domenica 2 gennaio 2022

Hasan SALIHAMIDZIC


Nasce a Jablanica in Bosnia-Erzegovina il primo giorno dell’anno 1977. Soprannominato Brazzo (che significa fratello) è un giocatore ambidestro molto duttile e versatile, tanto è vero che è in grado di ricoprire praticamente quasi tutti i ruoli di movimento. Arriva a Torino nell’estate del 2007, dopo aver vinto, con il Bayern Monaco, 6 campionati tedeschi, 4 edizioni della Coppa di Germania, una Champions League (con un’altra finale persa) e una Coppa Intercontinentale.
L’esordio con la maglia bianconera in Serie A avviene il 25 agosto nella gara contro il Livorno (5-1) mentre, un mese dopo, realizza il suo primo gol, contro la Reggina. Termina la prima stagione bianconera con 26 presenze e 4 gol, tra cui spicca la doppietta decisiva nella partita del 12 aprile ‘08 contro il Milan, vinta 3-2. «Il signor duttilità adesso è tra i nemici pubblici del Milan: emerge da un primo tempo abbastanza anonimo per ribadire in rete la palla deviata da Trézéguet. Sbuca nell’area del Milan, sguarnita dall’uomo in meno, per la zuccata decisiva. Brazzo di ferro», è il commento del “Corriere della Sera”.
Grazie alla sua innata simpatia e al suo modo di giocare senza risparmiarsi mai, Brazzo diventa l’idolo della tifoseria juventina ed è molto apprezzato anche dai propri compagni di squadra. Il Mister Ranieri, poi, stravede per lui. «Uno che sa far tutto, il tipo di giocatore che qualsiasi allenatore vorrebbe avere», afferma il trainer bianconero.
La stagione successiva, purtroppo, è molto problematica, a causa di un problema al menisco del ginocchio destro. Segna il suo primo e unico gol stagionale il 14 marzo 2009, nel match casalingo di campionato vinta 4-1 contro il Bologna, in cui regala anche due assist per la doppietta di Del Piero. Alla fine, totalizza solamente 15 presenze.
Disputa la prima partita del campionato 2009-10 contro il Chievo ma nella stessa gara si infortuna ed è costretto a stare fuori dai campi di gioco per ben tre mesi. Torna contro il Catania (sconfitta a Torino per 1-2), in cui segna anche il gol del momentaneo pareggio e si ripete la giornata dopo al Tardini contro il Parma (2-1 per la Vecchia Signora) segnando il gol dell’iniziale 1-0. Il suo score finale recita: 19 presenze e 2 gol.
Non rientrando più nei piani della società, in seguito alla mancata cessione nel calciomercato dell’estate 2010, è messo fuori rosa dall’allenatore Del Neri. Torna in gruppo nei primi giorni di settembre, nella sfida contro il Cesena, a causa dei tanti infortuni dei propri compagni. È il 7 novembre 2010 e Brazzo, entrando al 78’ con un assist perfetto, permette il gol a Iaquinta per il 3-1 finale.
Il 4 luglio 2011 ritorna in Germania, accasandosi, a parametro zero, al Wolfsburg. «Che orgoglio essere parte della storia di questa stupenda società. La Juventus mi è rimasta nel cuore e sarà parte della mia vita per sempre. Qui ho trascorso quattro anni bellissimi. Anche se non ho vinto niente, ho trovato amici per la vita. La società mi è rimasta nel cuore», sono le parole di commiato di Brazzo.

SIMONE STENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 2007
Esiste soltanto una finale più folle, emozionante, a rischio coronarie del 3-3 tra Milan e Liverpool del 2005. Una partita che fotografa alla perfezione la bellezza del calcio e, probabilmente, dello sport in generale. Anzi, la bellezza della vita, che proprio nei momenti più bui ti sa regalare la forza per riemergere e rinascere. Quella finale si giocò al Nou Camp di Barcellona il 26 maggio 1999, una data che Hasan “Brazzo” Salihamidzic non dimenticherà mai più.
