martedì 28 giugno 2016

CINESINHO

Diventa bianconero durante un’estate (quella del 1965) dominata da un mercato movimentatissimo e ricco di colpi di scena. Le frontiere chiuse hanno portato a un aumento di prezzo dei pochi grossi calibri in vendita e la lotta per accaparrarseli coinvolge tutte le società, grandi o piccole che siano; così, mentre la Juventus soffia il Cina alla nutrita concorrenza, Altafini e Sivori prendono la strada di Napoli, dove, per loro, hanno costruito ponti d’oro. Con Sivori se ne va un’era, anche se di fatto il divorzio fra Omar e la Juventus era nell’aria da almeno un paio di anni. E Cinesinho è l’uomo chiamato a rivestire quel fatidico numero dieci, lasciato dal Cabezon; un compito niente agevole, non occorre essere un esperto per capirlo. Ma il Cina ha già trenta primavere e ha saggezza da vendere, capisce subito che cosa la società vuole da lui e non si tira indietro davanti alla responsabilità. Con Heriberto bisogna correre e correre, c’è poco da fare, il “movimiento” sarà discutibile, ma ha poche alternative e molti vantaggi; chiaro che ha anche il grave svantaggio di obbligare chi lo esegue la domenica a superlavoro settimanale, sotto l’occhio attento e persino impietoso di Heriberto. Ma la fatica è compensata dai risultati, che già prima dell’inizio del campionato destano speranze tra i tifosi bianconeri: la finale di Coppa Italia, nella calda notte romana, è un netto successo della Juventus sull’Inter europea e mondiale, nonché il primo, proficuo approccio di Cinesinho con il gioco juventino.
Non tutto è perfetto nel meccanismo della squadra ed è altrettanto logico che non si debba subito pretendere dal Cina, di dialogare a occhi chiusi con il resto della formazione. Ci sarà tempo per curare i collegamenti tra reparto e reparto ed anche per perfezionare un certo tipo di lavoro, che Heriberto vuole far svolgere al brasiliano; il campionato che va a cominciare non rappresenta per i bianconeri che una tappa importante di riavvicinamento allo scudetto, nessuno pretende miracoli subito e questo giova, non poco, alla serenità dell’ambiente.
Ha la tendenza a ingrassare ma, con Heriberto, non ci riesce. Sin dal primo giorno di allenamento, il Ginnasiarca lo tasta con i piedi, gli salta delicatamente sulla pancia, poi lo fa stendere a terra e, sollevandolo con le due mani, lo setaccia, come i contadini setacciano il grano. Il primo campionato del brasiliano in bianconero è positivo, al di sopra delle previsioni più rosee. Il brasiliano ha una volontà che compensa abbondantemente la non eccelsa classe e gli consente di competere, senza complessi, con i più quotati registi nostrani; la squadra ne approfitta immediatamente per assestarsi nella parte alta della classifica, grazie ad una serie strepitosa di partite senza sconfitta, ben dodici consecutive. Il Cina guida la squadra con esemplare disciplina tattica e, talvolta, si scopre anche nelle vesti di rifinitore, conquistandosi le simpatie del pubblico torinese e non. A San Siro, dove a squadra cede nel finale al Milan, è sua la rete del vantaggio juventino e, se la rimonta rossonera si concretizza, è anche perché il Cina si infortuna, un brutto strappo che lo terrà fermo per due turni. Trentuno presenze e quattro reti segnate, di cui tre nelle ultime partite; il bilancio è più che lusinghiero, la maglia numero dieci è sua anche per l’anno dopo.
Cinesinho è definitivamente consacrato regista di talento, non ci sono sbavature nella sua manovra che è ricca di fluidità, oltre che superba sul piano dinamico; a Bergamo, prima giornata, tutti si accorgono di quanto sia importante nell’economia del gioco bianconero un punto di riferimento come lui, che dirige la manovra e, non di rado, la finalizza con imbeccate precise alle punte. L’Atalanta è trafitta due volte e sempre c’è di mezzo Cinesinho, una volta come suggeritore e l’altra come freddo esecutore. Il seguito è tremendamente regolare, sempre su livelli di eccellenza; certo che non sempre al risultato si accomuna lo spettacolo, ma bisogna avere pazienza, il collettivo è anche sacrificio dell’estro a favore del risultato. Il Cina fa talora cose splendide, come a Firenze, terza giornata, 2-1 finale con zampata vincente di Depaoli e gran regia del brasiliano in giornata di grazia; o come a Napoli, nel fango e contro gli azzurri arrembanti, dove lotta da gladiatore propiziando, tra l’altro, il contropiede vincente di Favalli. Ma tutto il suo campionato sarebbe da ricordare, ricco com’è di spunti di valore e di strenuo impegno. Ancora trentuno presenze alla fine, l’ultima coincidente col successo-scudetto sulla Lazio. Il secondo anno del Cina in bianconero ha pienamente confermato il primo, arricchendo anzi il suo curriculum di note di merito. Heriberto è, giustamente, orgoglioso di quest’ultratrentenne irriducibile, che galoppa come un ragazzino e illumina di buon senso il gioco dei compagni.
