domenica 21 febbraio 2021

Adolfo GORI


«Il giorno del mio arrivo a Torino – racconta – toccavo il cielo con un dito; era la Juventus, cioè il massimo e sarebbe stato facile di lì in poi. Non era vero, naturalmente, ma avevo poco più di vent’anni e ci credevo. Arrivavo dalla Spal, cioè dalla provincia piccola piccola e mi ritrovavo in una squadra carica di gloria e di tradizioni. Sono stati anni indimenticabili, anche se non vincemmo molto. Le soddisfazioni incominciarono subito, a cominciare dalla Coppa delle Alpi, nel 1963; pensavo che non avrei giocato neppure un minuto e, invece, disputai tutti gli incontri, fino alla finalissima con l’Atalanta, che battemmo 3-2, grazie ad un grandissimo Sivori. A fine giugno di quell’anno, giocammo una partita amichevole contro il Santos; Omar, stimolato dalla presenza di Pelé, fece delle cose incredibili. Sognavo ad occhi aperti, pensando che con compagni così forti nessuno avrebbe fermato la mia Juventus. E, invece, c’era l’Inter che, però, battemmo nella Coppa Italia del 1965 e nel campionato 1966-67. L’Inter era fortissima, ma anche noi non scherzavamo; in difesa eravamo quasi imbattibili, Anzolin diceva che, con noi davanti, poteva anche giocare con le mani legate. A metà campo, Del Sol era unico; solo in attacco avevamo qualche problema, non perché i miei compagni non fossero forti, ma perché quelli dell’Inter erano formidabili».Quale juventino autentico non ricorda vita e miracoli di Adolfo Gori? – chiede Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1974 – Il forte terzino, arrivato alla Juve nella stagione ‘63-64 e rimasto in bianconero per ben 5 stagioni, ha rappresentato uno dei punti-cardine della compagine, negli anni di Heriberto allenatore, contribuendo con 145 presenze (e due reti) a risultati di prestigio quali la vittoria in Coppa Italia e la conquista del tredicesimo scudetto. Ricordarlo qui, in questa rassegna di juventini degli anni Sessanta, è il giusto omaggio per un atleta arrivato anche agli onori della maglia azzurra al culmine della sua più felice stagione in bianconero.
Quando e come diventa juventino, Gori il toscano? Il quando già l’abbiamo detto, è l’estate del ‘63, e c’è alla Juve aria di novità più o meno grosse. Il fatto che il Nostro arrivi ben prima del tradizionale calciomercato, questo semmai è meritevole di essere segnalato. La Spal si presenta al Comunale torinese per l’ultima giornata del campionato e già si parla del passaggio in bianconero di Gori e di un altro pezzo pregiato del vivaio ferrarese, Dell’Omodarme vale a dire. Non per nulla quella partita, che sa ormai soltanto di commiato e di smobilitazione tra due formazioni paghe per opposte ragioni (Spal già in salvo, Juve seconda con scudetto sfumato a vantaggio dell’Inter tre domeniche prima), Gori la vede dalla tribuna. E nonostante questo, il neo-juventino avrà prestissimo modo di mettersi in luce, con i nuovi colori. Finito il campionato, la squadra bianconera onora al meglio l’impegno internazionale della Coppa delle Alpi e trasferisce, armi e bagagli, in terra elvetica, anche i nuovi acquisti, unitamente alla vecchia rosa al completo.
C’è Dell’Omodarme, tipo invero speciale di ala che pure farà parlare di sé spesso e bene, specie in tempi heribertiani; c’è l’azzurro Menichelli, soffiato con molto tempismo all’agguerrita concorrenza e alla ancor più agguerrita tifoseria romanista poco disposta a rinunciare al suo beniamino; e c’è Gori, che sin dalla prima partita, contro il Basilea, dimostra come il suo acquisto sia stato per la società fatto quanto mai produttivo. Gioca indifferentemente terzino o mediano, corre per sé e spesso anche per altri, non resta disorientato di fronte ai non sempre lineari schemi difensivi pretesi dal brasilero Amaral. E dimostra di avere pure confidenza con il gol, proprio contro il Basilea. Naturalmente, ci vuol altro che una Coppa delle Alpi a tamburo battente per fissare nel critico e nel supporter una impressione definitivamente positiva. Ma Gori non è un ragazzino alle prime esperienze, e garantisce parecchio anche in fatto di continuità di rendimento.
Il campionato ‘63-64, che tante traversie e malumori porterà in casa juventina, avrà tra le poche note decisamente confortanti proprio la prestazione complessiva di Gori: 33 presenze su 34, mediano di spinta con Amaral e terzino con licenze fluidificanti ma non troppo con Monzeglio, presto sopravvenuto al trainer del quattroduequattro e dei centromediani interscambiabili. Conta e fa positivamente testo la grande regolarità di questo difensore ventiquattrenne, che inizia il torneo in forma e lo finisce più pimpante che mai, segnando addirittura nella partita del congedo, a Marassi, contro il Genoa di Santos.
Con Leoncini, quasi un tandem-fisso Terzino d’ala, dunque, secondo le inclinazioni naturali del tipo, che non è il mastino stakanovista ma tiene grinta sufficiente per garantire adeguato controllo dell’estrema avversaria. Già nel finale del torneo ‘63-64 si delinea una coppia fissa di terzini dall’alto rendimento, con Gori appunto e Leoncini detto Leo, che talvolta, pure lui, viene impiegato in mediana. La difesa, ecco dove si costruisce la base della formazione, che in attacco vive periodi grigi e che solo puntando sull’impenetrabilità dei reparti arretrati può centrare obiettivi di riguardo. E, vedi la combinazione, Gori è tra i difensori il più continuo nel rendimento e nel numero di presenze.
