martedì 14 giugno 2022

Giuseppe Oscar DAMIANI


Foresto sotto certi aspetti  – scrive Vladimiro Caminiti – è Damiani detto Oscar o Flipper, parlatore agguerrito nella fattispecie del rapporto col giornalista. Ala disposta a sgroppare e sudare, non a rischiare, fine, eccentrico, con le fatiche dell’emigrante nelle ossa e la protesta sociale nelle vene, riprese nella Juventus del collettivo un discorso di sopravvissuti, la corsa lungo l’out e il cross, il dribbling pur fine a se stesso, avendo dirimpettaio il lezioso ed estroso leccese Causio detto Brazil. Non gli credeva Vycpálek, lo osteggiavano Capello ed anche Bettega, gli era amico Furino e peranco Causio. In verità, Damiani correva molto, mai aveva corso tanto nel Napoli dove Chiappella gli dava dal pavido. Ragazzo che vive non soltanto di calcio, Damiani ha educazione di emigrante, sa soffrire, sa aspettare, sa mettersi da parte. E sa segnare goal decisivi, di piede e di testa, soprattutto di testa, perché non gioca solo coi piedi. All’appuntamento non tarda mai. È uno che ha imparato a vivere prima di imparare a giocare. Un ragazzo serio riuscirà sempre a domare, si fa per dire, un pallone di cuoio. Chi conosce i propri limiti va lontano.

FRANCO REFRIGERI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1974
Ogni giorno ne impari una nuova: ad agosto, per fare un esempio, cioè da quando Damiani è arrivato alla Juventus, ho saputo che non esiste un santo di nome Oscar.
«I miei genitori», mi racconta l’estrema bianconera, «avevano stabilito che se fosse nato un maschio l’avrebbero chiamato col nome di Oscar; quando venni alla luce, circa 24 primavere fa, questo fu appunto il nome che volevano apporre nel registro della Chiesa; ma il sacerdote non lo accettò, appunto per il fatto che ho spiegato prima; per cui fu giocoforza ripiegare su di un altro, forse il più semplice e comune, Giuseppe. Tutto questo però rimase sol tanto sulla carta, in quanto sin dai primi giorni di vita sono sempre stato chiamato Oscar; e pochi mesi fa, quando ho avuto (pardon, mia moglie ha avuto) il primo figlio, sono riuscito a chiamarlo con questo benedetto nome; probabilmente le leggi cattoliche col tempo hanno subito qualche modifica, fatto sta che è stato accettato. Cioè l’Oscar del 1950 è... uscito nel 1974».
Ma lasciamo da parte questo argomento... hollywoodiano, e occupiamoci di Giuseppe Damiani, scusate, di Oscar Damiani, detto dagli amici anche «flipper».
 «Fu Invernizzi a chiamarmi cosi quando giocavo con i ragazzi dell’Inter: ero un peperino tutto scatti, mi fermava e ripartivo come una molla, e così arrivò, puntuale, il soprannome».
Damiani, con il quale mi sono trovato in Sede alla Juventus per una breve chiacchierata su di lui e sulla sua vita, è un ragazzo estremamente simpatico, aperto, gioviale, educato, modesto, con una deliziosa «erre» francese che gli dà un tono leggermente aristocratico.
Reduce da una strepitosa serie di prestazioni e di gol in Coppa Italia e nelle amichevoli, ha debuttato felicemente in campionato con la maglia a strisce; per conoscerlo meglio, per entrare maggiormente nel suo carattere, ho preparato una serie di domandine, e gli chiedo innanzitutto come si è trovato con i nuovi compagni di squadra.
«Divinamente bene, come non avrei immaginato; posso affermare di aver trovato subito dei veri amici: vede, logicamente, quando uno arriva in un ambiente per lui nuovo, fra gente praticamente sconosciuta a livello di vita in comune, solitamente ci si trova in imbarazzo; si stenta a innestarsi, a entrare nel giro; capita in tutti i campi e in tutte le professioni: per me invece è stato diverso, e unicamente per merito dei miei compagni, che mi hanno fatto trovare tutto facile, dandomi immediatamente la loro collaborazione e la loro amicizia, d’altronde ricambiata al cento per cento, sul terreno di gioco e fuori».
– Come definiresti il tuo carattere?
