giovedì 15 dicembre 2016

Fabrizio RAVANELLI

Classe 1968, un fisico da lottatore sormontato da una chioma precocemente imbiancata. Ha già giocato per parecchie squadre, prima di esplodere nella Reggiana. È un idolo dei tifosi granata, ma quando viene acquistato dalla Juventus e lasciato in parcheggio a Reggio Emilia per una stagione, è accusato di tirare indietro la gamba e, aspramente contestato, lascia una cattiva immagine di sé. Lo chiamano “venduto”: «Non potevano dirmi una cosa più offensiva! Io ho sempre dato il massimo, ho cercato di segnare come in tutte le altre stagioni. Il fatto è che non appena le cose si sono messe male, certa gente ha dato tutte le colpe al sottoscritto». Quando arriva alla Juventus, in molti lo paragonano a Bettega, per il colore dei capelli; Ravanelli arriva come bomber di scorta, in una squadra che schiera Vialli e Roberto Baggio, Möller e Casiraghi. Prospettive di maglia sicura ridotte al minimo, ma uno con la grinta di quest’umbro giramondo non può arrendersi per così poco.
«Essere arrivato alla Juventus è il massimo, mi sento realizzato sia come uomo, sia come calciatore. La Juventus è il massimo e quelli che ne parlano male, lo fanno solo per invidia. Sin da bambino sono tifoso bianconero; abitavo a Perugia e, tutte le volte che la Juventus giocava dalle parti dell’Umbria, chiedevo a mio padre di accompagnarmi allo stadio, per seguire i miei beniamini».
Fabrizio è mancino, ha un buon tiro, sa colpire di testa, ma le movenze appaiono sgraziate e si ha la netta la sensazione che debba migliorare enormemente, anche nei fondamentali. Il Trap è un ottimo maestro e capisce che il ragazzo ha voglia di crescere, di sfondare e comincia a metterlo sotto torchio. Ad autunno inoltrato comincia a giocare qualche spezzone di partita e la sua prima rete in maglia bianconera, il 13 dicembre 1992 a Foggia, passa quasi inosservata: il suo goal, su rigore, infatti, non evita la sconfitta (1-2) a una Juventus in giornata di scarsa vena. Il ghiaccio è rotto, i tifosi ne apprezzano la strenua volontà di lottare e il 13 febbraio del 1993, in un Juventus-Genoa che sembra destinato allo 0-0 la sua zampata è di quelle che lasciano il segno. Ne segna altri, compresi alcuni decisivi per la conquista della Coppa Uefa, che gli valgono la riconferma. La stagione successiva è promosso a prima riserva, dopo la cessione di Casiraghi alla Lazio, e crescono le presenze e le reti.
Penna Bianca è sempre più nel cuore dei tifosi e sempre meno lontano dal modello originario, Bobby-gol Bettega, appunto; non ha certamente la stessa classe, ma in area sa farsi rispettare e vede la porta come pochi altri. «Spero che non sia solamente una somiglianza fisica, ma questo paragone mi riempie di soddisfazione».
La svolta avviene la stagione successiva. Si chiude il ciclo “trapattoniano” e inizia quello di Lippi. Ancora una volta è una sconfitta a Foggia che cambia il destino di Ravanelli. Lippi vara il 4-3-3 e gli attaccanti sono Vialli e Ravanelli, con Roberto Baggio e il giovanissimo Del Piero a supporto. È una formula molto spregiudicata, gli attaccanti devono sacrificarsi; nasce, così, un Ravanelli a tutto campo, capace di colpire e arretrare a coprire. Sta nascendo un campione universale, adatto a tutte le fasi della partita e questo coincide con la nascita di una Juventus entusiasmante, vincente e convincente: «La prima volta che ho incontrato Boniperti ero emozionatissimo, impacciato. Lui ha cercato di mettermi a mio agio e mi ha chiesto: “Allora, vieni o no alla Juventus?” Io, ancora più rosso del solito, gli ho risposto: “Non vedo l’ora di entrare nella sua famiglia”».
