lunedì 13 marzo 2023

Edgar DAVIDS

Hanno fatto festa al Milan in questi giorni – afferma Matteo Marani sul “Guerin Sportivo” del 10-16 dicembre 1997 – e non c’entra la vittoria sul Bari, comunque indispensabile per sperare ancora in un miracoloso aggancio all’Inter. A rallegrare gli sconsolati animi di Milanello sono bastate (ogni tempo ha le sue gioie!) due partenze: quelle di Winston Bogarde e di Edgar Davids, la detestata coppia olandese che si era attirata addosso, come una potente e nefanda calamita, il livore di dirigenti, giornalisti e compagni di squadra.
Il primo, il monumentale e ombroso Bogarde, si è ricongiunto a Barcellona con il maestro Van Gaal, solo lui capace (forse) di riplasmarlo calciatore. Il secondo, il selvaggio Davids, dopo aver rinunciato sino alla fine a seguire il compagno in Catalogna, è da martedì scorso della Juve, per quello che è senza dubbio il più inatteso dei colpi di mercato. Se non clamorosa, infatti, è quantomeno sorprendente la decisione di Madama di portare a Torino un giocatore tanto discusso e criticato. Il più scorbutico, irascibile e arrogante degli stranieri, stando alle cronache della questura di Milano; uno cui persino il suo mentore dei tempi dell’Ajax, il patriarca Van Gaal, regalava amabilmente il nomignolo di “pit-bull”, cagnolino non proprio conciliante e che trasmette bene l’idea di un personaggio astioso, pronto sempre a ringhiare contro tutti: avversari, compagni e comuni passanti.
Che la Juve si sia garantita il centrocampista olandese per 10 miliardi in quattro stagioni, ossia esattamente quanto per il beniamino bianconero Del Piero, è altro motivo di diatriba e di domande. Follia? Masochismo? Scambio di favori fra i due club più collaboranti sul piano televisivo? Davids alla Juve è un arcano per tanti, specialmente per quelli che a Milanello lo hanno incrociato tutti i giorni per un anno e mezzo e che giurano di non rimpiangerlo in futuro, nemmeno se d’ora in avanti dovesse riscattarsi in bianconero. In quindici mesi, tanto per capirci, Davids non ha mai scambiato un pur minimo saluto con la stampa, continuando la battaglia personale già iniziata in Olanda a colpi di «è una domanda del c...» e altre simpatiche opinioni. Quando arrivò in sede per la presentazione, era la stagione scorsa, dietro a un paio di occhialoni scuri che l’uomo originario del Suriname (come Gullit) non si tolse mai, emerse chiaro quel ghigno pietrificato e provocatorio che non si sarebbe più tolto e che avrebbe urtato tutti in casa Milan. Ci furono poche domande, e già allora nessuna risposta.
È per questo che i cronisti di Milanello avevano smesso persino di intervistarlo, limitandosi al dileggio appena passava dalle loro parti. Dimenticato sui giornali e anche dagli allenatori, come dimostrano le sole quindici presenze della passata stagione e le quattro appena (entrando dalla panchina) di questo campionato. E allora perché la Juve ha deciso di prenderlo? Perché proprio lui? Inspiegabile, assurdo, insensato. A Milano si è fatto conoscere più per la frequenza nelle discoteche e le scazzottate con altri automobilisti, che in campo, una volta con un non proprio mite tirapugni. Fabio Capello, preoccupato della sua pericolosa influenza sul terzo del trio olandese, cioè Kluivert, ha quasi imposto la cessione, capro espiatorio anche di una serie di problemi psicologi di tutto il gruppo rossonero.