«Anche nel Catania, dopo un periodo difficile, divenni il giocatore che sono considerato oggi nella Juventus. A Heriberto debbo molto, mi ha ridato l’appetito, la giovinezza, peso meno di quando giocavo nel Palmeiras e avevo ventiquattro anni, l’allenamento che cura lui è il migliore, e preciso anche questo: difficilmente potrò fare l’allenatore, perché sono buono anche con mio figlio Sidney, e invece bisogna essere come Heriberto, sapere quello che si vuole. La Juventus gioca un bel calcio, faccio presto a mettere il pallone dove voglio, c’è sempre uno smarcato. Quando giocavo nel Porto Alegre o nel Palmeiras in fondo ero meno giovane di oggi. In Brasile giocavo di punta, accanto a Julinho, il mio compito era fare la sponda, non correvo molto, in fondo non ci avevo il fiato per correre. Il brasiliano è un giocatore che non pensa, va in campo e gioca per divertirsi. In Italia ho imparato ad allenarmi e a pensare. Queste due cose importantissime mi hanno fatto più giovane. Così oggi che ho trentadue anni sono più giovane di quando ne avevo venti, poco ma seguro».
Il tempo vola, l’estate è avara di novità per i colori bianconeri, anche se la tifoseria invoca acquisti decisivi, per affrontare degnamente attrezzati la Coppa dei Campioni; Volpi mantovano e Simoni granata non sono il massimo della vita ed è chiaro che Heriberto dovrà contare sugli stessi uomini che hanno strappato lo scudetto dalle maglie neroazzurre. Si comincia bene, i greci del Pireo nettamente battuti, caricano la Juventus anche per le fatiche del campionato e la classifica è sostanziosa, anche se non più di vertice assoluto. Il brasiliano, in particolare, sembra ulteriormente migliorato nella parte di suggeritore e dal suo piede partono palloni carichi di saggezza; anche se il gioco verticalizzato non è propriamente conforme alle sue visioni di gioco, che spesso indulgono al passaggio laterale.
Il pubblico, che pure non smette di apprezzare lo sgobbare perpetuo del Cina, si domanda se non c’è un modo più stringato e più spettacolare per vincere, giocando magari in modo più deciso negli affondi e, così, comincia a disapprovare i beniamini, non appena se ne presenta l’opportunità, sotto specie di passo falso in classifica. Qualcuno avanza l’ipotesi che, un trentatreenne come Cinesinho, sia agli sgoccioli sul piano fisico e la polemica è persino suffragata dai frequenti infortuni del brasiliano, costretto a disertare partite importanti. Per fortuna, la squadra ha un’impennata nel finale di stagione e proprio Cinesinho si rende protagonista dell’impresa più prestigiosa del torneo, vale a dire la vittoria al San Paolo contro gli azzurri, che finiranno secondi dietro il Milan campione.
31 marzo 1968: i bianconeri che attendono il Benfica per le semifinali di Coppa dei Campioni, si cimentano contro gli azzurri partenopei in un incontro difficilissimo. Primo tempo arrembante, Juliano e Altafini assaltano, ma non fanno breccia nella rocca forte juventina, rinforzata dai centrocampisti e dal Cina in special modo. Poi, di colpo, all’inizio della ripresa, esce di prepotenza la Juventus, come svegliata da una lunga attesa sonnolenta; Depaoli infila Zoff e lo stadio ammutolisce. Un attimo e il Napoli cerca di scatenarsi all’attacco; niente da fare, a centrocampo non si passa, è ora la Juventus che domina il gioco. E chiude il conto con un goal che ha del diabolico; è proprio Cinesinho che lo realizza, con un tiraccio assolutamente imprevedibile dall’altezza del corner, che inganna Zoff e i difensori appostati. A nulla servirà il goal in extremis di capitan Juliano, finisce 2-1 per la Juventus.
Sono sprazzi, si capisce, ma neanche poi troppo isolati, se è vero che, nelle ventitré partite disputate in quel torneo, altre due volte la stoccata del Cina si rivela decisiva. Il campionato si chiude, il futuro è ricco di prospettive e la Juventus non vuole essere tagliata fuori dalle grandi manovre. Arrivano Anastasi, Haller, Benetti e altri ancora di fresca fama; e parte, tra gli altri, Cinesinho, destinazione la provincia veneta, vicentina in particolare, che da sempre porta longevità pedatoria.
Una volta disse: «Il centrocampista deve lasciare i nervi a casa, nel cassetto della tavola, un centrocampista nervoso non serve alla squadra, non può ragionare». Usciva da un calcio favoloso, con i radiocronisti dalla pazzesca parlantina, trascinati all’euforia dalle ineguagliate prodezze di Pelé, oppure Garrincha. Cinesinho soltanto quei due considerava più grandi della massa; in realtà, il Cina si distingueva per la sua scienza nel calciare. Su calcio piazzato il suo pallone mistificava le difese avversarie e consentiva appostamenti vittoriosi al furbo Depaoli o all’estroso Zigoni. Cinesinho pareva lento ed era velocissimo e ubriacante. «Io possiedo il riflesso del campione. Il mio riflesso è il tempo impiegato per direzionare il pallone. Io, come Pelé e Garrincha, ho il riflesso molto veloce. Il mio compagno smarcato riceve subito il pallone».