Il ricordo dell’Avvocato: «L’avvocato Agnelli era il simbolo della Juventus. È stato il punto di riferimento sia per i giocatori sia per i dirigenti. Dopo aver approfondito la sua conoscenza, ho avuto modo di carpire le sue qualità umane. Sapeva metterti a tuo agio, l’Avvocato. Ricordo anche le sue telefonate mattutine, come ad esempio quella legata al mio addio, o alla prestazione memorabile di Liverpool, quando andai in Inghilterra. Credo proprio che non lo dimenticherò mai. Mi legano a lui troppi ricordi».
La Juventus “lippiana” è travolgente: terza giornata, prima grande impresa in trasferta, 2-0 a Napoli con goal di Fabrizio e la prima perla, che lo renderà famoso, di Alessandro Del Piero. Padova-Juventus, 27 novembre, sarebbe un deludente pareggio se Ravanelli, partito dalla panchina, non siglasse nel finale un goal bello e impossibile. Ma c’è una data, in questa stagione, che segna il passaggio da normale attaccante a campione consacrato; Parma, 8 gennaio 1995, sfida al vertice. Il Parma passa in vantaggio con l’ex Dino Baggio, poi la Juventus pareggia e infine dilaga con Ravanelli. Il goal del 2-1 è da antologia, un colpo di testa in tuffo, come faceva Bobby-gol, che applaude in tribuna e commenta: «Roba che riesce solo a chi ha i capelli bianchi».
Alla fine della stagione trionfale, con scudetto e Coppa Italia, il contributo di Ravanelli è straordinario: solo in campionato è andato a segno sedici volte, oltre a quattordici reti che ha collezionato nelle coppe: «Eravamo diciotto marines, all’epoca. Remavamo tutti nella stessa direzione. Non ci sono mai stati screzi e in questo aiutammo molto Lippi».
Logico che anche la Nazionale si accorga di lui; alla fine saranno ventidue presenze con otto goal. Ma l’obiettivo principale della Juventus è la Champions League, che richiede un duro lavoro di avvicinamento. A segno nelle sfide iniziali contro Steaua Bucarest e Rangers, Penna bianca si astiene nei quarti e in semifinale, conservando la stoccata per l’occasione più importante. Roma, 22 maggio 1996, finale con l’Ajax: «Sicuramente, quella rete e quella partita, rimarranno indelebili nella storia. Anche perché Gianni Agnelli teneva molto a quella vittoria, considerando i fatti di Liverpool. Chiese di vincerla quella finale. E noi lo accontentammo con una grande vittoria. Quella rete rappresenta la mia carriera bianconera».
Un goal per la storia ed anche per l’addio: «Fui venduto senza spiegazioni. Dentro di me, per tale ragione, c’è molta amarezza. Fossi rimasto, sarei stato lieto di far ancora parte di quell’organico di campioni. Ma a volte, si è costretti cambiare strada. Penso di aver ricevuto meno di quanto ho dato alla Juventus. Io, ero il vice capitano e portai la fascia al braccio nel ventre di un Bernabéu stracolmo, contro il Real Madrid. Mi sentivo il futuro di quella squadra. Fui persino chiamato nell’ufficio del dottor Umberto Agnelli. Mi parlò di tutti i capitani della gloriosa storia bianconera, indicandomi come uno di quelli futuri, mostrandomi tutti i trofei vinti in bacheca. Rimanemmo a parlare per molte ore. Sono in pochi a sapere questo aneddoto, ma andò proprio così».
Lascia la Juventus per cercare altra gloria prima in Inghilterra e in seguito in Francia, e la lascia da trionfatore. 160 partite e sessantotto reti, di cui diciotto nelle coppe europee. In bacheca, uno scudetto, una Coppa Uefa, una Champions League e una Supercoppa italiana. «Non aver giocato la Coppa Intercontinentale è il mio rimpianto più grande. Anche se, lo dico con sincerità, la sento mia, quella Coppa che fu il frutto dei sacrifici della stagione precedente, con me e Vialli in campo. E per me, andare via dalla Juventus, non fu facile. Io, sono un bianconero vero. Però, la vita è questa e alcune cose, possono anche non andare per il verso giusto».