Ma perché – bisogna chiedersi ancora una volta – proprio alla Juve campione d’Italia e antagonista unica dell’Inter per lo scudetto? «Tanto non giocherà» è la considerazione diffusa. Sbagliato, perché Marcello Lippi ha già ritagliato un posto per il capelluto Edgar. Per l’esattezza sulla sinistra del centrocampo, davanti a Pessotto e accanto a Zidane e Deschamps. Non solo: fin dalle prime interviste, l’allenatore bianconero ha fatto capire di credere realmente nella resurrezione del ragazzo, guarda caso fuori dalla sua Nazionale dopo le polemiche per la presunta discriminazione dei neri da parte dei bianchi nella squadra olandese. Lippi non è certo tipo da falsi proclami: se dice che ci crede è così, ne è convinto fino in fondo. Lo ha detto agli amici, lo ha ripetuto ai collaboratori. Anche Moggi e Giraudo, discutibili per una certa spregiudicatezza negli affari, non sono persone sprovvedute. Tutt’altro. In questi anni, i colpi di Madama sono andati tutti a segno: sia in entrata che in uscita. Una ragione dunque c’è anche stavolta, una logica che ha condotto a questo esoso acquisto di Davids, il primo giocatore nella storia juventina dal look così stravagante e dal carattere tanto irrequieto.
La ragione sta nella indiscutibile e provata capacità di recupero della Juve con i giocatori dati per finiti. Vialli è ancora lì ad attestare questa virtù del duo Lippi-Ventrone, fatta di lavoro e di schematismi che aiutano l’inserimento in squadra dei giocatori. Pure Gianluca viveva una fase dura, reduce da problemi fisici e disciplinari. Nemmeno lui, a ripensarci, era tipo malleabile: le discussioni con Boskov, le incomprensioni con il Trap, l’attrito burrascoso con Sacchi. Lippi però lo risollevò, lo riportò a una seconda giovinezza. Un altro riscatto fu quello di Ravanelli, passato dalla naftalina della panchina ai fasti della Champions League e al gol della finale di Roma. E per questo che Moggi ha convocato Lippi in sede prima di ufficializzare il trasferimento di Davids: «Caro Marcello, dobbiamo tentare un altro miracolo con Davids. La pasta c’è, serve il tuo lavoro per plasmarla». È un’osservazione corretta, quella di Moggi. La spocchia e una certa protervia di Davids, difetti atroci per le buone relazioni nell’ambiente, sono anche la sua forza. Gli sono bastati sei mesi per superare l’infortunio subito contro Bucci nel febbraio scorso, e si trattava della rottura della tibia e del perone. Dispettoso e silente, Davids si mise in palestra a lavorare solitario, a muso duro. Tornò in forma prima di qualsiasi altro giocatore e tanto basta per credere nella sua forza di volontà. Il marine Ventrone l’ha potuta constatare già in questi primi giorni di lavoro, in attesa di sprigionarla in campo nel debutto di domenica prossima a Piacenza. Una rabbia che Davids prova nei confronti dei suoi tanti detrattori e che ora potrebbe fare il gioco (la fortuna?) di Madama.
C’è in tutto questo anche il gusto della sfida, che a Lippi & Ventrone tanto piace. La lanciarono appena arrivati alla Juve, l’hanno ripetuta in questi anni cambiando a ogni stagione alcuni degli uomini più importanti. Cosa direbbe Capello se Davids dovesse risvegliarsi dal sonno capriccioso di questi anni? Se dovesse tornare il talento promettente dell’Ajax? Sarebbe – ed è questo ciò che sognano a Torino – un’ulteriore vittoria sul Diavolo, che continua a importare e a comprare senza risultati adeguati. Che disdetta un Davids capace di sostenere la Juve nella rincorsa all’Inter, con un calendario maggiormente agevole per Madama. Un Davids tonico e utile al centrocampo bianconero, bisognoso per via delle pause dei francesi. «Non lo rimpiangeremmo comunque» ribadiscono con ferma decisione da Milanello. Sarà, ma dopo le cento vittorie in campionato con la Juve, celebrate proprio sabato contro la Lazio, Lippi aspetta con ansia un altro successo. Questo sì veramente straordinario e difficilmente prospettabile visti i pregiudizi che circondano l’olandese.
In un anno e mezzo di Italia, Davids non ha trovato nemmeno un amico, in compenso ha disseminato schiere di nemici sulla sua strada. Se il primo complice fosse proprio Lippi?

