lunedì 12 settembre 2022

Marino MAGRIN


È l’anno degli addii, o meglio degli arrivederci, in casa bianconera – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1987–; del vivere e del convivere con qualche screzio e incomprensione, ma sempre affrontando la battaglia per lo scudetto affiancati nel comune desiderio di riportare gloria alla vecchia zebra, ringiovanita e rinvigorita dai nuovi gioielli che il Presidente ha voluto regalare per ridare il giusto splendore alla società bianconera.
La folla ha sempre subito il fascino dello spettacolo calcistico e, quando il vivaio nostrano non ha saputo fornire un’adeguata varietà di talenti in grado di soddisfare le aspettative di un pubblico sempre più esigente, i riflettori della ribalta hanno illuminato i pezzi pregiati del mercato mondiale. Talenti come Zico. Platini, Maradona e Falcao non solo hanno riappacificato i tifosi con le società colmando una lacuna tecnica, ma hanno assunto il ruolo consueto di maestri del calcio, diventando prototipi da ammirare e imitare.
Il susseguirsi talvolta rapido degli avvenimenti, la fugacità del tempo, inducono la nostra attenzione a immortalare un campione nel ruolo che gli è più congeniale, per il quale ha catturato un angolo di gloria nella storia del calcio. E accaduto per gli eroi di altri tempi, per le stars odierne e sarà così per i divi di domani: cambiano i nomi, i fatti, ma non i sincronismi degli episodi...
A dare conferma a tante parole, apparentemente banali, ha contribuito Marino Magrin, definito nella passata stagione il Platini di Bergamo; un parallelo azzardato se esteso alla grandezza dell’atleta transalpino, ma ricca di fondamento se rapportata alla capacità di realizzazione nei calci piazzati. Infatti, non a caso, la disperata ricerca di un pizzico del genio del francese ha fatto puntare gli occhi di tutti sul campione veneto.
Per associazione d’idee la Juventus ha così trovato il seguito del divino Michel; dunque un atleta italiano, con una scuola maturata in provincia, ha saputo assimilare un bagaglio tecnico tale da far sognare il pubblico bianconero ancora legato al nitido ricordo delle magiche punizioni...
– Sei arrivato a Torino con una pesante eredità; come vivi il ruolo di successore di Platini?
«Sono consapevole dei miei limiti, per cui non cerco di sostituirmi a un genio del calcio; piuttosto mi auguro di colmare un poco la lacuna che si è creata con la sua partenza, rimanendo me stesso sul campo e fuori. La Juventus mi ha dato la possibilità d’indossare la maglia bianconera, un sogno per molti che nel mio caso ha avuto un felice esto; perciò spero di contraccambiare la fiducia dimostrata nei miei confronti portando giovamento alla società e al tempo stesso anche al sottoscritto; infatti il desiderio di migliorare la mia tecnica mi stimola ad affrontare ogni gara col massimo zelo».
– Non ti senti eccessivamente responsabilizzato dall’eredità di Platini?
«Un ruolo diventa gravoso solo nel momento in cui si perde di vista la propria identità e si richiede alla propria intelligenza e al proprio fisico uno sforzo eccessivo. Personalmente non avverto alcun fardello in quanto so valutare le mie capacità e quali benefici posso trarre dalla società e dai compagni; quindi affronto ogni ostacolo tranquillo e sereno conscio di dare sempre il massimo di me stesso».
– È più difficile soddisfare se stessi o il pubblico?
«Ho un temperamento piuttosto critico, perciò so valutare le mie prestazioni e, benché sia incuriosito da quanto dicono i giornali, so individuare i problemi e isolare tutte le dicerie che fanno da cornice alle gare».
– Benché tu sia il nuovo regista, non indossi la maglia n° 10; scaramanzia o casualità?
«Il mio modo di giocare non rispecchia il ruolo suddetto nel senso più completo del termine; infatti io agisco preferibilmente come mezz’ala destra e il numero sulla divisa rappresenta poi una formalità a cui non attribuisco alcuna importanza. Quello che conta sono i consigli e i suggerimenti tecnici del Mister; mentre tutto ciò che esorbita dal calcio vero e proprio sono cavilli di esiguo valore».
