domenica 6 settembre 2020

PAULO SOUSA


Il primo vero e importante colpo dell’era-Bettega per la stagione ‘94-95 – si legge su “Hurrà Juventus” del maggio 1994 a firma di Manuel Martin de Sà – è già stato centrata. Il suo nome è Paulo Manuel Carvalho Sousa, proviene dalla Sporting Lisbona ed è stato reclutato per mettere in ordine e sistemare definitivamente il centrocampo juventino. È lui l’uomo della provvidenza, quello che avrà il compito (insieme a Robby Baggio e a tutti gli altri, s’intende, di dare avvio a un riscatto che tarda da ben otto lunghi e frustranti anni.
Sul campione portoghese, in chiave calcistica, ormai si è detto quasi tutto: che sa recuperare palloni come nessuno al mondo; che il suo atteggiamento in campo ricorda quello di un altro Paulo, il brasiliano Falcão (un paragone che lui non scarta a priori); che con i suoi fendenti diagonali semina il panico e lo scompiglio nelle retrovie avversarie; che vede, valuta e risolve in un attimo le situazioni più intricate; che ha carattere, tempra, personalità, stile; che ha uno spiccato senso tattico e una notevole carica agonistica; che è superdotato tecnicamente e atleticamente.
Insomma, che è un fuoriclasse in tutti i sensi, per di più arricchito da un encomiabile spirito altruista. Tutte cose indovinate, veritiere, giuste, seppure qualche volta inframmezzate di altre non tanto esatte, per non dire del tutto fantasiose. Fin qui il calciatore.
E il Sousa-uomo qualunque, com’è in realtà? Sotto il profilo strettamente umano, quali sono le sue doti? I suoi pregi e i suoi difetti? Questo è l’altro aspetto sul quale la stampa italiana non si è ancora soffermata (a onor del vero neppure quella portoghese), e che magari è il lato più interessante del nostro eroe. Per conoscerlo, siamo andati a trovare Sousa allo stadio José Alvalade, dopo un logorante allenamento durato due ore (com’è nelle abitudini di Carlos Queiroz), in una brutta giornata di fustigante pioggia e vento freddo, con in mezzo una stancante e non proprio divertente seduta di foto per questo stesso servizio.
«Sono nato e cresciuto a Viseu, nel centro del Portogallo, in seno a una famiglia di pochi averi ma in cui, al contrario, non mancavano l’armonia, l’affetto, il senso del dovere e della giustizia. Cioè, un focolare eticamente ineccepibile» esordisce il neoacquisto bianconero. «Mio padre Delfim era ed è meccanico di moto e mia madre, Maria Madalena, sarta. Meno male che adesso, con il mio aiuto, può permettersi di stare a casa. Chi svolge lavoro dipendente, per di più umile non può di certo campare nell’agiatezza, stenta a far quadrare il bilancio domestico. Io sono il primogenito. Poi è arrivato un fratello e le cose, naturalmente, dal punto di vista dei mezzi, non sono migliorate».
Nell’infanzia, Sousa fa quello che di solito fanno i ragazzi di origine campagnola: va a scuola e sferra i primi calci nelle strade impolverate del suo paese. L’eccezione è il fratello minore, che dal mondo del football non si è mai lasciato sedurre. Fino ai dodici anni è stato così. Il traguardo da inseguire era quello del profitto scolastico, degli esami che occorreva superare. Ma a quell’età è ancora facile conciliare gli impegni scolareschi con il divertimento.
Tant’è vero che, proprio in quel periodo Paulo, trova ancora il tempo e il modo di provare altre attività sportive come il basket e l’at1etica leggera, corse sulla media e lunga distanza. Non voleva smentire una specie di diffusa predestinazione della sua terra, che ha dato i natali a famosi corridori di fondo.
L’unico rimpianto è non aver mai provato con la pallavolo, la disciplina sportiva che gradisce di più. Tra i dodici (quando firma il primo cartellino per il Repesenses) e i quindici anni la scuola e il calcio convivono fianco a fianco senza intralci e senza motivi di recriminazione dell’una verso l’altro. Intanto, mentre si mette in evidenza nella formazione degli «iniciados›› che disputa il campionato portoghese della categoria (zona nord), e che trascinata da lui si batte a tu per tu con le rappresentative del Porto del Boavista, Sousa conclude anche il ginnasio (nono anno di scolarità), con un dieci e lode in matematica. Il sogno era diventare insegnante, più precisamente maestro elementare. Ma è stato un sogno mancato, perché il destino ha deciso diversamente.
Infatti, uno di quelli osservatori (olheiros, da olh=occhio) che percorrono di continuo il Paese in lungo e in largo, Peres Bandeira, già c.t. delle Nazionali giovanili, lo segnala al Benfica: «Il signor Bandeira si mise in contatto con mio padre e l’accordo venne raggiunto in pochi giorni. Anche se tifavo Sporting e il trasloco mi allontanava dai miei e scombussolava radicalmente i miei progetti, non potevo permettermi il lusso di rifiutare l’occasione di spiccare il primo grande salto della mia vita». Al Benfica furono sette anni di apprendistato, di evoluzione, di maturazione, di affermazione. «Quasi tutto quello che valgo come calciatore lo debbo all’allenatore Tamagnini Nenè (un goleador del Benfica negli anni 60, n.d.r.)».
