martedì 29 agosto 2017

Carlo BIGATTO

La Juventus, nel suo cammino secolare, ha sempre contato su questi uomini, leader non solo in campo, che hanno unito anni e anni di gesta sportive. Senza scomodare Boniperti, si pensi all’importanza dei Combi, dei Furino, degli Scirea, dei Del Piero, tanto per citarne qualcuno. Nella oramai lontana età dei pionieri merita senza dubbio il titolo di uomo bandiera Carlo Bigatto. Lo ricordano gli anziani e lo testimoniano le foto sbiadite dell’epoca, nel suo caratteristico abbigliamento con un caschetto bianconero di tela a proteggergli i capelli, un copricapo curioso con due alette che scendevano fino alle orecchie. Tutto ciò, assieme a due baffoni gagliardi, gli dava un aspetto truce che in campo poteva andar bene per mettere timore agli avversari, ma che non era nella realtà lo specchio di quest’uomo integerrimo, onesto, leale.
Così lo descrive un ritaglio di giornale dell’epoca: «Giocatore finissimo, dribblatore imperterrito e tenace, conosce tutte le malizie del mestiere. Guai all’ingenua ala avversaria che gli capiti tra i piedi. È destinata ineluttabilmente a fare una pessima figura, a restare con un palmo di naso e senza pallone; a misurare la cotica erbosa per qualche trappetta ben dissimulata. Bigatto è infatti il giocatore dallo sgambetto amichevole. Altri sa fare miracoli con l’agilità invisibile delle mani; egli è invece una specie di manipolatore… coi piedi. Un corpo secco dalle scure gambe muscolose, una faccia risolutamente sagomata, tutta angoli, completata da una fronte spaziosa che arriva a metà cervice, cominciò a giocare nella palestra del Collegio San Giuseppe, disputando partite senza arbitro contro Marchi I e i suoi occhiali. Poi, giacché abitava presso Piazza d’Armi, s’arrischiò anche all’aperto e debuttò in terza categoria in un club errante, il Junior, che giocava con una sgargiante maglia rossa. Con Carlino, diventavano celebri in Piazza d’Armi Vecchia, Boggio e Spinoglio».
Il Junior, poi la Juventus. Entra nella squadra dei fondatori, i Donna e i Collino, la porta per mano allo scudetto del 1926, quello degli Hirzer e dei Munerati, quindi la cede ai Combi, agli Orsi, ai Cesarini, giocando ancora una partita nel dicembre del 1930, il primo anno del grande quinquennio. Accompagna per mano tre generazioni di bianconeri, poi i tendini di quel campione oramai trentacinquenne non riescono più a sorreggerlo ancora in campo.
Arriva alla Juventus nel 1913, a diciotto anni, esordendo come centrattacco. Ma non è il suo ruolo e presto si trasforma in mediano, destro o sinistro, alternandosi a Omodei o Maffiotti. Nel match di Milano contro il Nazionale-Lombardia si frattura una gamba e resta per tre mesi ingessato. Appena guarito, riprende il suo posto alla fine del campionato 1912-13 giocando con il veterano Capello, Dalmazzo, Peyer, Bona, Giriodi, Boglietti, Omodei, Montano, Arioni. Gioca tutto il campionato successivo e poi parte per la guerra, nella brigata di fanteria Pinerolo. All’armistizio si trova a Pola dopo aver vagato per tutti i fronti.
La leggenda vuole che arrivasse a fumare 140 sigarette al giorno. Forse è un’esagerazione, ma è senz’altro vero che Carlo Bigatto volle restare sempre dilettante a tutti i costi, rifiutando categoricamente stipendi anche quando, nel finale della carriera, giocava oramai con professionisti come Rosetta. Gli piaceva la sua libertà, non voleva che corressero rapporti di denaro con la squadra del suo cuore. Anche per questo poteva fumare le sue 140 sigarette al giorno. Come avrebbero fatto a dargli una multa?
Erano decisamente tempi eroici, c’erano personaggi eroici. Come Peppe Giriodi, che un giorno, a uno schiaffone del mediano Soldera del Milan, reagisce mettendosi sull’attenti e cercando di richiamare l’attenzione dell’arbitro sollevando una mano. O come Valerio Bona: il 22 febbraio del 1914, la Juventus gioca a Milano contro l’U.S. Milanese. Bona cade a terra dopo un urto con un difensore e l’arbitro Goetzloff decreta il rigore. Per uno scrupolo che oggi senz’altro fa sorridere, il direttore di gara ha un dubbio e chiede proprio a Bona se il rigore è giusto. Zio Bomba, così è soprannominato per la potenza del suo tiro, è il rigorista della Juventus, la tentazione è tanta. Ma risponde candidamente che no, la colpa è sua, è lui che ha travolto il terzino. La partita finisce 0-0, Bona non esce dal campo pentito per la sua lealtà. Un segno distintivo di onestà cristallina che contribuisce a rendere mitica la Juventus.