«Direi estroverso: non mi piace mugugnare o dire le cose a bassa voce dietro le spalle; preferisco la chiarezza, in tutti i sensi; parlar chiaro insomma, sia quando c’è da ricevere un elogio sia allorché devo sorbirmi un rimprovero; sto volentieri allo scherzo e alla battuta, ma pretendo che però anche gli altri si comportino come me. Cerco, in definitiva, di vedere sempre il lato migliore della vita, e questo mi aiuta molto a superare i periodi grigi, che capitano a tutti, e non faccio certamente eccezione io».
– Ma passiamo al Damiani «giocatore»; vuoi elencarci, visti dalla tua angolazione, pregi e difetti maggiori?
«Fra i pregi metterei la velocità, i difetti credo siano tanti, è meglio cambiare discorso...».
– Appena dopo un paio di partite, i tifosi bianconeri ti hanno eletto come loro beniamino, giudicandoti un grosso acquisto, e accompagnando quelle tue volate sul lungo linea laterale con oh! di approvazione.
«Sono grato al pubblico torinese; mi sono accorto anch’io del suo aiuto, e sapesse quanto bene mi ha fatto! Lei mi ha chiesto il motivo di questa simpatia; io credo sia dovuta al fatto che il mio gioco è tutto spumeggiante, generoso, che fa divertire, o almeno lo spero; fra l’altro, cosa da non dimenticare, nelle prime partite giocate in maglia juventina, ho anche segnato parecchi gol...».
– Puoi dire ai nostri lettori quale è stato il terzino, che nella tua carriera, ti ha marcato con maggior determinazione creandoti una situazione di estremo disagio?
«Sembrerà una barzelletta, ma è stato proprio l’attuale mio compagno di squadra Longobucco; ogni volta mi ha sempre fatto vedere i sorci verdi; forse perché è veloce come me, di palle non me ne ha fatte vedere molte; comunque da adesso non c’è più pericolo...».
– E fra i portieri?
«Anche qui direi Zoff, ma per non apparire... troppo partigiano, sceglierei Pulici».
– Quale è stato l’allenatore che ricordi con più simpatia, che ti ha insegnato di più?
«Due nomi su tutti, il talent-scout Mantovani, quello che quando giocavo tra i boys del Brescia mi ha fatto acquistare dall’Inter-ragazzi, e Puricelli, allenatore del Lanerossi Vicenza».
– Cosa ti riprometti nella Juve?
«Beh, tante cose; potrei dire: segnare otto-nove gol in Campionato, farne segnare tanti, perché no, uno... scudettino piccino piccino».
– A tuo figlio farai fare il calciatore?
«Naturalmente; se, ma per questo se ne riparlerà tra qualche annetto, mi accorgerò che avrà le doti necessarie, non ci sarebbe alcun motivo di non assecondarlo; ovviamente bisognerà tenere conto degli studi, ma ripeto, se c’è la stoffa; lo lancio nella mischia».
– Sempre parlando del Damiani giocatore, a te, per rendere al massimo, occorre un allenatore che adoperi il pugno duro oppure che ti parli, ti convinca di una determinata cosa?
«Uno e l’altro; ogni tanto anche qualche strigliatina non può fare che bene...».
– Se alla domenica ti trovi di fronte un avversario, diciamo così, cattivo, che tira alle gambe per farti male, e lo incontri il giorno dopo, cosa gli dici?
«Io non sono capace di odiare; e poi dimentico subito un affronto fatto; nel caso specifico non credo alla mala fede di un avversario; logicamente questo fa di tutto per non lasciarmi muovere, tirare, crossare. Ma non credo che faccia apposta a mollarmi delle pedate; per di più il mestiere di calciatore comporta questi rischi; ah, ecco, vorrei aggiungere una cosa: gli unici interventi fallosi che mi danno fastidio sono le parole, gli sfottimenti, le prese in giro. Questi atteggiamenti non li posso assolutamente sopportare».
– Durante la tua carriera di calciatore sei mai stato espulso?
«Mai».
– Ti piacerebbe fare l’arbitro?
«Sarebbe un’esperienza interessante».
– Cosa chiedi al calcio?
«Un avvenire sicuro per me e per la mia famiglia, e tante soddisfazioni».
– Tua moglie viene alle partite?
