venerdì 10 novembre 2017

Sergio PORRINI


Nasce a Milano l’8 novembre 1968. Cresciuto nel Milan (dove non giocherà nemmeno una partita), si mette in mostra nell’Atalanta, nel ruolo di terzino destro, totalizzando anche due presenze in Nazionale, tanto che nell’estate del 1993, la Juventus lo preleva dalla squadra orobica e ne fa il titolare della propria fascia destra. Sergio non è un mostro di tecnica, ma supplisce a questa lacuna con una grinta notevole e disputa un buon campionato. «Arrivando alla Juventus ho proprio realizzato un sogno; da ragazzino, quando ho cominciato a prendere a calci un pallone, sognavo i grandi stadi e le grandi squadre e la Juventus è decisamente la più grande di tutte».
L’anno successivo arriva Lippi e, soprattutto, Ciro Ferrara: Lippi dopo qualche titubanza, complice la netta sconfitta a Foggia, decide di giocare con la difesa a tre in linea, promuovendo titolare Geppetto Torricelli accanto a Ciro e a Jürgen Kohler e per Porrini lo spazio è minimo, anche perché deve giocarsi con Carrera, il ruolo di prima riserva difensiva.
Sarà decisivo, però, nella doppia finale di Coppa Italia contro il Parma, segnando sia al Tardini sia al Delle Alpi; realizzerà anche un goal importantissimo a Dortmund, nella semifinale di Coppa Uefa, nella vittoriosa partita contro il Borussia. «Non mi sono mai rassegnato – afferma – conosco il mio valore e soprattutto il mio carattere. Ma forse non sarei arrivato a tanto senza il lavoro dell’allenatore e del nostro preparatore atletico. Hanno curato in particolare chi come me giocava di meno, con il risultato che, al momento buono, non ci siamo fatti cogliere impreparati. Non ci sono sorprese o casualità, è tutto frutto della programmazione. Non sono un giocatore da copertina, non mi piace apparire. Quando sono contento con me stesso non ho bisogno di altro».
La stagione 1995-96 vede Porrini scendere in campo una ventina di volte e festeggiare da bordo campo, la grande vittoria in finale di Champions League, contro l’Ajax. Sarà protagonista, invece, nella sfortunata finale di Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund e durante tutta la stagione, causa l’infortunio di Torricelli: le sue presenze saranno quaranta con due goal, di cui uno nella finale di Supercoppa Europea a Parigi, vinta per 6-1 contro il Paris Saint Germain («È il terzo goal europeo, gli altri li ho segnati al Borussia Dortmund e al CSKA Sofia. Una bella rete da attaccante. Noi siamo stati bravi a sfruttare le situazioni da palle inattive. Non è stato un fatto casuale, fa parte dei nostri schemi») e sarà titolare a Tokyo nella Coppa Intercontinentale.
Nel 1997-98 emigra in Scozia, nel Rangers Glasgow, dove resterà per quattro stagioni, prima di fare ritorno in Italia, all’Alessandria e quindi al Padova.
Con la Juventus ha totalizzato 138 presenze e cinque goal, conquistando due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Europea, niente male per un gregario, sempre molto apprezzato dai suoi allenatori e dai suoi compagni, come testimonia Gianluca Vialli: «A volte si dà troppa attenzione ai giocatori più affermati, e si trascurano gli altri, che magari hanno tante cose da dire. Porrini, per esempio, è un fiume di idee».


