mercoledì 10 agosto 2022

Michelangelo RAMPULLA


Michelangelo Rampulla lega il suo destino all’anonimato di una panchina – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del novembre/dicembre 1998 –. E lo fa con atto volontario. “Un gesto romantico”, spiega lui con il tono di chi prende tutto terribilmente sul serio. E quando il destino lo fa riemergere dalle nebbie del dimenticatoio, ecco che i giornali si affrettano a chiedere aiuto alla memoria storica per rispolverare l`episodio del gol realizzato quando militava nella Cremonese. Con quel “colpo di testa”, è il caso di dirlo, Michelangelo diventa il primo portiere italiano a indossare il vestito del bomber.
Un capolavoro degno di Michelangelo, è fin troppo facile il gioco di parole. Ma Rampulla, che nel singolare genere di imprese è un rivoluzionario, già nell’89 e sempre in zona Cesarini, tenta di profanare la porta altrui, a Monza, ma il guardiano brianzolo con un volo di arcangelo gli gela l’urlo in gola. E perfino nell’85 il nostro eroe tra i pali accarezza le ambizioni del cannoniere a Cesena, ancora contro il Monza. Stavolta è Torresin a negargli il gol, parandogli il tiro dagli undici metri. Già perché Eugenio Fascetti, nel Varese, gli insegna a calciare Coppe se fosse un attaccante. Dopo quello sbaglio su rigore, Michelangelo non fa che coltivare il culto della vendetta, che arriva nel febbraio del ‘92.
Ma è evidente che il portiere nato 36 anni fa a Patti, paesino di 700 anime in provincia di Messina, in cuor suo alimenta fin da giovane il vizietto di fare il rivoluzionario. E quando la Cremonese sta perdendo ingiustamente con l’Atalanta di Ferron e Caniggia, Michelangelo getta un’occhiata frenetica verso la panchina dove siede Giagnoni, gli fa un segno e si vede rispondere con eloquente scuotimento del capo: “Vai e castiga, Miché”! Mancano briciole di secondi al termine del match, un velo sembra calare insieme con la sera sulle velleità dei cremonesi. Venti secondi e i giochi sono fatti, venti lunghissimi secondi «durante i quali anticipai con il cervello ciò che sarebbe successo. Io, proprio io, una variante impazzita che però, al massimo, avrebbe stornato l’attenzione dei difensori avversari sui miei compagni di squadra nell’affollatissima area di rigore. E pensai perfino a Pagliuca che qualche settimana prima aveva tentato di togliere la Samp dai guai in un match con il Toro. Prese il palo, e quell’ardire mi era rimasto nella testa. Ma torniamo a Cremonese-Atalanta. I secondi volavano e mi venne la folgorazione. Sentii dentro di me che sarebbe stato gol, e, anche questo un segno del destino, un impulso strano mi spinse sul secondo palo, mentre Chiorri batteva il corner.  Arrivai quatto quatto, nessuno badò a me, i bergamaschi forse si chiedevano “ma che cosa vuole questo qua” e mi lasciarono pascolare tranquillamente. Colpii bene e fu uno a uno. Addio pace...».
E già perché mentre il buio precipitava su Cremona, il nostro eroe finì presto ai tifosi che se lo mangiavano con un affetto immisurabile. E soltanto il giorno dopo, nella quiete verdeggiante di Gazzada, a 4 chilometri da Varese dove Rampulla aveva una casa di campagna, i giornalisti possono ascoltare il suo racconto, che sembra una favola per bambini.
Ma Rampulla non è tutto qui. Michelangelo si guadagna le greche fra i pali con il suo repertorio vario, vicino alla completezza, tanto che squadre come l’Inter prima e la Lazio dopo lo corteggiano senza tregua. Ma ahimè, non si sa bene per quale stranezza della vita, la sua residenza calcistica resta Cremona. E a ogni estate si ripete il refrain della disillusione. Michelangelo pare rassegnarsi dopo una carriera sviluppatasi a Varese, Cesena, Cremona e dopo l’ennesimo sogno di fare le valigie destinazione Lazio. Invece spunta la Juve che lo inserisce nelle sue nobili schiere. È la classica palla da cogliere al balzo, un boccone prelibato. Michelangelo è alle soglie dei 30 anni, capisce che è il passo che deve fare poiché la Signora è la donna delle fantasticherie giovanili, delle arrampicate all’irreale. E firma. Ma le promesse di trovare una collocazione in prima squadra si spezzano di fronte ai diritti del più giovane e più forte (lo ammette Rampulla stesso), Angelo Peruzzi.
E allora il popolo si domanda: caro Michelangelo, è possibile accettare il ruolo di panchinaro a vita invece che trovare luce sotto altri cieli della serie A? Lui non si scompone e ribatte: «A 30 anni non si può rifiutare un’offerta tanto prestigiosa, la Juve era ed è il top e ho accettato. Però la mia non è un’esistenza fatta solo di panchina. Ricordatevi che ho disputato 500 partite tra serie A e serie B. E che la richiesta di un club famoso, blasonato come la Juve, è anche un riconoscimento professionale alle mie qualità. Ed eccomi con la maglia bianconera e nel ruolo di rincalzo».
Di lusso, aggiungiamo noi.   