Il suo capitano, l’immenso Lothar Matthäus, all’80’ esce dal campo e dal calcio europeo che conta (nel 2000 emigrerà ai N.Y. Metrostars) salutato da una standing ovation. Lo fa da campione d’Europa virtuale, l’unico titolo che gli manca nel suo stellare palmares. Il Bayern sta vincendo 1-0 col Manchester United dal 6’ del primo tempo, grazie a una punizione di “Super Mario” Basler. È proprio il marcatore tedesco a essere sostituito da Brazzo al 44’ del secondo tempo. Un cambio che per l’allenatore, Ottmar Hitzfeld, è solo un modo per perdere tempo e per avvicinarsi al trionfale triplice fischio dell’arbitro Collina. Quando i suoi tacchetti toccano l’erba del Nou Camp per la prima volta, Hasan non può sapere che dopo tre minuti quella coppa l’avrà persa, nella partita che per gli inglesi è il The greatest match.
Bastano due minuti di recupero, prima per nonno Sheringham poi per “Babe Faced Assassin” Ole-Gunnar Solskjaer, per siglare il 2-1 che tutti i tifosi del mondo invidiano a quelli dei Reds. O, se sono di Monaco, la sconfitta che non scacceranno mai più dai loro incubi. «È stata una scuola non soltanto di calcio, ma di vita. Quei cinque minuti mi hanno insegnato a non voler mai più perdere. Hanno cementato la squadra ed è stato il seme da cui è germogliata la vittoria del 2001».
Già, in finale col Valencia, dove vinceste proprio qui in Italia, al Meazza. Non fu una partita granché spettacolare: si concluse ai rigori e anche tu ne segnasti uno.
«È complicato anche soltanto descrivere che cosa si provi quando il tuo capitano alza la coppa. È l’emozione più grande della tua vita di calciatore. Sono orgoglioso di averla provata almeno una volta… be’, forse sarebbe stato meglio fossero state due».
Hai sempre tempo. Nel qual caso, caro Brazzo, la seconda volta cerca di viverla qui con noi.
«Certo, ora per noi quel torneo è soltanto uno spettacolo televisivo, ma così non ci piace per niente. Io sono venuto qui con l’obiettivo di giocare di nuovo in Europa».
Già dal prossimo anno?
«Te lo ripeto: sono qui per giocare la Champions».
Nel frattempo, però, c’è il campionato. Dove arriveremo?
«La stagione è così lunga che tutto è possibile. Ma non dimenticare che noi siamo la Juve e vogliamo vincere».
Mica male come grinta.
«Ho giocato nove anni nel Bayern. È una società dove non hai alternative: devi vincere. Vivi quotidianamente con quella pressione e diventa parte della tua vita».
Hai trovato differenze rispetto all’ambiente bianconero?
«Per niente. Anche qui, come a Monaco, si vuole essere sempre primi. Questo atteggiamento fa per me, anche per questo quando ho firmato per la Juve sapevo che mi sarei trovato perfettamente a mio agio».
E tra Serie A e Bundesliga vedi diversità?
«Ah, non c’è dubbio che qui il tasso tattico sia più elevato. Fisicamente l’impostazione del gioco è simile, ma qui quando vinci 1-0 stai molto più attento. Non dico che in Germania sia come nella Premiership dove l’unica cosa che conti sia attaccare e, quando si riesce, segnare, ma certamente la Bundesliga è concettualmente più vicina all’Inghilterra che non all’Italia».
A proposito di tattiche, qui non abbiamo ancora capito se sei un difensore di fascia, un centrocampista, una punta come ai tempi dell’Amburgo. Insomma, se Ranieri ti chiedesse di giocare dove vuoi, in quale parte del campo ti metteresti?
«Ranieri non me lo chiederà. E non mi dispiace neppure: credo anzi che gli allenatori abbiano piacere ad avere un giocatore che possa giocare a destra, a sinistra, davanti, dietro. Nel Bayern ho giocato davvero ovunque».
Ma un ruolo d’elezione l’avrai.
«Dentro mi sento centrocampista. Ma, davvero, non è importante».
A proposito di allenatori, al Bayern eri allenato da Felix Magath. Sai perché è tanto famoso qui da noi?
«Eh, se lo so! (ride) È stato il mio primo allenatore nel calcio professionistico nell’Amburgo ed è stato l’ultimo al Bayern. Lui non è un allenatore qualsiasi: è stato un grande campione e un uomo di calcio vero. Siamo molto amici e gli voglio molto bene».