ROMI GAY, “JUVENTUS IMMAGINI E STORIE” DICEMBRE 1994
Carlo Bigatto, il Capitano Alato. Un pezzo di storia bianconera a cavallo della prima Guerra Mondiale. Collezionò 211 presenze tra il 1913 e il 1930 segnando tre epoche diverse: dai primi calci sui campi di periferia (appare sulla foto ricordo dell’inaugurazione del nuovo stadio di Torino, in Corso Marsiglia) all’epoca in cui i portieri attaccavano il cappotto sulla traversa. Sino al professionismo del ragionier Viri Rosetta. Testimone di un calcio che cambiava sotto i suoi occhi, rimase fedele all’immagine che di lui le cronache ci tramandano. Non volle mai nulla per le sue prestazioni calcistiche. Rimase fedele alla sua condizione di dilettante, non già per restare testimone di un tempo oramai andato, di un mondo che aveva conosciuto negli anni prebellici, quanto piuttosto per affermare una sua personale scelta di autonomia. Riuscì a vincere il primo scudetto dello storico quinquennio ancora da giocatore e il quinto da allenatore.
Un personaggio eclettico. Capace di scoprire giovani talenti come i due fratelli Marchi. O come quella volta che consigliò a Giampiero Combi, imberbe ala sinistra del Savona, di mettersi a fare il portiere. Ma anche da allenatore prestò disinteressatamente la sua opera. Perché Carlo Bigatto era un dilettante. Forse l’unico che aveva saputo crescere, affermarsi e vincere in un mondo fatto di professionisti. Bigatto professionista lo era nell’animo, nella dedizione, nel suo attaccamento ai colori bianconeri e alle stagioni che improntò in maniera determinante. Tanto da diventare, probabilmente in modo del tutto involontario, un personaggio. Può darsi che i guadagni dei suoi colleghi degli ultimi anni gli dessero ombra; rispose accentuando ancora di più i connotati morali della sua figura, giungendo lui solo alla totale identificazione con la squadra che fece di un calciatore l’uomo simbolo.
È difficile raccontare chi fu Carlo Bigatto. Più che una storia, la sua sembra una favola. Un album di fotografie (poche per la verità!) dove cercare significati che vadano al di là delle stesse immagini. Foto dove Bigatto è sempre ritratto nel vivo dell’azione, in opera continua di tamponamento e rilancio. Mostrano anche che il Capitano Alato batteva la sfera con proprietà stilistiche indiscutibili. Non ebbe mai la levità dei più grandi, ma in lui il gesto atletico mantenne sempre quella contrazione che denuncia una sofferenza non del tutto spontanea. Un’aria segaligna, lo sguardo profondo e a volte corrucciato, l’assenza di un sorriso e soprattutto quell’inconfondibile e indecifrabile berretto alato.

2 commenti:

enrico de angelis ha detto...

Complimenti all'autore dell'articolo. E' meraviglioso!
carlo Bigatto è un personaggio unico, oramai inimitabile, siamo in un epoca in cui certi valori sono incomprensibili e per questo più autentici. Sono un tifoso juventino di 32 anni ovviamente non ricordo Bigatto come giocatore, ma la passione juventina che regna nella mia famiglia mi ha portato a scoprire, attraverso monografie e storie della Juventus personaggi di questo tipo che hanno reso possibile la nascita del mito della Vecchia Signora.
I valori di cui sono stati portatori ieri e ancora oggi (nella memoria) dovrebbero essere insegnati a giovani che si avvicinano al gioco del football.
Ancora complimenti per l'articolo.

Giuseppe Barreca ha detto...

È affascinante pensare al calcio degli inizi e a come fu giocato da calciatori cinti ora di una specie di aura leggendaria. Come Bigatto, morto peraltro giovane nel 1942...