«Quando sono stato ingaggiato dalla Juventus, ho fatto felice mio padre, Lui è sempre stato molto più tifoso di me, più tifoso di qualsiasi altro. Ai tempi di Paolo Rossi, Boniek e Platini, si presentò un giorno al lavoro, con la macchina dipinta di bianconero: a strisce, ovviamente. Dal 1969 al 1979 sono stato abbonato a “Hurrà Juventus”; ricordi da tifoso ne ho tantissimi, quasi tutti legati a grandi successi. Dal vivo, ho ammirato la Juventus due volte a Palermo e poi sempre in televisione. Lo stile bianconero mi ha sempre colpito, sia da tifoso che da avversario; alla Juventus, nulla viene lasciato al caso, persino i dettagli più insignificanti rivestono un’importanza determinante. Doveva essere un’esperienza fugace, invece a Torino mi sono fermato per dieci campionati, coprendo le spalle anche a Van der Sar, Buffon e Carini. Ho giocato più di quanto immaginassi e ho vinto davvero tutto».
In effetti, Michelangelo, approfitta dei numerosi guai muscolari che affliggono Peruzzi e riesce a ritagliarsi un poco di gloria, poiché la Juventus di quegli anni vince tutto. Come nella Supercoppa Italiana del 1995-96, quando entra in campo causa l’espulsione di Peruzzi e contribuisce, con un paio di parate sicure, alla conquista del trofeo.
Con l’arrivo del portiere olandese e di Buffon, lo spazio si riduce notevolmente e a Rampulla non restano che le briciole di qualche presenza in Coppa Italia. Nell’estate del 2002, Michelangelo decide di appendere gli scarpini al chiodo ma resta alla Juventus in veste di collaboratore.
Un grande esempio di professionismo da parte di Rampulla che, con le sue enormi potenzialità, avrebbe potuto giocare titolare in qualsiasi squadra, ma che ha sempre preferito rimanere nella sua amata Juventus, anche se questo comportava l’essere costretto a guardare gli altri giocare dalla panchina.