Da quello che si dice nello spogliatoio, non è difficile esserti amico. Ma se devi invitare un compagno cena, chi chiami? E, soprattutto, in che lingua comunicate, visto che tu ne parli fluentemente quattro e ora stai pure imparando l’italiano?
«In ritiro divido la stanza con Jonathan Zebina, ma a cena vado volentieri con tutti. Qui alla Juve parlo in spagnolo o in inglese. In tedesco no, non c’è nessuno che lo capisca. Ma sto facendo grandi progressi anche con l’italiano. È importante che lo impari bene».
Per capire meglio le tattiche?
«No, per cazzeggiare. Quando si scherza, voglio essere parte del gioco».
E nella tua carriera precedente con chi hai legato di più?
«Con Jens Jeremis e Torsten Frings».
Guardi la tivù italiana?
«Scherzi? Non faccio altro».
Immagino... e cosa guardi?
«Faccio zapping furibondo su Sky. Ma alla fine guardo solo un paio di film alla settimana. E, se capita, qualche partita di Champions. Per il resto, comandano i bambini».
Nel senso che hanno pieno controllo del telecomando e impongono i cartoni animati?
«Per niente. I cartoni si guardano soltanto nel weekend. Il resto della settimana la tivù rimane spenta. Stiamo insieme: mia moglie Esther, che è spagnola, e i miei tre ragazzi, Selina, Nick e Lara June».
Mi pare piuttosto sano, come gran parte delle tue scelte familiari. Dove vivete? Avete già fatto a tempo a conoscere Torino?
«Per due mesi ho vissuto in centro, in quello che era l’appartamento del mio connazionale Darko Kovacevic, che oggi è in Grecia all’Olimpiakos. Ma io ho bisogno di maggior quiete, più tranquillità e allora ci siamo trasferiti a Moncalieri, che comunque mi permette di arrivare in centro in un quarto d’ora. Bruno mi è molto riconoscente».
E chi sarebbe costui?
«Il mio cane da caccia».
Allora, vado per assonanza: tu hai giocato anche con Kahn. Chi è il più forte tra lui e Buffon?
«Pessima domanda».
Uhm... in effetti. Ma trattandosi di due tra i più grandi portieri d’Europa di tutti i tempi è un confronto che chi ci ha giocato assieme può anche provare a fare.
«Non c’è dubbio che Oliver fu il migliore, non solo del continente, ma del mondo, tra il 1999 e il 2002. Oggi è il turno di Gigi. Ma quello che li accomuna è fuori dei pali: prima che grandi sportivi, sono grandi uomini con personalità fortissime. Ma, ripeto, non è una gran domanda, anche perché mi costringerebbe a parlare almeno un’ora per ciascuno».
Indossi il 7, un numero indossato da grandissimi campioni che hanno scritto pagine importanti della storia della Juve. Ne conosci qualcuno?
«Non l’indosso a caso: ho preso il 7 per Gianluca Pessotto. L’ho visto giocare e mi sembra che interpretasse il gioco come piace a me: dedicandosi alla squadra. Poi, quando sono arrivato qui ho imparato a conoscerlo anche come persona. E il giudizio positivo non è stato soltanto confermato, ma si è amplificato».
Segui le vicende italiane, sai dirmi il nome di qualche nostro politico?
«Conosco soltanto Berlusconi, ma non in veste di politico: come presidente del Milan. La politica non mi coinvolge. Nemmeno quella italiana».
Allora, finiamo in bellezza: perché la Juve?
«Ho giocato per tanto tempo in un club di grande storia e tradizione. Prendere in considerazione di lasciare il Bayern, quindi era possibile soltanto se si fosse fatto avanti un club di equivalente spessore. È arrivata la Juve e non ho avuto dubbi. Ho sempre sognato di poter giocare in un grande club italiano e la Juventus è il più grande in assoluto».
Sembra una frase fatta, quella del sogno di giocare qui.
«Per me è la realtà. Sono emigrato in Germania che avevo 15 anni, ma prima il mio riferimento calcistico era l’Italia. In Jugoslavia guardavamo questo campionato e la squadra che dominava era la Juve. Per me il calcio italiano era bianconero. Ho realizzato anche questo sogno».
Ne hai qualcun altro?
«Non abbiamo già parlato di Champions?».

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