NICOLA CALZARETTA, “GS” SETTEMBRE 2014
Estate intensa per Fabrizio Ravanelli, classe 1968. Soprattutto sulle due ruote. La bicicletta è il suo nuovo amore sportivo. Non solo come attività di diporto, utile antiruggine per muscoli e giunture, da praticarsi nei weekend su comode piste ciclabili. Da qualche anno, infatti, il nostro Penna Bianca altrimenti detto Old Fox, partecipa a gare di livello, anche in alta montagna. Corse amatoriali, ma fino a un certo punto. «Una delle ultime che ho fatto è la Maratona delle Dolomiti a luglio. Una fatica pazzesca, con otto passi dolomitici. Da quando mi sono operato di ernia al disco, ho preso sempre più passione per la bici. Sarei stato un bel passista, se non avessi fatto il calciatore».
Parla e si tocca la fronte, che porta i segni di una recente caduta. Il rosso del mercurio cromo crea un curioso contrasto con il bianco della pelle e dei capelli. Ma il pallone? Quello c’è sempre, per carità. La sua vita, il suo mondo, i suoi desideri hanno come centro di gravità la panchina. La scorsa stagione, dopo un paio di annate di tirocinio nelle formazioni giovanili della Juventus, ha allenato per alcuni mesi l’Ajaccio, nella Ligue 1, la Serie A francese. Una buona occasione, conclusa prima del previsto con un esonero a novembre. «Non è andata bene, ma è stata comunque un’esperienza utile. Sono pronto per la prossima occasione. Mi sento allenatore».
Qual è il bravo tecnico di oggi? «Idee precise sul modulo, senza essere troppo rigido; saper entrare nella testa dei giocatori, per creare una mentalità vincente. Tutto questo sulla base delle motivazioni e della fame di vittorie».
Bello, questo quadretto mi ricorda un certo Marcello Lippi. «Vero. Non a caso Lippi è uno dei tecnici più apprezzati al mondo: bravo e soprattutto vincente».
Tu lo conosci bene: vent’anni fa vi siete incrociati per la prima volta. «Io ero alla Juve già da due anni. Ma in pochi mesi, primavera del 1994, cambiò tutto per il passaggio di consegne tra Gianni Agnelli e suo fratello Umberto. Tra le novità ci fu anche quella dell’allenatore. Ecco Marcello Lippi, che aveva fatto bene a Napoli, ma che non aveva mai allenato una grande».
Cosa ricordi dei primi tempi con lui? «Il discorso che fece alla squadra il primo giorno di ritiro. Riunì tutti in mezzo al campo e parlò in maniera schietta e diretta. Il messaggio fu chiaro: la Juventus non avrebbe dovuto dipendere più da nessuno».
Qualcuno tradusse il discorso con: “Non voglio una squadra Baggio-dipendente”. «Non c’era niente contro Baggio. Il messaggio era un altro: tutti eravamo sullo stesso piano e dovevamo sentirci protagonisti. Fu una scossa: fece sentire ciascuno di noi importante e decisivo, senza alcuna differenza».
Nemmeno riguardo a Luca Vialli? «Loro si conoscevano da tanti anni. Si davano del tu. Ma anche in quel caso il mister fu molto chiaro e leale con il gruppo. Fece presente a tutti la particolarità del loro rapporto e noi lo accettammo con serenità».
A proposito di lavoro, tra i nuovi arrivi c’era anche quello del preparatore atletico Ventrone. «Gianpiero, che ho voluto con me all’Ajaccio, aveva collaborato con Lippi a Napoli. Introdusse carichi di lavoro pazzeschi. In ritiro ci si alzava alle sette e facevamo tre sedute di allenamento, anche dopo cena. Pressa, bilanciere, addominali. Una volta, nell’intervallo di un’amichevole a Chatillon, i giocatori sostituiti fecero otto volte il chilometro sui tapis roulant, una prova di resistenza allucinante».