FRANCESCO DI CASTRI, DA JUVEATRESTELLE.IT DEL 18 MARZO 2019
Ci sono due modi di dire molto noti che, se portati nel mondo del calcio, hanno un significato diverso da quello universalmente accettato.
Ad esempio, “l’ancora di salvezza”, detta anche “di riserva”, veniva gettata dalle imbarcazioni in caso di estrema necessità; se riferita al mondo degli uomini è l’ultima possibilità, il rimedio, l’espediente o la persona cui ricorrere in una situazione disperata.
Oppure, la “ruota di scorta”, ruota supplementare di cui sono dotati i veicoli (anche se oggi come oggi non ci sono più); riferita alle persone, viene vista come una persona tenuta in scarsa considerazione cui si ricorre solo in mancanza di alternative migliori.
Per noi calciofili non è così. Nel mondo del calcio siamo abituati al fatto che ci siano i “titolari” e le “riserve”, che in genere sono giocatori di un valore complessivo minore dei titolari (ma non sempre).
Le riserve hanno molteplici funzioni. Far rifiatare i titolari, essere delle alternative tattiche, “spaccare” le partite. Tant’è vero che spesso i campionati e le coppe vengono vinte da chi, tra le “riserve”, ha i giocatori migliori.
Al giorno d’oggi, dove gli impegni sono molti e ravvicinati, il “turnover” la fa da padrone, anche in ruoli che fino a poco tempo fa erano gestiti per tutta la stagione da un solo giocatore. Mi riferisco soprattutto al ruolo del portiere.
Quando il campionato era a 16 squadre e i calciatori arrivavano, compresa la nazionale e le coppe, a giocare poco più di 40 partite a stagione, il turnover non era mai preso in considerazione se non a causa di infortuni e squalifiche.
Ad esempio, nell’82 l’infortunio di Bettega aprì le porte della prima squadra a “Nanu” Galderisi, così come nel 2000, all’Europeo, Toldo diventò titolare per l’infortunio di Buffon.
Ma se eri riserva di un “mostro”?
Zoff, dal 1972 al 1983 alla Juve, giocò 330 partite consecutive in campionato, cioè tutte. E le sue riserve? Massimo Piloni (1969-75) solo una presenza in Coppa Italia; Giancarlo Alessandrelli (1975-1979), solo 26 minuti, all’ultima di campionato, con anche la beffa di tre gol subiti; Luciano Bodini (1979-89), zero presenze in campionato, almeno sino al ritiro di “Superdino”.
Con i portieri successivi, Tacconi e Peruzzi, ci fu un po’ più di spazio per il cosiddetto “12”: specialmente con “cinghialone”, che aveva la tendenza a infortunarsi, il secondo portiere ebbe molte più chance che in precedenza.
Michelangelo Rampulla, nato a Patti, in provincia di Messina, il 10 agosto 1962, iniziò nelle giovanili della Pattese. Dall’80 all’83 giocò nel Varese, poi, dall’83 all’85 nel Cesena e dall’85 al ‘92 nella Cremonese.
Il 23 febbraio 1992 si giocava Atalanta-Cremonese, e i bergamaschi erano in vantaggio. Ultimi minuti. In area la mischia era furibonda, per la Cremonese era una delle ultime opportunità per poter riagguantare gli orobici. Sembrava un normale parapiglia quando all’improvviso sbucò Rampulla. Chiorri tirò nel mucchio la punizione, i difensori dell’Atalanta non riuscirono a organizzarsi per tempo e il portiere grigiorosso colpì di testa la sfera che si insaccò alle spalle di Ferron.
Il gesto di Rampulla, oltre che dare ancora qualche speranza alla Cremonese (che a fine stagione, però, sarebbe retrocessa) fu fissato nell’immaginario collettivo calcistico per anni, poiché Rampulla fu il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato di Serie A.
«Quando giocavo alla Cremonese il mio motto era: non importa contro chi giochiamo, undici siamo noi e undici sono loro».
Nell’estate 1992 venne ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina.
Nonostante fosse stato preso come riserva, Rampulla giocò la doppia sfida di Coppa Italia contro la Fidelis Andria ed esordì in campionato alla prima giornata contro il Cagliari (per infortunio di Peruzzi).
Anche in Coppa Uefa, sempre per infortunio del titolare, giocò entrambe le sfide di semifinale contro il PSG, risultando determinante per il passaggio del turno. Ricordo una parata eccezionale, da grande portiere: cross di Roche dalla sinistra, tiro al volo “spizzato” di Weah che riesce a indirizzare nell’angolino basso alla sinistra di Rampulla. Guizzo felino del portiere che devia in calcio d’angolo.
Nel 1995 giocò entrambe le partite della finale di Coppa Italia contro il Parma mantenendo la porta inviolata in entrambe le partite. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l’anno dopo, in occasione della Supercoppa italiana, subentrando a Del Piero per rilevare l’espulso Peruzzi e contribuì all’1-0 finale.
«Gli anni di Lippi dove abbiamo vinto tutto il primo anno e la Champions al secondo, mi ricorderò sempre che all’inizio di ogni stagione in ritiro parlavamo già della finale per capire solo contro chi l’avremmo giocata, quello era il nostro unico “problema”, pensate che mentalità».
Della Champions ricordava: «È una bellissima sensazione, quella che ogni ragazzo quando inizia a giocare a pallone sogna. Sogna di vincere lo Scudetto, la Coppa Campioni e vabbè, la Coppa del Mondo con la Nazionale. In ordine ci sono il Mondiale poi la Champions e infine il Campionato. Quando tu la tocchi e pensi a chi l’ha vinta prima di te, ti rendi conto che tutti i sacrifici che hai fatto sono valsi a qualcosa».
Con il cambio tecnico, prima Ancelotti, poi Lippi, cambiarono anche i portieri titolari, passando da Van der Sar a Buffon: Rampulla divenne così il “terzo” portiere.
Al termine del campionato 2001-2002, ormai alle soglie dei quarant’anni, decise di ritirarsi.
Ma la presenza in bianconero non terminò, perché dal 2002 Rampulla entrò nell’organico: prima come coordinatore degli allenatori dei portieri; poi come allenatore dei portieri della prima squadra; infine come allenatore dei portieri della squadra Primavera, rimanendo in squadra fino al 2010, per poi seguire Lippi nella sua avventura in Cina.
Nonostante le poche presenze, vinse tanto in bianconero: quattro scudetti (1994/95, 1996/97, 1997/98, 2001/02), due Supercoppa Italiana (1995, 1997), una Coppa Italia (1994/95), una Coppa Uefa (1992/93), una Champions League (1995/96), una Supercoppa Uefa (1996), una Coppa Intercontinentale (1996) e un trofeo Intertoto (1999).
E, per me, Michelangelo Rampulla da Patti, sarà per sempre la migliore ruota di scorta che una squadra possa mai avere, o, per rimanere nel linguaggio calcistico, uno dei migliori “dodicesimi” nella storia della Juventus.

Nessun commento: