domenica 26 marzo 2017

Luigi CEVENINI

«La Juventus ingaggia Zizì – scrive Caminiti – il terzo di questi fratellastri sempre affamati e sempre affumati (il fumatore più incallito è lui, va anche in campo con la sigaretta infilata dappertutto) per sentirsi più forte, le ambizioni con l’avvento della famiglia Agnelli sono naturalmente cresciute. Zizì arriva con Barisone, Galluzzi e Mario Varglien; si va a tentoni, il falso conte (Mazzonis non ha le velleità di mostrarsi di sangue blu) cerca di affidare a Carlo Carcano alessandrino giocatori validi. E Zizì Cevenini gode fama di essere un autentico virtuoso, un fenomeno del dribbling e del goal di possesso come non se ne sono mai veduti; e, in effetti, questo trentaquattrenne dal naso grifagno, dal taglio del labbro vizioso, mezzo storto mezzo gobbo, che calza scarpe di cuoio di sua (e dei fratelli) fabbricazione, merita tutta la sua fama.
Per anni nell’Inter ha dribblato intere squadre, segnando e facendo segnare fantastici goal. È il simbolo di come l’italiano medio considera il calciatore di classe, un dribblomane, un solista senza padroni, un cane sciolto a caccia di emozioni speciali, che sgrida alla voce i compagni, che si sente il più bravo da dieci a zero e lo vomita in faccia a tutti. In allenamento, la sua abilità nel calciare da fermo era così assoluta da mettere spesso in crisi il grande Combi. Alla partita, cominciava a dribblare, con fanatico impegno e guai a non passargli il pallone. Grifagno come il suo naso, e a ogni impresa pedatoria aduso, pur di arrivare al goal da solo, senza dovere chiedere l’aiuto di nessuno. E che non si osassero di non passargli il pallone; tanto la gente, in quei declinanti anni Venti, si divertiva al calcio ancora da noi football, soltanto vedendolo giocare».


RENATO TAVELLA, DAL SUO LIBRO “ IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”
Già carico di gloria e di non pochi colpi d’ala, dall’alto dei suoi trentaquattro anni fin da subito si era messo a pontificare. Ma se Combi, con il suo aristocratico distacco, lo invitava alla moderazione e la otteneva; se Rosetta e Caligaris, con altrettanto esempio di signorilità seppur diversa all’apparenza, inchiodavano sul controllo la sua vena polemica; Munerati, con schiettezza per niente diplomatica, al contrario lo mandava con buon abitudine a quel paese, con relativo seguito. D’altronde lui, Ricciolo, pur conoscendo l’arte dei colpi raffinati non meno di altri, si sobbarcava bene sfiancanti galoppate per recuperare qualsiasi palla vagante. E perché ‘sto Cevenini poco si degnava in simili lavori per la squadra: che credeva mai di essere? No, Munerati e Cevenini proprio si potevano vedere come la polvere negli occhi. Troppo diversi di carattere, seppure entrambi fossero fra i campioni più conclamati. «Sono tre gli uomini che, ricevuto il pallone, sappiano giocarlo – ci informa il pioniere Annibale Ajmone nel dicembre 1924 su “Hurrà” – dribbling, finta, passaggio e shoot, con gli occhi bendati e, ciò malgrado, con stupefacente sicurezza e precisione: Cevenini, Baloncieri e Munerati».


PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”
Zizì Cevenini era il più famoso di cinque fratelli che avevano giocato tutti con la maglia dell’Internazionale. Un anno addirittura contemporaneamente e quella dovette essere una delle poche circostanze in cui i neroazzurri poterono definirsi, con giusta ragione, una grande famiglia. Poi, il primo e il terzo dei Cevenini si erano elevati ai fasti della Nazionale e della fama, specie Zizì, che la brillantezza del gioco e l’estrema stramberia del carattere contribuivano a distinguere. Era, infatti, Zizì per il chiacchierio pungente e mai rallentato con cui aveva afflitto il suo prossimo fin dall’infanzia, protagonista immancabile di beffe e di dispute per mezzo delle quali riusciva a collocarsi al centro dell’attenzione. Era anche l’uomo che una volta, nell’Internazionale, sparì per un mese senza avvertire nessuno e, quando tornò, riprese il suo posto dichiarando di essere stato in Inghilterra. Vi si era recato, così disse, per perfezionare a quell’alta scuola il proprio gioco. Fosse o non fosse vero, bisognava accettarlo così o rinunciare a lui. E la seconda soluzione costava più della prima.

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