martedì 8 giugno 2021

Luca TONI


GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2011
«La Juve è un sogno». Sentire queste parole da un tifoso, o da un giocatore alle prime armi, appare scontato e quasi non fa più effetto. Se a pronunciarle però è uno che ha alzato la Coppa del Mondo, ha vinto la Scarpa d’Oro, è stato due volte campione di Germania, capocannoniere in Bundesliga, in Serie A e, per non farsi mancare nulla, anche in B, beh, effetto né fa, eccome.
E Luca Toni quelle parole le ripete più volte, perché anche uno come lui, che dalla vita e dalla carriera ha avuto tutto, continua a inseguire sogni. Quello di vestire il bianconero, lo cullava sin da bambino. Quando, tirando i primi calci, già giocava centravanti e stravedeva per Van Basten, ma aveva le maglie di Platini e Boniek: «Le aveva regalate mio padre a me e mio fratello. La mia è sempre stata una famiglia di grandi juventini...».
Così, dopo aver seminato gol in Italia e in Europa, quando si è presentata l’occasione di trasferirsi a Torino, non ha esitato un attimo. Anzi, si è addirittura abbassato lo stipendio. Il che, di questi tempi, non è cosa da tutti: «Quello non è stato un problema. Appena iniziato il calcio mercato il mio procuratore mi ha parlato di questa opportunità e gli ho subito detto di fare tutto il possibile per condurre in porto la trattativa. Nella mia carriera ho guadagnato a sufficienza e il prestigio della Juve non ha prezzo: è la squadra con più tifosi e già questo dice molto. Io poi sono di Modena e vedo l’affetto che in Emilia si prova per questi colori. La Juve ha un fascino unico, è la Signora del calcio».
– Questa è musica per i tifosi bianconeri! E una testimonianza delle tue grandi motivazioni. Peccato però che i buoni propositi si siano subito scontrati con l’infortunio patito contro il Catania...
«Peccato davvero. Farsi male subito è davvero brutto, soprattutto perché sono arrivato a Torino con tanta voglia di fare bene e di poter aiutare questo gruppo a disputare un grande campionato. Purtroppo gli infortuni fanno parte del nostro lavoro e il mio per fortuna non è grave. La voglia di cui parlavo però c’è ancora, dunque ora non resta che ripartire».
– Nella prima partita, contro il Napoli hai subito fatto vedere di poter dare una mano importante alla squadra. Avevi anche segnato un gol regolarissimo.
«Si vede che il periodo non era fortunato... non mi hanno dato un gol che era obiettivamente difficile da annullare, perché anche al rallentatore è complicato stabilire che io abbia fatto fallo, figuriamoci a velocità normale. L’area era affollata, io ero davanti al portiere e onestamente non so cos’abbia visto l’arbitro... Pazienza, ormai è andata, ma è un peccato, perché in quel momento è cambiata la partita. Molte gare vengono decise dagli episodi e a Napoli, da quel punto di vista, non ci è certo andata bene».
– Terminata quella partita, che reazione hai visto da parte dei compagni?
«Conosco già da tempo molti ragazzi di questo gruppo perché con loro ho condiviso anni stupendi in Nazionale e sapevo che, dopo quella sconfitta, ognuno di loro aveva il desiderio di dimostrare che la vera Juve non è quella vista al San Paolo. Ho visto una grande rabbia e, infatti, dopo quella gara, sono arrivate due vittorie».
– Com’è stato il primo impatto con la tua nuova squadra?
«Ho ritrovato l’organizzazione del Bayern, che è un po’ la Juve di Germania. Arrivato qui ho ritrovato quel livello, il top assoluto, dove i giocatori possono esprimersi al massimo».
– In effetti, lasciare un club come il Bayern non dev’essere stato semplice...
«Ho vissuto due ottime stagioni anche a livello personale. Ho vinto subito la classifica dei cannonieri e anche l’anno successivo sono andato bene segnando 20 gol tra campionato e coppa, pur non giocando al meglio per diverso tempo, a causa di un infortunio al tendine. Il fatto è che il Bayern è una di quelle società che spendono molto e se non si vince si cambia. Siamo arrivati secondi per un punto e dunque la società ha deciso di terminare il rapporto con Klinsmann e di affidarsi a Van Gaal, con cui non ho mai legato».
– Già, Van Gaal. Proprio non ti considerava, eppure sei un campione del mondo! In effetti l’impressione è che in molti tra gli addetti ai lavori abbiano dimenticato un po’ troppo in fretta quanto siete riusciti a fare nel 2006...
«È vero. Il fatto è che, prima di iniziare quel Mondiale chiunque ci massacrava: noi invece abbiamo vinto, mettendo un po’ tutti a tacere. Dopo Berlino, ci hanno esaltato talmente tanto che molta gente non vedeva l’ora di “buttarci giù”. Io credo che in Italia ci siano molti giornalisti bravi, ma anche tanti che pensano solo a polemizzare, perché fa audience e fa vendere ì giornali. E farlo tirando in mezzo un campione del mondo ha molta più risonanza. Da parte della gente invece c’è sempre stata molta gratitudine. Andando in giro mi fermano tifosi di qualsiasi squadra che ancora mi ringraziano per quel fantastico 2006 e si complimentano anche per quanto sono riuscito a fare in carriera».