Il corollario logico di questa crescita è l’arrivo stabile prima alla Nazionale juniores (campione mondiale Under 20 nell’89 a Ryad, in Arabia Saudita) e poi a quella principale. «Debbo ringraziare Carlos Queiroz, perché mi ha proiettato a livello internazionale e instillato in me la mentalità vincente, e Sven Göran Eriksson, perché mi ha lanciato in prima squadra quando ero appena un diciannovenne. Due grandi allenatori che hanno segnato in modo tangibile e indelebile la mia carriera». I primi anni a Lisbona li ha vissuti avidamente, cercando di assorbire tutto quello che una grande città può offrire a un giovane come lui, dalle nuove esperienze ed emozioni alle nuove amicizie. «Mi sono adattato abbastanza agevolmente, meglio di quanto immaginavo. Ciò mi fa sperare che anche a Torino non sia difficile. Il segreto forse sarà nella mia capacità di fare amicizie. L’etichetta che mi hanno affibbiato, di essere troppo riservato, non corrisponde per niente alla realtà. Anzi. Il fatto è che non mi fido di nessuno al primo impatto. Ma se l’impressione iniziale è favorevole, allora mi sciolgo. È vera inoltre un’altra cosa, magari sorprendente: riesco più facilmente a trovare amici fuori dall’ambiente del calcio che al suo interno. Secondo me, il mondo del calcio, purtroppo, è molto egoista, molto individualista».
La sua parabola (ventiquattro anni il prossimo 30 agosto) non ha ancora raggiunto l’apice. Il margine di miglioramento è tuttora ampio, anche se Paulo era già da ben tre anni un caposaldo del centrocampo del Benfica e adesso, dopo il clamoroso trasferimento della scorsa estate, di quello dello Sporting, che con lui sogna uno scudetto che non vince da dodici anni. Su questo trasferimento, però, e sullo scalpore che ha suscitato, Sousa, prototipo per antonomasia della nuova generazione di calciatori portoghesi, preferisce tacere. E un suo diritto. Il mestiere di calciatore l’ha costretto a girovagare un po’ dappertutto. Logico, quindi, che conosca l’Italia o almeno alcune delle sue città più importanti e che una opinione se la sia fatta. Di Torino, per quanto strano possa sembrare, è entusiasta: «È proprio così. Torino mi piace più di Milano e anche di Roma. Non lo dico per piaggeria verso i torinesi, ma perché è la nuda e cruda verità. La trovo accogliente, calorosa, confortevole, rasserenante, intimista, piena di fascino. Penso si addica al mio carattere. Me l’avevano dipinta fredda, distante, altezzosa, ma secondo me questo cliché non se lo merita. Eppoi, il fatto di essere una metropoli prealpina, di inverni rigorosi, quasi quasi mi rincuora. Sono nato nei dintorni della Serra da Estrela, la più alta montagna del Portogallo, con la vetta a quota duemila metri».
La nuova recluta bianconero è un ragazzo «aggiornato», su cui segni dei tempi, com’è normale che sia, hanno lasciato l’impronta. Va matto per la moda italiana, che ritiene la più affascinante del mondo, specie per i colori sgargianti di Versace. Anche le belle automobili non lo trovano insensibile. «Per una questione di comodità, confort, sicurezza» come dice lui. Ma anche per passione. Purtroppo, non gli avanza il tempo per la lettura dei grandi classici della letteratura, fra gli italiani però conosce Moravia e Pasolini. «Nel tempo libero ascolto musica moderna, tutta la musica moderna. I miei cantanti preferiti sono Prince ed Eros Ramazzotti, che so molto legato al mondo del calcio: se non sbaglio, è un grande tifoso juventino. Adesso, però, debbo anche trovare lo spazio per imparare l’italiano. Voglio arrivare a luglio e farmi già intendere». Non è neppure un frequentatore assiduo delle sale cinematografiche. Quando ci va è sempre per vedere un bel film d’avventura, meglio ancora se il protagonista è Bruce Willis.
Sul comportamento dell’Italia nel Mondiale USA ‘94, Paulo Sousa non ha dubbi: «Gli azzurri di Sacchi saranno all’altezza del prestigio e del nobile passato. Ne sono sicuro. Qualche scivolone in questa fase di messa a punto, in cui i risultati non contano, è perfettamente comprensibile e giustificabile. Magari è addirittura auspicabile. Nelle amichevoli e negli allenamenti la motivazione è assai meno forte››. Dei campioni del passato, ammira soprattutto Maradona (per l’estro) e Platini (per la tenuta sempre a grande livello), mentre fra quelli del presente il suo idolo è Roberto Baggio al quale non lesina elogi: «È un giocatore fantastico, tra lui e il pallone c’è un rapporto di magia, lo tratta come se forse un prestigiatore. Giocare a suo fianco sarà meraviglioso».
