal peso di ricordi che per un giovane di soli venticinque anni sono certamente troppo pesanti.

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