– Com’è stato ritrovare il calcio italiano?
«Qui, rispetto alla Germania è tutto più esasperato, ci sono molte più pressioni. Io però sono molto istintivo e avevo voglia di rimettermi in gioco. Così ho accettato la proposta della Roma. Anche lì ero partito bene, mi sono poi dovuto fermare per due mesi a causa di un infortunio, ma sono tornato e alla fine abbiamo accarezzato il sogno di completare una clamorosa rimonta».
– Dopo mezza stagione però hai subito cambiato squadra. Perché?
«A Roma avevo fatto bene, lì però c’è Francesco Totti e lui vuole fare la prima punta, così ho pensato di andare in un’altra squadra per giocare con più continuità. Si è presentata l’occasione di trasferirsi al Genoa, che allora era allenato da Gasperini e giocava un calcio molto offensivo, dove un attaccante aveva la possibilità di divertirsi. Purtroppo c’è stata una serie di infortuni delle altre punte che hanno fatto sì che giocassi spesso da solo in questi mesi. Essendo un attaccante d’area per me era difficile esprimermi a certi livelli, in una squadra molto difensiva. Poi è cambiato l’allenatore, Gasperini è andato via e con il nuovo (Ballardini ndr) non c’era un buon feeling. Per mia fortuna c’è stata la possibilità di venire alla Juventus e l’ho colta al volo».
– Cosa serve alla Juve per compiere il definitivo salto di qualità?
«Due o tre risultati positivi che possano dare entusiasmo. In questa squadra ci sono molti giovani e se le cose girano per il verso giusto loro possono acquisire sicurezza e dare un contributo ancor più importante. Forse la Juve ha qualcosa in meno rispetto a Inter e Milan, ma non sempre vince la squadra più forte. Conta molto il gruppo, conta la voglia... E poi qui c’è un’ossatura giovane e già di grande qualità, basti pensare che la coppia di centrali di difesa è quella della Nazionale... Sono convinto che in futuro possa tornare la Juve degli anni d’oro».
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È durata solamente un anno l’avventura di Luca Toni alla corte bianconera, ma ha lasciato il segno fra i tifosi. L’ex campione del Mondo arriva a Torino in una Juve in piena crisi di identità e di risultati. L’esordio con la maglia bianconera numero 20 avviene il 9 gennaio, a Napoli. La Juve è sconfitta nettamente per 3-0, ma Luca riesce a mettersi in evidenza. Sarebbe suo, infatti, il gol del pareggio se non fosse inspiegabilmente annullato dall’arbitro. L’appuntamento con la rete è rinviato di un mese: 5 febbraio, Cagliari. La Juventus sta vincendo per 2-1, grazie ad una doppietta di Matri (anche lui arrivato nel mercato di gennaio). A pochi minuti dalla fine, su un preciso cross di Barzagli, Luca svetta di testa e batte l’incolpevole portiere isolano. È la rete della sicurezza, che fissa il punteggio sul 3-1 per i bianconeri.
Ma il vero momento di gloria avviene domenica 10 aprile 2011. Si gioca al Comunale, all’ora di pranzo, contro il Genoa. La partita è tanto bella quanto rocambolesca. Grifoni in vantaggio grazie a un’autorete di Bonucci. Un’altra autorete, questa volta del genoano Rossi, riporta le squadre in parità nella ripresa. Due minuti dopo, Floro Flores riporta in vantaggio il Genoa. Nemmeno il tempo di esultare e Matri pareggia. Mancano 7 minuti alla fine: Toni, entrato in campo da poco, sfrutta un lancio in profondità, si difende dal contrasto con l’amico-avversario Dainelli e deposita il pallone in rete. È la rete della vittoria, il classico gol dell’ex. Ancora qualche presenza e il campionato finisce: 15 presenze 2 reti, non male come bottino.
L’estate porta tante novità a Torino. Arriva Antonio Conte come allenatore, viene inaugurato il nuovo stadio. E proprio questo giorno di festa vede Toni come protagonista. Nell’amichevole che segue la cerimonia, contro il Notts County, è proprio lui a segnare il primo gol della Juventus nel nuovo stadio. «È stata una bella emozione e sono felice di aver segnato in quella serata».
Se il buongiorno si vede dal mattino, per Luca si prospetta una stagione piena di soddisfazioni. Non sarà così: il gioco di Conte prevede che i tre attaccanti spazino lungo tutto il fronte dell’attacco bianconero. Toni non ha queste caratteristiche, essendo diventato un vero centravanti dell’area di rigore e i 35 anni non gli permettono uno spreco di energie così grande. Logico che le porte del campo si chiudano inesorabilmente: a parte qualche sporadica panchina, il posto fisso dell’attaccante modenese è la tribuna.
Nel gennaio 2012 firma un contratto con l’Al-Nasr di Dubai, allenato da Walter Zenga. «L’affetto dei tifosi bianconeri fa piacere, anche se sono stato poco ho lasciato un bel ricordo. Ho vissuto delle soddisfazioni, anche se non tantissime. Il 100° gol in Serie A l’ho fatto con la Juve e quello resterà per sempre».

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