Dopo le feste di fine anno, inizia la sua fulgida ascesa: è davvero un pittbull, i bianconeri vincono scudetto e Supercoppa Italiana. Tanto per la cronaca, il Milan arriva decimo: «Ho scelto la Juventus – dice all’atto della presentazione – perché negli ultimi quattro anni è stata la società che ha vinto più di tutti: in Italia, Europa e nel Mondo. Il sogno di ogni calciatore, il paradiso calcistico. Ho raggiunto il massimo: adesso spetta a me non sperperare questa fortuna».
Alla fine del campionato, Davids vola in Francia, per disputare i Campionati Mondiali. L’Olanda e la Croazia sono le autentiche rivelazioni e si troveranno a disputare la finalina per il terzo posto. Edgar è eletto uno dei migliori giocatori del torneo. Il ritorno nel campionato italiano, però, è molto diverso; la Juventus stenta, la squadra non è più brillante come prima, tanto è vero che il suo condottiero, Marcello Lippi, dà le dimissioni a metà stagione. Al suo posto arriva Ancelotti e il feeling con il Pittbull è immediato, ma la squadra perde lo spareggio per la Coppa Uefa.
La stagione 1999-2000 termina in modo deludente, nella “piscina” di Perugia e ancora più deludente sarà il Campionato Europeo, disputato proprio in Olanda, nel quale la squadra dei mulini a vento, perde la semifinale ai rigori contro l’Italia. Davids è considerato il migliore giocatore del torneo e uno dei più forti giocatori del mondo, ma non è sufficiente.
Ma la stagione successiva sarà ancora peggiore. Edgar soffre di un glaucoma agli occhi e, per giocare, è costretto a indossare un paio di occhialini. Al termine di una partita al Friuli contro l’Udinese, viene trovato positivo all’antidoping: si parla di Nandrolone. Il giocatore si difende, la società corre ai ripari, sostenendo che il giocatore ha dovuto prendere delle medicine contro la malattia agli occhi. Il presidente Chiusano cerca di smontare le accuse pezzo per pezzo, ma come sia finito il Nandrolone nella provetta di Davids, nessuno sa spiegarlo; fatto sta che Edgar è squalificato per cinque mesi.
«Cari tifosi, attraverso le pagine di “Hurrà Juventus” voglio inviarvi un messaggio che ritengo importantissimo. La stima e l’appoggio che mi avete sempre dimostrato è eccezionale, ed io voglio continuare a essere per voi un esempio. Mi fa immenso piacere sapere che ci sono ragazzini che hanno come obiettivo quello di diventare come me, perché sono convinto di incarnare l’immagine pulita dello sport più amato al mondo. Purtroppo mi trovo coinvolto in una vicenda incredibile, che mi turba profondamente. Proprio io, che non sopporto il fumo di una sigaretta, che non bevo alcolici, che seguo una dieta sana e controllata, vengo accostato alla parola Nandrolone! Per aiutarvi a comprendere meglio il mio carattere, vi racconto una cosa: pensate che a volte non accetto neanche i tipi di cura più semplici, quest’anno ad esempio ho rifiutato il vaccino antinfluenzale che tanti miei compagni hanno fatto. Tutto questo per dirvi che una persona come me, che ha una cura maniacale del proprio corpo e sani principi morali, non potrebbe mai assumere sostanze dannose e, per la sportività che credo sia alla base del calcio, additivi che possano alterare le mie prestazioni. Io sono pulito, non capisco cosa sia accaduto e il referto di quelle analisi mi ha colto assolutamente di sorpresa. So che sarà una battaglia, ma lottare per la verità vale qualunque sforzo. Per la Juve abbiamo combattuto assieme per anni, anche ora mi piacerebbe avervi al mio fianco».
Terminata la squalifica, Edgar ritrova Lippi, ma la Juventus non ingrana; Zidane non c’è più, al suo posto c’è Pavel Nedved e proprio con il ceco nascono i primi problemi. Pavel ha la tendenza, come Edgar, di giocare sulla fascia sinistra. Poiché anche Del Piero ama iniziare la propria azione da quella parte, nascono grossi problemi tattici e di convivenza. Lippi, con un colpo di genio, risolve la situazione: Del Piero è spostato più avanti, di fianco a Trézéguet, a Nedved viene data la licenza di vagare per il campo a suo piacimento. Davids ritrova, d’incanto, lo smalto dei giorni migliori. La Juventus vince uno scudetto rocambolesco ai danni dell’Inter, bissando la vittoria anche la stagione successiva, dovendosi però ancora una volta inchinare alla maledizione della Coppa dei Campioni, perduta ai rigori contro il Milan.
La stagione 2003-04 nasce sotto cattivi auspici; cominciando a dubitare delle sue qualità fisiche, la società ingaggia il ghanese Appiah, ritenuto il logico sostituto dell’olandese. In più, il contratto sta per scadere e il giocatore del Suriname chiede un sostanziale aumento di stipendio. Moggi non è per niente d’accordo e il giocatore si impunta. Lippi, ritenendo Davids a fine carriera, lo schiera con il contagocce e il Pittbull decide di fare le valigie. I tifosi juventini sono perplessi: per loro, Edgar è un idolo, in lui vedono quella voglia di combattere e di non mollare mai che è il marchio di fabbrica della Juventus.
Inizio 2004: Davids vola a Barcellona, dove ritrova tanti amici di vecchie battaglie, a cominciare dall’allenatore Rijkaard. L’impatto è devastante; con l’ingaggio dell’olandese, il Barça comincia a volare e a rosicchiare punti su punti alla lepre Valencia. Alla fine della stagione, il Barcellona arriva secondo ma Edgar non è ancora soddisfatto; vuole prendersi la rivincita su Moggi e viene allettato dalle sirene interiste. Si rivelerà un errore gravissimo: non scende quasi mai in campo, totalizza una quindicina di presenze, diventando una sorta di oggetto misterioso. Mancini lo lascia marcire in tribuna e non si oppone alla volontà del giocatore di andarsene.
Alla fine del campionato 2004-05, Davids ha di nuovo le valigie pronte, destinazione Londra, sponda Tottenham. Nonostante le poche presenze, riesce a portare gli Spurs al quinto posto, a un solo punto dalla qualificazione per la Coppa dei Campioni. Nell’inverno del 2006, fa ritorno all’Ajax e vince la Coppa olandese, realizzando il rigore decisivo.
Nella Juventus totalizza 235 presenze e 10 reti, tre scudetti vinti e l’accesso diretto nel Gotha dei migliori giocatori bianconeri di tutti i tempi.
«Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so com’è successo, è qualcosa che si respira nell’aria dello spogliatoio, sono concetti che vengono tramandati da giocatore in giocatore, è il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi e non c'è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto».