«Anni fa veniva abbastanza spesso, ora che c’è il piccolo Oscar non più; lui ha bisogno della vicinanza della mamma, che perciò è più utile a casa».
– Sei sempre sincero?
«Credo di sì; è proprio il mio carattere che me lo impone, soprattutto perché sono un impulsivo, e dico subito quello che penso; senza ragionarci sopra e soppesare e risoppesare l’eventuale risposta».
– Ci sono degli attori o dei cantanti che preferisci?
«Vedo spesso la Televisione e vado altrettanto sovente al cinematografo; in TV passo diverse ore, le più interessanti, a godermi gli spettacoli sportivi, ma mi interessano anche le commedie, gli sceneggiati, i film di tutti i generi purché intelligenti. Per rispondere alla domanda, comunque, mi piace molto Adriano Celentano, trovo che ha una bella voce e interpreta sempre canzoni che dicono qualcosa; nel campo del cinema due attori su tutti, come uomo Jean Paul Belmondo, come donna Laura Antonelli».
– Che effetto ti ha fatto passare alla Juventus?
«Ovvio che è stata una grossa soddisfazione; io però avevo provato anche tanta gioia quando, ragazzino, passai fra i giovani dell’Inter; logicamente ora la felicità è stata maggiore, anche perché sono maturato, e la società bianconera mi ha acquistato per farmi giocare da titolare in prima squadra».
– Cosa pensi dei cosiddetti «contestatori»?
«Ma, cosa posso dire? Forse in qualcosa non hanno tutti i torti, però il più delle volte esagerano: io sono un tipo tranquillo, preferisco il ragionamento all’azione».
– Se un giorno ci fossero degli aerei che ti portassero in poche ore sulla luna, ti prenoteresti per un viaggio?
«Non ci penserei nemmeno, si sta così bene sulla terra...».
– Oltre al calcio, quali sport preferisci o pratichi?
«Beh, nella stagione calcistica mi dedico soltanto alla professione, è logico; nel mese di luglio mi do invece completamente al tennis. Quest’anno, come i lettori di Hurrà Juventus sapranno avendolo letto nel numero precedente, ho vinto il Torneo di Grado, battendo in finale Boninsegna».
– C’è nella Juventus un giocatore che ti assomiglia come carattere?
«Beh, direi Spinosi».
– Secondo te, è giusto per un calciatore sposarsi in giovane età?
«Io ritengo di sì; personalmente, ho un’esperienza in materia, essendo convolato a giuste nozze alla... tenera età di ventun anni! Vede, finché non hai una famiglia, parlo almeno nel mio caso, sei un po’ sbandato, mangi al ristorante, non hai un’ora fissa, abitudini fisse, e tutto questo crea del disordine; ed io invece amo tanto la precisione; no, ripeto, per me è cosa oltremodo saggia».
– Hai mai litigato con qualcuno?
«Mai, non ce n’è stato motivo».
– Quale differenza hai trovato fra il pubblico di Vicenza e quello di Torino?
«A parte che al Comunale ci sono sempre più spettatori, mi sembra, almeno dalle prime impressioni, che i tifosi bianconeri siano più entusiasti, incitino di più, e questo logicamente aiuta molto, moltissimo; quando sei lanciato in piena velocità verso la porta avversaria, e ti senti accompagnato dall’urlo di migliaia di ugole, aumenti la potenza, tiri fuori tutto quello che hai; ti dà insomma una carica maggiore, che poi si ripercuote nel gioco».
– A fine carriera, ne parliamo adesso anche se mancano perlomeno dieci anni, hai già pensato quale attività sceglierai? Ti piacerebbe fare l’allenatore?
«Sì, effettivamente è una domanda a cui è difficile rispondere; di una cosa sono certo: non farò mai il trainer; cercherò qualche attività che si adatti a me, ma credo lontano dal calcio».
– Quali sono, a parere tuo, le limitazioni maggiori per un giocatore?
«Se una persona è seria di natura non ve ne sono; forse, l’essere sempre lontani dalla famiglia, specialmente per i primi anni, è una cosa dura da ingoiare».
– Sei superstizioso?
«Non particolarmente; anzi, non lo sono affatto».
– C’è un cibo preferito, quello che quando arrivi a casa e te lo trovi sfornato sul piatto ti fa venire l’acquolina in bocca?