Eravate convinti dell’utilità di tutta quella fatica o vi sembrava eccessiva? «Ricordo Marocchi vomitare dalla fatica. Di Livio che qualche volta “tagliava”. Ma c’erano mister Lippi, e soprattutto Ciro Ferrara, che facevano da garanti».
Con tutta quella mole di lavoro, nessuno ha mai preso nulla? (Sorriso amaro) «Eccola qua. Tutte le volte ritorna ‘sta storia. Nessun aiuto, te lo garantisco. Fatica, sacrificio, allenamento. Hanno cercato di tirare fuori cose che non esistono. Tutto falso. Non c’è mai stato doping, tant’è vero che l’accusa che hanno poi fatto alla Juve è stata “abuso di farmaci”».
Non mi sembra poco. «Negli anni che sono stato io alla Juve, non ho mai visto niente di sospetto o di particolare. L’ho detto anche ai giudici. La crescita della massa muscolare nasce dall’enorme lavoro in palestra».
Zeman non la pensava così, specie riguardo a Vialli. «Ma Luca era grosso già prima di Lippi e Ventrone! Fu uno dei motivi per cui Trapattoni non lo vedeva più come attaccante. Non ho mai avuto l’occasione di parlare con Zeman. Mi piacerebbe farlo, però».
Torniamo al campo e al lavoro. Tu come eri messo? «Molto bene. Spesso ero il primo nei test. Per me l’avvento dell’accoppiata Lippi-Ventrone è stato il massimo, perché sono state valorizzate le mie caratteristiche: la resistenza, la generosità, la corsa. E lo spirito di squadra. Pur essendo attaccante, non ho mai avuto l’ossessione del goal. Come certi colleghi che ho sempre mal sopportato».
Ti riferisci a Inzaghi? «Niente di personale. Io vedo il calcio così. Nel mio ipotetico “undici”, uno come lui non lo vorrei. Così come non vorrei chi, ad esempio, dopo che la sua squadra ha perso per 3-1 è contento per il goal che ha fatto».
Ma gli attaccanti si valutano dal peso dei goal fatti. «Lo so, io comunque mi sono difeso bene con i numeri. Tuttavia, credo che un calciatore debba mettere se stesso al servizio della squadra. Compresa la sua fame di vittorie e la voglia di arrivare».
A proposito: alla Juventus, nell’estate 1992, come ci sei arrivato? «Mi hanno visionato. So che a Reggio Emilia c’erano spesso a vedermi il Direttore sportivo della Juve Nello Governato e Sergio Brio, vice di Trapattoni».
La svolta quando c’è stata? «Una notte, quando verso l’una suonò il telefono di casa. Al mio povero babbo. Carlo, per poco non venne un infarto. Era Boniperti. Convocò lui e mio fratello Andrea perché voleva conoscere la mia famiglia. Solo dopo che ebbe parlato con loro volle incontrare me».
Per la firma del contratto? «Sì, alla Sisport. Mi disse che in quell’ufficio, prima di me aveva firmato solo Michel Platini. Bonetto, il mio procuratore, non entrò. La cifra la mise lui, 400 milioni, alla Reggiana ne prendevo 120. Io non ricordo se dissi qualcosa. Ero al settimo cielo e basta».
Sogno che si avverava? «Decisamente. Tifavo Juve. Ero a Perugia allo stadio con mio padre quando nel 1976 perdemmo lo scudetto all’ultima giornata. Avevo otto anni, piansi tanto».
E adesso eri un giocatore bianconero, pronto a scrivere la storia della “tua” squadra. «Il salto dalla B alla Juventus non è stato facile. I primi mesi ho fatto molta fatica. Solo lo stare a fianco di gente che fino al giorno prima avevo visto in televisione mi faceva girare la testa. In quei momenti è stato fondamentale Boniperti, una persona a cui vorrò sempre bene. E poi il Trap, che ha saputo aspettarmi. Un maestro eccezionale».
Lavoro extra anche per te? «Mi è servito molto. Io ho capito che ci potevo stare a quel livello. Lui e la società hanno avuto conferma che avevano visto giusto con me. Ricordo come fosse oggi un episodio emblematico».