– Un grande calciatore italiano, Giancarlo Antognoni, in un’intervista, ha dichiarato di ritrovare le sue caratteristiche in Magrin; queste parole ti lusingano?
«I complimenti di un collega sono motivo di orgoglio per il sottoscritto come per ogni persona, anche se da parte mia non vedo alcun nesso sul piano tecnico col campione gigliato. Infatti il modello a cui m’ispiravo era Marco Tardelli, un giocatore che mi ha impressionato favorevolmente per la grinta, la concentrazione e il temperamento mostrato in ogni circostanza».
– La scorsa stagione sei stato il miglior realizzatore sui calci piazzati; come hai acquistato questa dote?
«Negli ultimi tre anni con l’Atalanta sono stato il rigorista, per cui ho avuto modo di perfezionare il tiro, tanto che ho fallito solo in una circostanza. Mi auguro di proseguire la serie positiva dal dischetto, ma se dovessi sbagliare, non farei un dramma; sono consapevole che la fortuna prima o poi mi volterà le spalle e allora, come molti miei colleghi, anch’io conoscerò l’amarezza di un bersaglio mancato dagli 11 metri».
– Quando è sbocciata la tua passione per il calcio?
«Il mio approccio col mondo del pallone è avvenuto per merito dei miei due fratelli maggiori che si dilettavano in questo sport e mi coinvolgevano nelle loro partite. In seguito ho accentuato la mia dedizione tanto da arrivare ai massimi livelli; mentre purtroppo loro non hanno avuto la stessa fortuna e ora militano nel campionato di C2».
– Oggi sei soddisfatto del tuo rendimento?
«L’aver raggiunto un traguardo così ambito sarebbe motivo di orgoglio per ogni atleta; per il sottoscritto però tutto ciò ha un sapore speciale in quanto solamente otto anni fa ero un operaio di fabbrica con un futuro piuttosto grigio. Il prosieguo della mia vita professionale mi ha riservato invece un’accoglienza al di là di ogni più rosea aspettativa; e attualmente sia sotto l’aspetto tecnico che economico, non posso che essere felice dell’esito della mia carriera».
– L’infortunio che ti ha bloccato nell’avvio della preparazione ha avuto un ascendente negativo sul tuo morale?
«Il momento in cui ho accusato il colpo ha accresciuto ulteriormente i problemi che già accompagnano un normale incidente; infatti la partita di Lucerna rappresentava l’inizio della fase di assorbimento degli schemi e il dover star lontano dai terreni di gioco per diverse gare mi ha condizionato. Ora sto cercando di accelerare i tempi di recupero per assuefarmi al gruppo, così da far rientrare l’handicap che mi ha accompagnato nei primi mesi dell’avventura bianconera».
– In cosa pensi di assomigliare a Platini e in cosa invece credi di essere diverso?
«Non vanto alcuna dote comune al francese; il campione transalpino come uomo e come calciatore è troppo intelligente per essere oggetto di confronto con altri atleti. Io sono solamente Magrin, un giocatore che spera di dare sempre il meglio di se stesso alfine di carpire ancora qualche segreto; benché abbia 28 anni, penso di poter garantire un margine di miglioramento tale da raggiungere un rendimento costante nell’arco del campionato».
– Dovessi rubare una dote a un calciatore, su quale qualità ricadrebbe la tua scelta?
«Non vorrei apparire retorico, ma le mie preferenze ancora una volta coinvolgono Michel Platini; l’intelligenza e la furbizia del campione francese sono tali da suscitare ammirazione in qualunque individuo. Perciò senza ombra di dubbio sottolineo queste caratteristiche come elementi essenziali per trasformare un atleta in un vero campione».
– Sei passato dalla zona retrocessione alla lotta per lo scudetto; quali difficoltà pensi d’incontrare e al contrario quale agevolazione pensi di avere?