«A me piace mangiare di tutto, comunque quando c’è cacciagione l’appetito aumenta».
– Che scuole hai fatto?
«Ho finito la terza media e poi mi sono dedicato interamente al calcio».
– Se dovessi vincere lo scudetto, quale atteggiamento terresti al termine dell’ultima partita?
«Normale; o meglio, un po’ più del normale naturalmente; ma non sono di quelli che si buttano vestiti in una vasca; sarebbe una grande felicità, grandissima, ma vorrei tenermela tutta dentro di me, e dividerla con i miei compagni e la mia famiglia».
– Credi nel destino?
«Ci credo, cioè penso che, grosso modo, sia tutto già stabilito dal buon Dio».
– Una domanda un po’ curiosa: se un regista ti chiamasse a girare un film, secondo te che parte ti affiderebbe?
«Quella del rubacuori…».
– Sei un tipo che ti emozioni?
«Beh, è logico che quando manca poco alla partita un po’ di emozione ti prende, specie se l’incontro è importante; ma poi, una volta entrato in campo, nel clima, col pubblico, con l’avversario, tutto scompare e pensi soltanto a giocare».
È così terminata questa breve chiacchierata con «Oscar» Giuseppe Damiani, un ragazzo che farà certamente strada, nella Juve calcistica e nella vita; un ragazzo con la testa sul collo, senza fronzoli nel gioco, e con idee ben chiare in testa, e al quale auguro, come credo tutti i tifosi bianconeri, un cordiale «in bocca al lupo» per ii campionato appena iniziato.
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È stato un ottimo giocatore e, forse, avrebbe avuto maggiore fortuna, se soltanto avesse adoperato quella diplomazia che oggi, dopo una lunga carriera come manager di calcio, gli è caratteristica e che anni fa sembrava invece fargli difetto. È stato probabilmente l’ultima ala destra dei tempi moderni, con il suo frenetico svariare sulla fascia destra del terreno di gioco. Damiani è stato, nel calcio italiano, l’ultimo interprete di un tipo di gioco offensivo che oggi tecnica e tattica non permettono e non concepiscono più.
Ala destra pronta a scattare e poi a crossare oppure a saltare al limite dell’area il difensore per poi andare al tiro, era soprannominato Flipper proprio per il suo modo di giocare che ricordava per rapidità, scatto, vivacità e imprevedibilità, la pallina di uno di quei giochi che oggi sono finiti nei depositi di rottami per far posto ai più moderni video game.
Oscar veste la maglia bianconera per due stagioni. Arrivato nell’estate del 1974 e vince subito lo scudetto, con Carlo Parola in panchina, disputando 70 incontri. Buono il numero di reti segnate: 16 in campionato, 6 in Coppa Italia e 2 in Europa.
Di Damiani stupisce la carriera e il numero di squadre in cui ha giocato: dopo le giovanili del Brescia, dov’è nato il 15 giugno del 1950, ecco l’Inter, il Vicenza, il Napoli, di nuovo il Vicenza, quindi la Juventus, il Genoa, ancora il Napoli, il Milan, un’esperienza nel soccer con il Cosmos, il Parma e infine la Lazio. In tanto girovagare anche il tempo per rispondere a due convocazioni azzurre, due nella Nazionale B e quattro nella Giovanile.
Una carriera lunga, ricca di soddisfazioni e venata da un rimpianto: quello di non aver potuto restare più a lungo nella Juventus. Una squadra e una società che affascinò Damiani in maniera totale da spingerlo, ogni volta che l’incontrava da avversario, a dare il meglio di sé per dimostrare che la sua cessione era stata un grande errore. Damiani aveva dato ciò che doveva dare e poteva dare e la società bianconera aveva altri obiettivi, puntando ad altri giocatori.
Il rapporto fu chiaro e paritario e resta, per Damiani, sicuramente il più importante della carriera, anche se maglie come quella del Napoli e del Milan devono e possono offrire grandi emozioni a un professionista. E ai tifosi juventini che lo ricordano resta il rimpianto per il suo modo di giocare che, a volte, era persino troppo agitato ma che, difficilmente, si potrà rivedere, in tempi brevi, nei nostri stadi.

ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 2009
Passaggio al Genoa con la Juve nel cuore per Damiani, che racconta il suo periodo d’oro e le sue due sfide ai bianconeri con altrettanti gol sul campo di Marassi.
– Damiani, che Juventus era quella in cui arrivò nel ‘74/75?
«Era una Juventus che fece molto bene vincendo il campionato. Fu un bell’anno, probabilmente il più bello di tutta la mia carriera. Ho ricordi stupendi legati a compagni meravigliosi con cui ancora oggi mi sento. Insomma, sicuramente il mio periodo più bello come giocatore».
– La sua carriera in bianconero non è stata lunga.
«Non ho avuto la fortuna di rimanere molti anni alla Juventus, perché la stagione successiva alla vittoria dello scudetto fummo superati per pochi punti e sul finale di stagione dal Torino. Avessimo vinto quel campionato probabilmente la mia carriera bianconera sarebbe cambiata. Credo che avrei potuto giocare sette o otto anni a Torino. Però non ho troppi rimpianti, mi sono rimasti solo bei ricordi».
– Dopo quell’epilogo amara della stagione ‘75/76 anche altri personaggi lasciano la Juventus, Parola, sostituito da Trapattoni, Capello e Benetti.
«Sono andato al Genoa che ero ancora molto giovane. La Juventus mi mandò lì pensando poi di riscattarmi l’anno dopo e farmi tornare a Torino magari con Roberto Pruzzo, che all’epoca faceva il suo esordio con il Genoa. Io e Roberto disputammo un grandissimo campionato con la maglia rossoblu, facendo 29 gol in due: 18 Pruzzo e 11 io. Purtroppo fece molto bene anche la Juventus con Bettega e Boninsegna, vincendo lo scudetto, con il record di 51 punti, e la Coppa Uefa. Boniperti decise quindi di non riscattarmi e non prese neanche Pruzzo. Parlando della mia esperienza al Genoa, mi trovai molto bene e disputai ottime partite. Mi ricordo in particolare proprio i due gol che realizzai alla Juventus».
– Due gol nelle due partite giocate a Marassi nelle stagioni ‘76/77 e ‘77/78.
«Due bei gol, anche se sul primo le polemiche non mancarono. I difensori della Juventus mi accusarono, ingiustamente, di avere toccato la palla con il braccio. Fu una piccola rivincita e sicuramente una soddisfazione fare un gol da ex alla Juventus. E poi farlo a Marassi con un pubblico fantastico. Feci proprio due belle gare in quelle occasioni».
– Ricordi particolari?
«Giocare a Genova contro la Juventus è sicuramente una partita particolare. Il pubblico accorre in massa e lo stadio è sempre pieno. Tutta la settimana precedente la gara c’era una grande carica. Affrontare la Juventus per i genoani è sempre un impegno particolarmente sentito. Per me furono partite gioiose anche perché giocate contro ex compagni e una società con cui mi ero comunque lasciato in ottimi rapporti, in particolare con Boniperti e con il dottor Giuliano. Insomma feci un piccolo scherzo a Zoff e compagni, comunque entrambe finirono in parità».
– Segnare non fu una novità…
«Ero un’ala classica di quantità e di qualità ma davanti a me giocavano sempre due punte, quindi spesso fungevo da terzo attaccante, avevo una certa propensione alla finalizzazione e realizzavo anche parecchi gol. Segnavo anche di testa pur non essendo molto alto. Ero un giocatore abbastanza eclettico e veloce, ma non stavo solo sulla fascia: venivo a dare una mano anche in difesa, perché con Causio come mezz’ala avevo anche compiti di ripiegamento».
– Due ali destre che giocavano assieme?
«Forse anche per questo motivo non tornai a Torino: Trapattoni probabilmente pensava che saremmo stati troppo offensivi con me sull’ala destra e Causio mezz’ala, come invece giocavamo con Parola. E quindi scelse Causio, sulla fascia destra, anche se aveva caratteristiche diverse dalle mie: aveva più classe, più fantasia anche se non finalizzava quanto riuscivo a fare io. Quindi con lui mezz’ala ed io all’ala probabilmente per Trapattoni saremmo stati troppo sbilanciati in avanti. Comunque in quei due splendidi anni io e Causio sulla fascia destra riuscimmo a fare grandi cose».

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