Raccontacelo. «Il venerdì precedente la trasferta ad Ancona (28 marzo 1993, ndr) ebbi una colica renale e mi portarono in ospedale. Nel frattempo, avevo anche una caviglia gonfia. Mi dissero, però, che la mia presenza era fondamentale. Mi vennero a prendere con il pullman direttamente all’ospedale. Prima della partita, infiltrazione alla caviglia, poi feci tutti i novanta minuti».
Giocasti abbastanza in quella prima stagione, nonostante la Panini non ti avesse messo nell’album. «Non lo sapevo. Per me contava era essere lì. La concorrenza era di altissimo livello: Vialli, Baggio, Möller, Platt. Eppure io feci ventidue partite in campionato, debuttai in Coppa Uefa e segnai nove goal».
L’esame con il calcio che conta era superato. «Un esame difficile, bastava guardare il livello e la qualità degli avversari: Baresi, Costacurta. Tassotti. E poi Pietro Vierchowod, uno che se lo saltavi una volta, subito dopo ti era nuovamente davanti. Senza dimenticare Maldini o la coppia Benarrivo-Di Chiara, che dovevi rincorrere per tutta la partita».
Quel tuo primo anno in bianconero si chiuse addirittura con la conquista della Coppa Uefa. «Fu la ciliegina sulla torta di una stagione indimenticabile, in cui feci tre goal. Vincemmo la Coppa, trascinati da un fantastico campione: Roberto Baggio, che in quel 1993 vinse il Pallone d’Oro».
Che voto gli dai? «Dieci, come il numero della sua maglia. Non nove e mezzo come disse una volta Platini. Era introverso, parlava poco. Sicuramente era meno appariscente rispetto ad altri. Ma era un fuoriclasse assoluto».
Perché? «Tecnicamente era meraviglioso. E poi aveva sempre una soluzione di gioco: una dote che possiedono solo i grandissimi».
E con Lippi come andò? «Tutti dicono che Lippi fece il miracolo convincendo Vialli a rimanere. Ma Luca era arrabbiato con il mondo e aveva una grande voglia di rivalsa. Il vero miracolo Lippi lo fece con Baggio, convincendolo a modificare il suo atteggiamento in campo in funzione del sistema di gioco della squadra».
Come fece? (ride) «Lippi era furbo. Parlava a nuora (cioè a me o a Vialli) perché la suocera, Baggio, intendesse. Capitava che il mister venisse da me e dicesse ad alta voce: “Fabrizio, devi rientrare prima oppure corri di più...” Ma in realtà il vero destinatario del messaggio non ero io».
Mi sembra sia arrivato il tempo per affrontare il tema del tridente. «Fu una scelta condivisa con mister Lippi. L’idea partiva dalla constatazione che, ceduto Dino Baggio, non avevamo centrocampisti abili nell’inserimento da dietro. Le tre punte potevano essere una buona soluzione, tenuto conto che era stata appena introdotta la regola dei tre punti a vittoria».
Lippi dunque puntò su un 4-3-3 allo stato puro. «Esatto. Tre attaccanti veri, di ruolo. Vialli, il sottoscritto e Baggio o Alex Del Piero. Potevamo garantire molte soluzioni d’attacco ed eravamo i primi a difendere. Lippi voleva dieci giocatori dietro la palla in fase di non possesso. Noi tre dovevamo coprire tutto il fronte. Quando c’era Baggio, lui rimaneva centrale, mentre Vialli ed io ci allargavamo. Con Del Piero, era Luca a occupare il centro».
L’idea è buona, ma gli inizi non sono incoraggianti. «La svolta fu dopo il 2-0 subito a Foggia alla sesta giornata. Il martedì ci riunimmo in palestra e Lippi fece un discorso molto chiaro. Si doveva cambiare mentalità e si doveva giocare in attacco. Il tridente da lì in poi non fu più messo in discussione».