A Torino, Sousa non verrà da solo. Assieme a lui ci sarà la fidanzata Cristina, una coetanea che lui definisce così: «È una ragazza stupenda, che mi capisce al volo, mi conforta e mi aiuta a superare i momenti più difficili.  È molto forte di spirito, riesce sempre a capovolgere le situazioni più avverse. Sarà perché sono innamorato, ma non le trovo difetti. Ci vogliamo bene, siamo cattolici, ma non pensiamo di sposarci subito».
Sul campo, qualche volta, nelle fasi più concitate della partita, Paulo Sousa sembra dar segni di intemperanza e insofferenza, parla, gesticola, si fa sentire. Come mai, sarà che sente in pieno la responsabilità del leader? «Non lo so. Se un leader è quello che per svolgere il suo compito alla meglio ha bisogno di farsi sentire dai compagni, di parlare e magari di strillare, affinché loro lo capiscano e lui capisca loro, allora sì, sono un leader e mi trovo bene in questi panni».
I portoghesi in genere sono dei nostalgici, chi ama il «fado» e sente la saudade si strugge se vive lontano dai suoi cari. Farà come Rui Barros e Futre, che quando sono andati all’estero si sono portati dietro mezza famiglia? «Sono in perfetta sintonia con i miei genitori, che restano indubbiamente i miei migliori consiglieri, oltretutto perché desiderano sempre disinteressatamente il meglio per me. Quindi, mi mancano. Così, almeno a intervalli, per periodi brevi di qualche settimana, avrò modo di tenerli assieme a me, a Torino. Non è nostalgia, è amore».
Dalla Juventus è stato ingaggiato, a quanto pare, per svolgere il ruolo di centrocampista centrale. Sarà il compito che ritiene più congeniale alle sue caratteristiche? «Questo un tema sul quale non mi pronuncio. Spetta agli allenatori decidere, è il loro mestiere, io mi attengo disciplinatamente ai loro ordini. Da loro ho sempre imparato. A ogni modo, mi considero abbastanza “polivalente”, capace di assolvere qualsiasi mansione. Non mi sento presuntuoso. Due anni fa, allo stadio Do Bessa, contro il Boavista in campionato, Toni mi ha mandato in porta a sostituire l’espulso Neno e, alla fine, me la sono cavata con un bel sette in pagella. Del resto, ho iniziato a giocare centravanti, per venire poi chiamato a coprire i ruoli di ala destra, terzino e libero, prima di essere impostato da Eriksson come centrocampista centrale. Nella Juventus, sarà l’allenatore Lippi a stabilire come impiegarmi e a sfruttare nel miglior dei modi le mie attitudini. Sono tranquillo, saprà utilizzarmi al posto giusto. Il miracolo che ha compiuto a Napoli, la qualificazione alla Coppa Uefa conquistata nonostante i ben noti problemi di ogni natura che ha dovuto affrontare, parlano da sé».
A questo punto della carriera, Paulo Sousa avrà già un bel gruzzolo di soldi da parte. Come li ha investiti? «Prima nella famiglia, che tutto merita, dispensandole un po’ di benessere dopo tanti sacrifici; poi in beni immobili, con l’acquisto di appartamenti e aree fabbricabili. Non so se continuerò a rimanere legato al calcio, bisognerà dunque costruire il futuro su altre basi». La politica gli è quasi indifferente. Vota perché è un suo dovere civico, ma non ci crede più di tanto. «C’è molta disonestà intorno a noi, ovunque» spiega, «molta corruzione, perfidia e sfruttamento. Un’ideologia, secondo me, vale l’altra. Tra la teoria e la pratica c’è un abisso».
I discorsi talvolta infiammati che si fanno in Italia sui vantaggi della zona e della difesa in linea sul gioco all’italiana, oppure viceversa, non lo sfiorano nemmeno: «Due soli principi: 1) il giocatore deve inserirsi con anima e cuore nello schema tracciato dall’allenatore, qualunque esso sia; 2) il tecnico migliore è quello che riesce a trovare un modulo tattico che si addica alle caratteristiche dei suoi giocatori».
Finiamo il colloquio con Paulo Sousa. Se sul campo sarà così esplicito ed esauriente, così lucido e disponibile, così deciso e intraprendente, siamo sicuri che presto entrerà nei cuori dei tifosi juventini. Prima di concludere, comunque, cosa vorrebbe dire ai lettori di Hurrà? «Che farò del tutto per renderli felici; che prego il buon Dio di darmi man forte per potere superare senza traumi i naturali impacci e disagi derivanti dai primi contatti con i compagni di squadra, i dirigenti e la struttura societaria; che ho illimitata fiducia in Roberto Bettega, che mi ha lasciato una impressione lusinghiera; che so che da lui avrò tutto il sostegno necessario, che non mi mancherà niente; che è con uomini di questo stampo che la società può raggiungere tutti i traguardi che si è prefissa. L’importante è essere uniti. Se mi è consentito un appello, chiederei a tutti unione, intesa, solidarietà. E, amicizia. Con tali presupposti nessuna meta ci è preclusa».

Nell’estate del 1994, quando la grande rivoluzione lippiana è agli albori, Paulo Sousa diventa bianconero. La Juventus parte con qualche timore, poiché la squadra è nuova per oltre metà, ma con gente come Paulo Sousa le paure passano presto. Mancava alla Juventus un tipo alla Rijkaard, un interditore capace di proporsi e soprattutto fare la spola tra difesa e attacco, come dicevano i cronisti del calcio che fu. Paulo è modernissimo nella concezione del gioco, ma incarna questo prototipo antico e sempre valido. La Juventus, che vince con le stoccate di Vialli e Ravanelli e incanta con le prime prodezze del giovanissimo Del Piero, ha nel portoghese il cuore pulsante.
«Il mio gioco è fatto di parecchie cose, – dice Paulo dopo pochi mesi in bianconero – sono molto portato al recupero del pallone e al rilancio immediato. Ma in questa fase, non mi limito solo a far girare la palla. Cerco invece di verticalizzare, di cercare il compagno meglio piazzato o mi inserisco e mi propongo io stesso, per spingere, sostenere le punte. Finché non sono stato nel pieno possesso dei miei mezzi atletici, ho dovuto limitare la mia azione. Appena ho recuperato la piena condizione, ho cominciato a giocare alla mia maniera, cercando di dare alla squadra quello che il tecnico si aspetta da me. L’ho detto più volte: in Italia, alla Juventus, sono venuto per fare un salto di qualità e per vincere qualcosa. E ora che sto bene penso proprio di riuscirci».
Una stagione da incorniciare, il lusitano ha una continuità di rendimento impressionante. Gioca 26 partite saltando per infortunio qualche gara, ma facendo sempre fortemente sentire il timbro della sua presenza. Più propenso a far segnare i compagni che a cercare avventure in proprio, Paulo Sousa trova però, in modo estemporaneo quanto meritatissimo, la gloria del gol proprio nell’occasione più importante: è l’8 gennaio 1995, quando la Juventus capolista rende visita alla sua inseguitrice più accreditata, il Parma. Sono i ducali a portarsi in vantaggio con l’ex Dino Baggio; passano pochi minuti e un tiro di Paulo Sousa, sorprendendo Giovanni Galli, si infila nell’angolo alto più lontano. È il gol che lancia la rimonta bianconera, che culminerà in una netta vittoria. E quando, il 21 maggio, sempre contro il Parma secondo in classifica, si materializza anche per la matematica il primo scudetto degli anni ‘90, sono in tanti a dire e a scrivere che uno degli artefici massimi della conquista è proprio Paulo Sousa. Brillante anche nella sfortunata galoppata in Coppa Uefa persa nella doppia finale, ancora contro il Parma, il portoghese incornicia il suo primo anno bianconero mettendo la firma anche sulla conquista della Coppa Italia, battendo nuovamente la compagine allenata da Nevio Scala.
«Ho sempre saputo che correre è importante, perché in campo c’è una palla sola ed io voglio starle vicino. Però non bisogna correre a vuoto, tutto deve seguire un disegno. Tutti danno grande importanza all’ultimo passaggio, perché spesso il gol nasce in quel momento. Ma io credo sia decisivo soprattutto il primo. Non bisogna aver paura di rischiare: all’inizio sbagliavo molto e mi criticavano, però il mio modo di giocare è questo, dovevo solo trovare l’intesa col resto della squadra. Ho sempre amato Falçao, forse è vero che il mio tipo di gioco lo ricorda ma ognuno è se stesso. Non è vero che il regista appartiene al calcio del passato: anche oggi serve chi organizza. La differenza rispetto alle altre epoche è la velocità, tutto deve procedere in millesimi di secondo».
La stagione successiva Paulo non riesce a garantire che un rendimento incostante, a causa di un infortunio al ginocchio e delle marcature asfissianti alle quali è sottoposto. Fa comunque salire a 29 le sue presenze in campionato e riesce a mettere la firma nella conquista più attesa e prestigiosa: Coppa dei Campioni. Prima del trionfo di Roma, c’è una partita chiave, la semifinale di ritorno a Nantes, in cui il lusitano è l’assoluto protagonista di una delle più strepitose azioni dell’intera stagione: conquistata palla nella sua metà campo, parte in contropiede infilando gli avversari come birilli e presentandosi per la conclusione vincente davanti al portiere francese. Un gol stupendo che sancisce la qualificazione bianconera per la finalissima.
È anche l’ultima perla del biennio bianconero. Il portoghese parte da Torino, destinazione Dortmund. «Io volevo restare alla Juve – confessa ad Angelo Caroli su “La Stampa” – ma Lippi non mi vedeva inserito nella squadra che è stata costruita grazie ai tanti arrivi. E, a quel punto, ha spinto per la mia cessione. Lascio a Torino tanti buoni ricordi, Per le persone per bene contano parecchio. Mi mancheranno certi luoghi, certi amici, certe atmosfere. E mi mancherà la Juve, la sua storia, il suo ideale. I tifosi sapevano di poter contare su uno che li trascinava con entusiasmo, con voglia di vincere e professionalità. Non li ho delusi, parlano i fatti. E insieme abbiamo vinto tutto. Il primo anno è stato stupendo. Ho mantenuto le premesse e le promesse, confermando il mio valore. Nel secondo anno sono spuntati i problemi, nonostante il successo in Champions League. Abbiamo sbagliato in molti. Io non dovevo dimostrarmi troppo generoso. E c’è chi ha approfittato della mia voglia di rendermi utile. Nessuno mi ha mai obbligato a scendere in campo, ma qualcuno mi ripeteva: “Per favore Paulo, anche con una gamba sola, vedi se puoi darci una mano”. L’Europeo ha dimostrato che, quando sto bene, non temo rivali. E ho servito chi credeva che io avessi tanti problemi».