«La Juventus nella scelta dei suoi giocatori vaglia attentamente ogni aspetto dell’atleta in questione, per cui credo che la società bianconera conoscesse le mie qualità e i miei limiti ancora prima che io firmassi il contratto. Inoltre un obiettivo fallito rappresenta un motivo di rammarico, anche perché dare una motivazione agli errori commessi è pressoché impossibile; Bergamo è stata una tappa fondamentale nella mia carriera senza la quale oggi non avrei raggiunto la vetta, però è un capitolo chiuso, e ora devo assimilare la mentalità vincente della nuova squadra».
– Il tuo arrivo alla Juventus è coinciso con la piena maturazione come calciatore; pensi che ciò ti agevolerà per un rapido inserimento nell’organico?
«L’accoglienza che mi ha riservato lo staff bianconero mi ha favorevolmente impressionato; oltre a un Presidente e un allenatore eccezionali, ho trovato nei compagni dei veri amici. Quindi mi auguro di adattarmi in tempi brevi alla squadra senza però falsare le mie caratteristiche di gioco».
– Molti tuoi colleghi non credono a una sincera amicizia tra calciatori; dalle tue parole invece ho potuto cogliere una diversa interpretazione del rapporto sopra citato...
«Il calcio è un lavoro di equipe per il quale occorre una stima reciproca affinché i risultati siano soddisfacenti. Uno spogliatoio unito è alla base di ogni successo; quindi occorre un’intesa non solo professionale per garantire un buon campionato».
– Com’è stato il primo impatto col tifo bianconero?
«Sono entusiasta dell’accoglienza che il pubblico di Torino mi ha riservato; soprattutto apprezzo la loro intelligenza, hanno capito che io sono solo Magrin e non Magrinì come qualcuno mi aveva definito. Da parte mia spero di ricompensare tanta stima con delle ottime prestazioni in campionato, affinché possa meritare il titolo di giocatore da Juventus».
– Come ha vissuto la tua famiglia la tua ascesa sportiva?
«La mia infanzia non è stata spensierata come quella di molti miei coetanei; infatti un grave lutto ci ha colpiti quando io avevo 6 anni. La morte di mio padre mi ha maturato molto rapidamente, in quanto il carico di responsabilità che incombeva sulla mia persona è cresciuto tanto che al termine delle scuole medie inferiori ho dovuto abbandonare gli studi per lavorare in fabbrica. Tale dolore mi ha fatto capire il valore del denaro; oggi sono consapevole della fortuna che mi ha baciato e dedico molti impegni alla mia professione perché so che nulla nella vita è regalato; non solo, ma se non si ottengono i risultati ipotizzati si rischia di compromettere il sacrificio di tanti anni di dura gavetta».
– Tua moglie è sportiva?
«Non segue con attenzione le partite di calcio, fatta eccezione per la Nazionale e per Cabrini, un campione che quest’anno avrà modo di ammirare più da vicino».
– Quali lati del vostro carattere vi accomunano e quali vi distinguono?
«Ho trovato in mia moglie una ragazza eccezionale con cui discutere e dialogare; ora abbiamo anche un figlio, Michele, di 22 mesi, che ha ulteriormente consolidato il nostro rapporto di coppia. Quindi siamo una famiglia molto unita in cui vige il reciproco rispetto».
– La famiglia Magrin si è perfettamente integrata nel sistema di vita torinese?
«Nonostante il mio arrivo sia recente ho già instaurato un felice dialogo con la città e i suoi abitanti. L’ambiente non ha mai rappresentato un ostacolo alle mie prestazioni, e i risultati positivi sono l’unico compromesso per un soggiorno piacevole».
– Quando sei lontano dai terreni di gioco dove vivi?
«Trascorro il mio tempo libero nel paese d’infanzia, Casoni in provincia di Vicenza, un sobborgo che ha dato inizio alla mia felice carriera; infatti i primi passi come calciatore mi videro protagonista con la Casanense. Quindi il Bassano Virtus mi ha valorizzato come atleta e mi ha permesso di raggiungere stadi più ambiziosi: dal Montebelluna al Mantova fino all’Atalanta. Con la società bergamasca ho avuto parecchie soddisfazioni, l’ultima delle quali si chiama Juventus».
– Quali sono i tuoi hobbies preferiti?