Per te cambiò qualcosa? «Lo schema con i tre attaccanti era perfetto per uno come me. Stavo bene, dopo i primi tempi in cui ero appesantito dalla preparazione: ricordo la fatica anche a fare un semplice passaggio di piatto. Mi sbloccai il 27 settembre 1994, con la cinquina in Coppa Uefa al CSKA. Durante il riscaldamento mi accorsi di sentirmi meglio. Chiamai Ventrone e Pezzotti, vice di Lippi, e dissi: “Stasera mi carico la squadra”».
Sei stato di parola. «Cinque goal tutti assieme non mi era mai capitato di farli. Poi con la Juve, in Europa. Una serata fantastica. Quella prestazione fece bene a me e a tutto il gruppo».
A proposito: che aria c’era nello spogliatoio? «Ottima. Eravamo veramente uniti, affamati di vittorie come Lippi. Secondo me, è stato l’elemento trainante. E poi tutti i giovedì si usciva a cena assieme. Talvolta veniva anche il mister o qualcuno del suo staff. Un gruppo meraviglioso, non c’è mai stato uno screzio».
Nemmeno nelle partitelle durante la settimana? «Che c’entra? Nessuno ci stava a perdere. Ogni sconfitta costava 5.000 lire».
Com’era strutturata la settimana di lavoro? «Il martedì e il mercoledì erano dedicati alla parte fisica. Giovedì partitella, con lo sparring partner schierato con il modulo della nostra prossima avversaria. Venerdì tattica: undici contro zero per provare la fase offensiva: undici contro undici o contro sette per quella difensiva e poi schemi per punizioni e corner. Il sabato classica rifinitura».
Mi sembra che di tattica ne facevate il giusto. «È vero e mentalmente non eravamo appesantiti. Oggi, purtroppo, il tatticismo ha preso il sopravvento. Ma in campo c’era organizzazione, tutti sapevamo cosa fare. Lippi era veramente un passo avanti, compresa la capacità di lettura della partita».
Il più grande difetto e il più grande pregio di Lippi? «La permalosità come difetto, lo riconosce anche lui. Tra i pregi, oltre alle cose già dette, la capacità di motivare al massimo le persone. Parlando a tutto il gruppo oppure con colloqui a tu per tu. In questo Lippi è stato il più grande in assoluto. E lo ha fatto con tutti».
Anche con te? «L’episodio più eclatante avvenne nell’intervallo di Juventus-Napoli del 19 febbraio 1995. Siamo sullo 0-0. Lui invita alla calma, ci dice che stiamo giocando bene e che è convinto che la gara la risolverà un campione. E mi guarda. Al 78’ segnai proprio io».
Ed è un goal che è entrato nella storia per la tua particolare esultanza. «Mi venne di coprirmi la faccia con la maglia. Non c’era premeditazione, puro istinto. L’uomo mascherato è nato quel giorno. Poi ho sempre festeggiato così».
Passo indietro. Eravamo rimasti al dopo Foggia. «Le parole di Lippi fecero centro. La domenica dopo vincemmo a Cremona con il goal di Vialli in rovesciata, ma la prima spallata al campionato fu data la giornata successiva con la vittoria sul Milan. Dicevano che avremmo rinunciato al tridente. Vero niente. Giocammo alla grande e Baggio realizzò la rete decisiva addirittura di testa, in mezzo a Baresi e Costacurta».
E arriviamo così all’8 gennaio 1995, in calendario c’è lo scontro diretto con il Parma che vi precede di un punto. «Una partita decisiva. Tornai in anticipo dalle vacanze natalizie e chiesi a Ventrone di potermi allenare. Avevo una voglia matta di giocare. Il primo tempo fu equilibrato. Quindi avanti loro con Dino Baggio e 1-1 di Paulo Sousa. Poi arriva il minuto settanta. Vialli da destra la mette in area, la palla è bassa. Io ci vado in tufo per impattarla di testa. È tutto istinto, come ai tempi dell’oratorio. Ci vuole coraggio, ho due difensori addosso. La giro alla perfezione all’angolo opposto. Il portiere non ci arriva. Mi alzo e ricordo ancora adesso Del Piero che mi dice: “Ma che cavolo di goal hai fatto?!”».
