venerdì 15 luglio 2016

Marco DI VAIO

Attaccante molto veloce, ficcante e dotato di un tiro molto potente e preciso, viene acquistato dalla Juventus, nell’ultimo giorno del calciomercato edizione 2002. Proviene dal Parma, proprio pochi giorni dopo aver giocato e segnato contro la Vecchia Signora nella finale della Supercoppa Italiana: «Eravamo a Tripoli. Nel primo tempo meglio loro e 1-0 di Del Piero, poi siamo usciti noi ed io ho fatto un gran secondo tempo, ma ancora Del Piero ha fatto 2-1. Si diceva che dovessi andare all’Inter, dopo che Ronaldo era stato ceduto al Real, ero convinto, invece mi chiamò il mio agente Alessandro Moggi e mi disse che mi aveva preso la Juve». Nonostante la grande competizione del reparto offensivo bianconero, nella sua prima stagione Marco riesce a collezionare quaranta presenze e a realizzare undici goal, fra cui quello decisivo per la conquista dello scudetto a Perugia.
«Il bilancio è stato buono – racconta a Salvatore Lo Presti, su “Hurrà Juventus” del novembre 2003 – quando si vince uno scudetto e si arriva a una finale di Champions League, anche se non si riesce a vincerla, non ci si può lamentare. A livello personale forse poteva andar meglio, ho avuto alti e bassi. Comunque è stata un’esperienza positiva da cui credo di essere riuscito a trarre insegnamenti preziosi. Ho sofferto, e parecchio, le pressioni dell’ambiente, fossero esse esterne o interne. Sentivo in altri termini che la gente si aspettava molto da me e mi rendevo conto di non riuscire a rispondere nella maniera giusta a queste aspettative. Tutto questo mi dava ovviamente un senso di comprensibile insoddisfazione. Poi sono andato in vacanza, ho riflettuto a lungo su quanto mi era successo e qualcosa si è finalmente sbloccato, è cambiato dentro la mia testa. Ovviamente non ho fatto tutto da solo: mi hanno aiutato in maniera determinante Malisa, la mia compagna, mia madre Rossella e mio padre Gino. Innanzitutto mi sono reso conto che nella Juve ci sono tanti grandi campioni che non possono giocare tutti in tutte le partite. È ovvio che vorresti esserci sempre, e che se stai fuori ci resti male. Credo che succeda a tutti, non solo a me. Ma ho capito che un’eventualità del genere poteva succedere anche a me e che non dovevo considerarla la fine del mondo. Non dovevo considerare la panchina come una gabbia né tanto meno come un’umiliazione, ma come un’occasione da sfruttare, un trampolino di lancio. Bisogna andare in panchina senza accettarla con rassegnazione ma animati dalla voglia di dimostrare sul campo di non meritarla, pur rendendosi conto che in una grande squadra come la Juventus ci sono tanti campioni e non si può giocare sempre tutti».
Il campionato successivo fa ancora meglio, con quarantaquattro presenze e diciassette goal; si fa ricordare, soprattutto, per la bellissima rete realizza a San Siro contro il Milan, con uno splendido tiro al volo di destro. Ma la stagione juventina è deludente e Marcello Lippi abbandona la nave bianconera; arriva Fabio Capello che non crede in Di Vaio e l’attaccante romano viene così ceduto al Valencia, con cui disputa un’annata positiva e mette a segno undici reti: «A Torino ho passato due anni intensi, anche non facili ma crescendo tanto e togliendomi soddisfazioni importanti come la rete a San Siro al Milan, il tricolore e la finale di Champions. Il secondo anno, nonostante facessi bene, non c’è stata continuità nel mio utilizzo. Da qui sono nati i contrasti con Lippi o, sarebbe meglio dire, chiacchierate in privato, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Non a caso quando andai in Spagna lui arrivò alla Nazionale e mi convocò subito. Ranieri mi voleva a Valencia e credeva nelle mie qualità; posso dire che la sua presenza è stata determinate per farmi accettare il trasferimento fuori dall’Italia».

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