«Sin da ragazzino ho avuto la passione per la musica; infatti mi dilettavo durante le feste o negli spettacoli teatrali a interpretare brani italiani con l’accompagnamento di una chitarra».
– Quali generi musicali prediligi?
«A questo proposito sono piuttosto patriottico: le mie preferenze vanno alle canzoni italiane, in quanto di facile comprensione; i testi stranieri, se pur belli, presentano invece l’handicap della lingua».
– Sei appassionato di cinema?
«Non mi reco di frequente nelle sale cinematografiche, in quanto il piccolo schermo offre l’opportunità di seguire dei bei lungometraggi da casa».
– Perciò la televisione è una compagna delle tue ore di relax...
«Seguo con interesse il telegiornale per tenermi aggiornato sui fatti di cronaca più importanti; inoltre guardo i cartoni animati per volere di Michele».
– Quali sono le tue letture preferite?
«Questo passatempo non si annovera tra i miei interessi; per lo più sfoglio dei quotidiani che mi danno un panorama globale delle vicende nazionali e internazionali».
– Quanto pensi sia importante la cultura per un professionista sportivo?
«Credo che lo studio permetta a un atleta di valorizzarsi oltre che per le imprese sportive anche come uomo; inoltre un linguaggio appropriato è indispensabile per un calciatore durante le interviste con la Stampa».
– Oltre l’attività sportiva hai altri interessi?
«Attualmente la mia attenzione è rivolta in maniera esclusiva al calcio; quest’anno rappresenta una tappa troppo importante perché possa sviare la concentrazione a favore di altre aspirazioni. Tutto ciò al tempo stesso non pregiudica il mio avvenire, in quanto mi tengo aggiornato sulle prospettive del domani».
– Nel tuo futuro cosa vedi?
«La mia massima aspirazione sarebbe di diventare allenatore del settore giovanile, per mettere a disposizione dei ragazzini l’esperienza maturata sui terreni di gioco».
– Per chiudere, ci fa un pronostico sul campionato della Juventus?
«Mi auguro che le aspettative e i sogni dei tifosi non svaniscano nel nulla; da parte nostra possiamo garantire il massimo impegno affinché ritornino i trionfi delle stagioni più splendenti».
Negli anni ‘80 sono sempre stati guardati con sospetto i registi «made in Italy»; l’affannosa ricerca delle società rivolta ai campioni con l’accento straniero ha condizionato i tifosi e il pubblico, pronto a trasformare gli atleti italiani del suddetto ruolo in capri espiatori ogni qual volta l’esito della gara non era soddisfacente. Oggi giocatori come Magrin, Matteoli, Giannini, rappresentano un barlume di speranza per un’ipotetica proliferazione di talenti nostrani; affinché si possa verificare un’inversione di tendenza che riporti una giusta considerazione alla scuola calcistica italiana, troppe volte ingiustamente ridicolizzata dagli ingegneri del pallone.

È stato sfortunato, Marino Magrin: capitato in una delle peggiori Juventus di sempre (quella di Marchesi, tanto per intendersi) e costretto a sostituire, nel gioco e nel cuore dei tifosi, Michel Platini. Chiunque avrebbe capito che l’ex atalantino non sarebbe mai stato in grado di rimpiazzare il divino Michel.
Dotato di buona tecnica e temibile sui calci piazzati, il buon Magrin ci prova, soprattutto il primo anno: 34 presenze e 6 gol, che gli valgono la riconferma per la stagione successiva, che lo vede partire spesso dalla panchina anche se, alla fine, totalizzerà 30 presenze e 2 reti.
Finisce qui l’avventura juventina di Marino: la sensazione è che, magari in un’altra Juventus, avrebbe potuto recitare un ruolo da protagonista.

1 commento:

Anonimo ha detto...

E' proprio vero...ricordo benissimo il calciatore Marino Magrin che si impegnava allo stremo ogni partita con diligenza tattica e discreta visione di gioco. Dotato di un tiro micidiale faceva davvero paura ai portieri e bravo nelle punizioni...in un'altra juve sarebbe stato il "manfredonia" della situazione..ma il post Platini è sttao un trauma per tifosi e calciatori.