Ti sei reso conto subito della prodezza? «Sì. Era veramente un momento di grazia. Tre giorni dopo è nato il  mio primo figlio. La domenica successiva feci altri due goal alla Roma, perché poi al Parma segnai il rigore del 3-1 definitivo. E poi ci furono le parole di Roberto Bettega: “Questi goal qui li fanno solo quelli con i capelli bianchi”».
La precoce canizie ti ha mai pesato? «No, figurati. E un fattore ereditario. Ho iniziato a ingrigire a quattordici anni. La cosa suscitava curiosità, da ragazzo feci anche da testimonial per un fondo di investimento. Il parallelo con Bettega mi inorgogliva. Bettega è stato la storia della Juve, quella che ammiravo da bambino, per cui ho anche pianto. Con Giraudo e Moggi era uno dei membri della cosiddetta triade voluta da Umberto Agnelli. Tre fuoriclasse».
Approfondiamo un po’ l’argomento? «Bettega era spesso al campo, ci dava consigli. Giraudo era una persona di grande intelligenza, bravissimo con i numeri. Luciano Moggi era il top dei dirigenti sportivi. Con lui la Juve è tornata ai livelli del passato. Poi è arrivato il ciclone di Calciopoli a spazzare tutto».
Tu che idea ti sei fatto? «Mai avuto l’impressione che Giraudo e Moggi avessero in mano il calcio italiano. È emerso che il malcostume c’era, ma non posso credere che siano stati i soli. Mi sembra che alla fine abbiano pagato per tutti, soprattutto Moggi, verso il quale la mia stima rimane».
Dopo la vittoria a Parma, la Juve conquistò la vetta e per te arrivò anche il debutto in Nazionale. «25 marzo 1995, qualificazioni agli Europei, a Salerno: Italia-Estonia. Mi chiamò Arrigo Sacchi. Giocai dall’inizio e segnai il 4-1. Ho fatto una ventina di gare con l’Italia, realizzando otto goal. L’unico rammarico è non aver disputato il Mondiale 1998 per infortunio».
Nel frattempo la Juve marciava decisa verso il traguardo finale: altra tappa, sabato primo aprile 1995. «Trasferta a San Siro contro il Milan: 2-0. Aprii io di testa dopo aver saltato con un pallonetto Sebastiano Rossi, alto quasi due metri. All’84’ raddoppio di Vialli e i tifosi rossoneri abbandonarono lo stadio».
In realtà ci furono anche delle clamorose sconfitte interne, Padova e Lazio per esempio. «Non ci hanno condizionato. Non siamo mai stati in difficoltà. Sono stati episodi. Ricordo che Cravero, dopo lo 0-3 della Lazio, disse: “Ho paura di uscire dallo stadio per come abbiamo rubato il risultato”».
Da dove nasceva la graniticità di quella squadra? «Da Lippi, dalla voglia di arrivare. E poi dalla qualità dei singoli. Paulo Sousa era il nostro Pirlo, e poi Ferrara, Kohler, Conte. Senza dimenticare Tacchinardi, uno dei giovani più forti con cui abbia mai giocato, e Deschamps, a lungo infortunato ma determinante».
In porta c’era Angelo Peruzzi. «Una bestia, tra i pali imbattibile, aveva un’esplosività incredibile. I piedi, invece, erano di legno». (ride)
Intanto si avvicina il momento topico: lo scontro diretto con il Parma, il 21 maggio 1995. «Con tre giornate di anticipo potevamo vincere lo scudetto. Loro erano a sette punti. Eravamo carichi, motivati. L’unica nota stonata era la Coppa Uefa sfuggita proprio contro i gialloblu. Ce la siamo giocata male. Ah, dimenticavo: eravamo in finale di Coppa Italia, sempre contro la squadra allenata da Scala».
Come hai vissuto la vigilia della sfida decisiva? «Non ho dormito. Tutta la notte in bianco. La mattina dopo mi vide Bettega, gli dissi che non avevo chiuso occhio. Lui mi fulminò: “Non è una bella cosa”».