VLADIMIRO CAMINITI
Il calcio non era ancora la cosa spesso ribalda di oggi, miliardi a gogò, gli stranieri padroni anche del nostro cuore. Ce n’erano di stranieri, e vivevano la parte come gregari, anche quando erano fuoriclasse, e mi riferisco allo zufolante simpatico gentile Cinesinho. Che poi le sue virtù fossero tante, e ruotassero con un possesso di palla che sapeva imprimere al gioco traiettorie originali, questo l’ho constatato seguendo quel campionato di vittoria della Juve del tredicesimo scudetto dal primo all’ultimo respiro. A quel bravo collega di Enzo Sasso, proprio Cinesinho ha spiegato il fenomeno Heriberto in una lettera al connazionale Djalma Santos che si può considerare inedita, e della quale riproduco alcuni passi. Io la trovo documento di umanità più antico che raro, e di una temperie sportiva che dopo le grandezze e le follie sivoriane, la Juventus aveva ripristinato all’altezza del suo fulgido blasone. Quel piccolo asso di pelle scura, coi suoi capelli ricciuti e i suoi occhi buoni e ingenui, scriveva a Djalma: «Il mister mi fece subito capire che a trent’anni, quanti ne avevo quando vestii la maglia bianconera, si è ancora ragazzi: a patto che ci si alleni durante tutto l’anno come vuole lui. Io ubbidii. E vidi subito i risultati. Non basta. Anche tu ti alleni e ti sacrifichi, ma il nostro calcio, quello della Juve, è un calcio speciale, nel quale tutti noi diamo tutto, corriamo, facciamo gli attaccanti e i difensori, andiamo in goal, salviamo il portiere, secondo un grafico che qui, per iscritto, non ti so descrivere, ma che ti farò quando verrò a San Paolo. E una specie di distribuzione uguale di tutte le forze in campo. Così tutti noi ci aiutiamo nei novanta minuti, e alla fine siamo meno stanchi di quello che pensi. Tu riderai ma io mi sento più giovane oggi di quando ero al Modena o al Catania o addirittura a Palmeiras». Di quella Juventus io ricordo tutto, perché ha rappresentato l’inizio di un tirocinio professionale che ancora perdura. Quello schema che Cinesinho chiama grafico, cioè il “movimiento”, movimentò il giornalismo italiano oltre al resto. Da certi sapientoni milanesi, Brera in testa, fu irriso; ma la realtà era che Heriberto andava più in là del magnifico zingaro Helenio, insegnava il calcio del futuro. Ed ebbe in Cinesinho il giusto cervello per le sue elucubrazioni spesso ossessionate; la squadra danzava il suo calcio ripetitivo raramente improvvisando. Infatti, la Juventus capeggiata da Cinesinho riuscì a piegare addirittura l’Inter, per un sol punto, ma meritatissimamente. Era campionato a diciotto e fu lungo e combattuto. I figli di papà in tribuna centrale, nel vecchio romantico stadio, storcevano la bocca quando il pallone era di Leoncini, e trovavano che soltanto Cinesinho e Salvadore fossero da Juventus. Concetti stantii, indegni della juventinità, che è qualcosa di bello e di puro, senza pruriti di razzismo di nessun tipo. E la Juventus di Heriberto e del piccolo zufolante Cinesinho si incasella infatti tra i capolavori del calcio. Una squadra di pionieri, irrobustita da uno schema che donava giovinezza, e consentì al mite e gracile Cinesinho di farla da regista, imprimendo al pallone originali e musicali traiettorie. Quella Juventus, aldilà di tutto, fu una ventata di pulito per tutto il nostro calcio.


RENATO TAVELLA
E bravo Cina, trotterellante centrometrista per rapido pensiero. Mai volgari fiondate le sue improvvise aperture, bensì geniali e fulminei inviti accarezzati coi piedini guantati. Tutto in lui è piccolo e aggraziato, a tal punto mignon da risultare grande. Persino i due spilli neri, con cui si guarda intorno col sorriso, gli regalano sul volto scuro e grattugiato un’aria di non comune simpatia. Di tenerezza, anche. Inutile ricordare che, palla al piede, appartiene alla razza dei purosangue che hanno fatto la fortuna del calcio.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Nel giorno della morte, vorrei lasciare un commento di cordoglio, dal momento che nel 1989, insegno calcio alle giovanili del Modena calcio, dove militava insieme a mio Figlio un giovane Luca Toni, che riusci meglio a prendere i suoi insegnamenti, anche per questo gli diciamo GRAZIE!!!!!