SIMONE SALVEMINI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI”
Davids non è mai stato un giocatore simpatico, non ricordo sue memorabili interviste, né grandi sorrisi. Ma tutto ciò non era necessario: Pitbull è stato un atleta senza fronzoli, specchio di quella Juve muscolare che non mollava mai, neanche nei minuti di recupero. Gambe salde, cuore e nervi d’acciaio: la Juventus di Lippi. Se provo a immaginarlo, lo vedo lì in mezzo al campo con le treccine raccolte e il grugno del duro, un po’ ingentilito dagli occhialoni tecnici, necessari dopo l’intervento per un glaucoma, che macina chilometri e sradica palloni dai piedi degli avversari. I suoi tackle scivolati, sempre al limite del regolamento, sono entrati nella storia del calcio. Le sue risse, sempre e solo frutto della trance agonistica, lo caricavano di un’ulteriore energia da sfogare sul campo. Un calciatore vero, che nei contrasti non ha mai tirato via la gamba, quasi a costo di infortunarsi, spinto dal suo furore di olandese del Suriname e animato da una volontà non comune che in bianconero lo ha fatto diventare uno dei centrocampisti più forti del calcio moderno.

ZINEDINE ZIDANE
Non è una leggenda la storia che vuole che io mettessi un cappellaccio da pescatore per andare a giocare con gli immigrati, anche se l’ho fatto soltanto un paio di volte. A spingermi era il mio compagno di squadra Edgar Davids. Lui ci andava matto, lo faceva molto spesso: prendeva la macchina e quando vedeva qualcuno giocare in un parcheggio si fermava per aggregarsi. Mi diceva sempre: «È per loro che dobbiamo giocare, sono queste le partite importanti». Ed io gli dicevo: «OK, ma abbiamo gli allenamenti, apparteniamo a un club di alto livello, non possiamo rischiare di infortunarci». Allo stesso tempo, però, lo ammiravo, perché era in grado di fare delle cose del genere.

2 commenti:

rael ha detto...

mi ricordo il commento di Costacurta: "Davids era una mela marcia".

Anonimo ha detto...

Negli anni 90 di grandi campioni come Davids ce n'erano un macello. Basta pensare a Vieri, Maldini, Nesta, Ronaldo, Zidane, Henry, Raul, Rivaldo, Nedved, Shevchenko ecc. Oggi i veri campioni si contano sulle dita di una mano includendo pure quelli che stanno finendo ormai la loro luminosa carriera. Spero che si ritorni il più presto possibile ai livelli di allora.