Per fortuna in campo le cose andarono bene. «Fu una domenica bellissima. Con tanto sole. Vincemmo 4-0, due goal miei. Un trionfo. I gavettoni a Lippi, la gioia in campo, la soddisfazione della mia famiglia e la festa di sera a casa di Umberto Agnelli. Avevamo riportato lo scudetto a Torino dopo nove anni».
Tu avevi contribuito alla grande. «Giocai più di tutti, cinquantadue partite complessive. Feci trenta goal, l’ultimo nella finale di ritorno della Coppa Italia, che vincemmo. E l’anno dopo c’era la Champions».
Era quello l’obiettivo primario del 1995-96? «Sì. C’era il desiderio di volerci affermare in Europa. Venivamo da due finali e la Coppa Uefa di vent’anni fa era un torneo altamente qualitativo. Ci sentivamo attrezzati per l’impresa. Il cammino di avvicinamento fu emozionante, molti di noi erano all’esordio in Champions. Facemmo grandi partite e Del Piero tirò fuori quelle prodezze in serie che ci diedero forza».
22 maggio 1996: un anno esatto dopo lo scudetto, ecco la grande occasione. «Ed io non dormo per quindici giorni. Eravamo in ritiro alla Borghesiana. Un giorno, sotto la doccia, ne parlai con Vialli. “Luca, non riesco a dormire. Tu che fai?” “Non dormo nemmeno io”, rispose. Era tormentato dal ricordo di quattro anni prima e dal terrore di sbagliare ancora goal decisivi come contro il Barcellona nel 1992».
Finalmente arriva il giorno della finale contro l’Ajax, campione in carica. Tu ci sei. «Avevo saltato alcune partite del finale di campionato per infortunio. Ma adesso stavo bene. Giocai con il solito undici, per la prima volta sulla schiena c’era il nostro nome. Avevamo la divisa di riserva, blu con le stelle gialle sulle spalle. Una maglia meravigliosa».
E fortunata: al 13’ porti in vantaggio la Juve. «A me è sempre piaciuto studiare gli avversari. Avevo notato che i due fratelli De Boer spesso erano leggerini, per non dire presuntuosi, quando giocavano con il portiere. Me lo sono ricordato quando vidi quel pallone in area. Con la suola del sinistro me lo sono portato avanti e ho calciato con il destro».
Da posizione impossibile. «La porta era strettissima. Silooy tentò un salvataggio in scivolata, ma non servì. In quel momento non ho capito nulla. Ero in estasi, come chi vede esaudita una grazia. Corsi alla disperata, esultai nel solito modo».
Lo stato di grazia si tramuta di colpo al 77’ quando Lippi ti sostituisce. «Mi giravano e parecchio. Volevo rimanere in campo. Non ero da sostituire. Anche in previsione degli eventuali rigori, visto che ero il rigorista della squadra e non mi sarei certo tirato indietro».
E una frecciata a qualcuno? «No, i quattro che tirarono fecero centro. Non servì il quinto: non l’avrebbe tirato Vialli ma Del Piero».
E bene quel che finisce bene! «Appena Jugović fece goal, scattammo tutti in campo: chi piangeva, chi si rotolava per terra, chi si abbracciava, chi saltava come un invasato. Alzare la Coppa dei Campioni è uno dei più bei regali della mia carriera».
Anche qui la gioia si tramuta presto in delusione. «Successe tutto all’improvviso, dopo la finale. La Juventus aveva deciso di cedermi. Non ci potevo credere. Per me fu una pugnalata. Mi sono sentito tradito. Un giorno mi aveva chiamato Umberto Agnelli dicendomi che sarei stato il capitano del futuro. Ci accordammo con il Middlesbrough, che nel frattempo aveva raggiunto l’intesa con la Juve».
Siamo all’ultima domanda. Ci sono un nome e un cognome: Andrea Fortunato. «Un grande dolore. Io ho perso un amico, il calcio un sicuro campione, la sua famiglia, che ancora oggi fa fatica, un figlio nel pieno della sua giovinezza. Quello che ho vinto alla Juve lo dedico a lui».

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