6 commenti:

Anonimo ha detto...

...lascia un gran bel ricordo. A me ha lasciato anche un dolcissimo sapore...che sento ancora qui...tra la lingua e il palato.

Anonimo ha detto...

credo che paulo sia stato uno dei più grandi giocatori della mia juve e... anche uno degli uomini più importanti nel mio cuore... mary d.

ginkers ha detto...

Mi fa pena vederlo cercare di allenare il Swansea in Serie B inglese! Ma che fine ha fatto!

ivonne ha detto...

Paulo Sousa,finalmente l'ho ritrovato dopo tanti anni...secondo me ancora si ricorderà di me!!!lo seguivo ovunque,in allenamento,in aereoporto,allo stadio,sotto casa sua...!ero la sua ombra!!!ero veramente innamorata di lui,quanti soldi ke spendevo comprando giornali ke parlavano di lui ho un'album pieno di foto insieme!!!e poi c'era lei..sua moglie Cristina...quanto la invidiavo...!quante lettere ke gli mandavo!!!quanto ho pianto per lui...!!!

Ap21 ha detto...

Tralasciando i commenti delle ragazzine innamorate, che col calcio c'entrano proprio poco... D'accordissimo, è stato il giocatore che ha portato ordine e geometrie nella Juve di Lippi. Ma non sono d'accordo sul secondo anno, il 95\96. Paulo Sousa ha disputato una stagione davvero impalpabile, eccezion fatta, come hai ricordato per la semifinale di ritorno a Nantes, tanto è vero che dopo la finale di Roma (ancora mi vengono le lacrime agli occhi quando vedo Vialli alzare la Coppa) è stato ceduto al Borussia e si è deciso di cambiare tipologia di regista acquistando l'immenso Zidane.

Anonimo ha detto...

Ma possibile che cedevamo quasi tutti i giocatori al Borussia! Gli abbiamo fatto, assieme a Inter e Lazio, la squadra mano a mano!