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1994
Dalla paura di non farcela, in un ambiente tanto nuovo e tanto più impegnativo, alla forza tranquilla di chi, poi, è riuscito a dimostrare quanto vale: Sergio Porrini da Milano, ventisei anni, giustamente gongola. Se l’è vista brutta al primo approccio con una Juve che deve essergli sembrata una specie di mostro mangia atleti e che adesso invece gli si rivela come approdo felice, in cui compiacersi e su cui fare sereni programmi per l’avvenire.
Non è proprio una favola a lieto fine, ma poco ci manca: «C’è stato un cambio d’ambiente per me piuttosto brusco. Sarà banale dirlo, ma l’Atalanta è una cosa e la Juve tutta un’altra. Ne ho risentito, anche perché la squadra all’inizio non girava al massimo, in parecchi non eravamo in forma e i tifosi con qualcuno dovevano pur prendersela: essendo nuovo, e per di più pagato una certa sommetta, era inevitabile che facessi un po’ da capro espiatorio. Poi, pian piano, sono entrato in forma io ed è cresciuta la squadra, certe questioni si sono stemperate, non mi sono più sentito al centro dell’attenzione ed ho cominciato a giocare abbastanza bene. Adesso, e da un bel po’, sono in forma e sono in pace con me stesso e con gli altri. Le difficoltà iniziali sono superate, spero di continuare così».
Colpisce, in effetti, di Porrini la regolarità di rendimento: occhio alle pagelle del lunedì, Sergio becca regolarmente tra il sei e il sei e mezzo, insomma promozione ampia: «Ci sono state due o tre partite in cui, mi rendo conto, in campo non c’ero. A Foggia o contro la Roma all’andata non ho certo offerto un buon rendimento. Sapevo benissimo che mi toccava il compito di dare una buona impressione a chi non mi conosceva, ma non ero nella condizione migliore per farlo. Adesso sì, e la cosa mi gratifica. All’inizio, però, non mi sono scoraggiato, sapevo di valere più di quel che riuscivo a mostrare: mi son detto che dopo quattro anni di professionismo a un certo livello uno non può imbrocchire di colpo. Era solo questione di tenere duro, mi ha fatto bene anche stare in panchina, ho imparato a conoscere meglio l’ambiente».
Porrini è arrivato in bianconero fresco di Nazionale: una presenza, e per di più part-time, ma comunque un biglietto da visita: «Un’esperienza che non è vero che mi abbia fatto più danno che vantaggio, è stata comunque una cosa positiva. Certo, non mi ritengo un terzino di fascia, non ho le caratteristiche di quel ruolo, che presuppone doti di spinta continua. A me piace di più marcare, ci sono più portato. Diciamo che la parentesi azzurra mi ha portato un po’ fuori del seminato, in un ruolo che non mi si addice al massimo, ecco tutto».
Se Sergio ha impiegato così poco a superare le difficoltà di ambientamento, lo deve anche alla sua voglia di imparare, alla sua umiltà: «Credo che ciascuno dei miei colleghi di reparto mi abbia insegnato qualcosa, e certo da tutti ho qualcosa da imparare. Da Kohler il carattere, è uno che non si risparmia mai e ha una grinta eccezionale. Da Torricelli la voglia di soffrire, di lavorare duro per riuscire: è una cosa che ti dà stimoli durante la settimana, prima degli allenamenti. Da Carrera la forza per risalire dopo un incidente, la tremenda voglia di rientrare».
E bravo Porrini, uno dei simboli della Juve operaia che non molla mai di un millimetro. A Porrini piace sentirsi definire un “peone”, un operaio: «Mi piace, perché vuol dire che si riconosce che mettiamo in ogni partita la grinta, la voglia di farcela. Chi, come me, non è dotato di tecnica eccelsa, è importante che sia al massimo tutte le domeniche. Riuscirci mi riempie di gioia».
Capita, negli ultimi tempi in gare casalinghe, di vedere con una certa frequenza Porrini sganciarsi da rigidi compiti di marcatura e proporsi all’azione d’attacco: «È una cosa bella, diciamo pure che mi esalta, anche perché vuol dire che in quella partita si rischia poco in difesa e si può fare qualcosa di più in avanti. Questa opportunità mi piace perché mi dà fiducia, sono tranquillo e partecipo meglio anche all’impostazione. Magari avrei potuto fare di più, segnare in qualche occasione un goal. Ci sono andato vicino, prima o poi mi sbloccherò, all’Atalanta qualche volta l’ho messa dentro».
Finale su progetti per il futuro, e qui si ritrova l’anima romantica del “professional” che sta vivendo un bel sogno: «Ho ventisei anni, vivo molto alla giornata. Faccio il calciatore, un mestiere entusiasmante, so bene che non potrò farlo per sempre e che poi non potrò mica vivere di ricordi. Il giorno che pianterò lì, magari sui trentuno-trentadue anni, mi guarderò intorno e mi darò da fare. Adesso non ci penso, sto vivendo momenti bellissimi e me li voglio godere fino in fondo».
Entusiasta di un Porrini romantico e al tempo stesso concreto. Pesano su di lui le valutazioni di mercato, ma la scorza è dura e le spalle robuste. E se, alla fine, salterà fuori che è stato un buon affare per la Juve, beh, non saremo certo noi a stupirci.


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