Nel successivo torneo ‘64-65 con Heriberto alla guida della squadra e Nestor Combin alla guida dell’attacco tra un incidente e l’altro, Gori farà anche meglio centrando 34 partite su 34 e contribuendo come e più dell’anno prima alla solidità di una retroguardia seconda soltanto a quella del Milan come numero di reti incassate (appena 24) e premiata pure ufficialmente per questo. Una intesa perfetta, questo naturalmente il segreto di tanta impenetrabilità: Bercellino è la roccia su cui si schiantano senza passare centravanti della miglior specie, e in seconda battuta c’è Castano, il lungo mestiere applicato a classe delle più genuine. Gori, a seconda di come comanda la circostanza della partita, sta incollato al «suo» attaccante o svolge mansioni di raccordo col centrocampo, in alternativa a Leoncini. E la formula perfetta, l`uovo di Colombo che fa intristire più di un allenatore avversario. Anzolin, portiere che con siffatti figuri davanti può dormire sonni tranquilli, dice a un certo punto, dopo un derby vinto, che anche senza mani si sentirebbe di fare il portiere in quella Juve. Che purtroppo continua cronicamente a non disporre di un attacco adeguato al valore della sua difesa, solo così spiegandosi i buoni ma non trascendentali piazzamenti della squadra.
Anche il ‘65-66 ha portato fortuna a Gori (che a settembre ha intanto vinto una Coppa Italia contro l’Inter), presente 32 volte e a segno in una circostanza (contro la Fiorentina, a Torino, in occasione di una delle più belle e nette affermazioni bianconere, 3-0), ma non alla Juve, che pure ha finito al galoppo, cancellando il Milan con prova maiuscola.
‘66-67: è il quarto anno di Juve per Gori, ormai un beniamino della folla bianconera. Il campionato del sospirato e sofferentissimo tredicesimo scudetto significa per il Nostro una doppia soddisfazione: avere contribuito al prestigioso traguardo con 29 presenze e una rete (segnata a Lecco) ed essere finalmente arrivato alla maglia azzurra. I due risultati sono entrambi quanto mai meritati: al primo contribuisce tra l’altro con maiuscola prova nella partitissima Juve-Inter, opposto a Corso. Al secondo perviene subito dopo la vittoria nel campionato. Si gioca a Bucarest Romania- Italia per la Coppa Europa, e Valcareggi attinge a piene mani dalla Juve campione: in campo vanno Zigoni e appunto Gori, complice anche un incidente al titolare Burgnich. Il battesimo azzurro è del tutto positivo, e viene confortato anche dal risultato (vittoria per 1-0 con rete di Bertini nel finale): è il suggello a una stagione senza precedenti.
«Il 1967 fu un anno meraviglioso; prima lo scudetto e poi il debutto in Nazionale, insieme al mio compagno Zigoni. Vinsi anche un referendum, tra i tifosi bianconeri, come il giocatore più simpatico; ricevetti parecchi voti anche se, oggi posso ammetterlo, parecchie cartoline le avevo spedite io. C’era in palio una bellissima crociera».
Saprà ripetersi su questi livelli? Purtroppo, la stagione ‘67-68 è per Gori tanto jellata quanto era stata fortunata la precedente. Dopo un buon avvio il terzino si infortuna in occasione del derby di andata, e si trascina il malanno al ginocchio per l’intera stagione, riuscendo a racimolare soltanto sette presenze. L’ultima partita che gioca in maglia bianconera non smentisce il contesto dell’annata: è partita jellata, persa male con il Milan e giocata così così da Gori, che Heriberto ha mandato in campo febbricitante contro uno scatenato Prati.
«Nel 1968 cominciò un periodo non molto bello; la Juventus mi cedette al Palermo dove, però, non ebbi modo di giocare. L’anno successivo, a Brescia, le cose andarono meglio, ma la squadra retrocedette e preferì puntare sui giovani. Avevo trent’anni e mi fu offerta l’opportunità di giocare negli Stati Uniti, nel Rochester; fu un’avventura bellissima sul piano dell’esperienza umana e molto particolare sotto l’aspetto calcistico. Ho chiuso con il calcio, tornando in Italia».
Peccato che le imprese di Gori in bianconero si interrompano così di brusco, proprio all’indomani dei successi più importanti. Ma i cinque anni, e le 145 presenze in bianconero ancor più, testimoniano quanto sia d’obbligo annoverarlo tra i più rappresentativi e validi difensori juventini degli anni Sessanta.
«Ricevo ancora tante dimostrazioni di affetto e simpatia; si vede che, alla Juventus, qualcosa ho dato anch’io».

VLADIMIRO CAMINITI
Andava all’attacco per occupare il tempo, annoiandosi a marcare. Cianchettando e smoccolando. Era bravo, se ne accorse perfino il perfido Fabbri, duce della panchina. Il terzino che va all’attacco, lo riverivano sul giornale.
All’attacco andava Caligaris come le amazzoni a caccia di emozioni. Un terzino nel paese dei ruoli (e dei comodi) aspetta e spera, non vive di sogno ma di realtà. Bada al suo e non interferisce. Non si immischia.
Adolfo di Viareggio zufolava in giro, come qualmente ce l’avessero con lui e non apprezzassero il suo talento. Toscanaccio, toscanino, non si dava per vinto, pungeva e punzecchiava, non si arrendeva. Le sue rincorse erano una protesta. Come mai l’onorevole Catella dava importanza più a De Paoli che a lui? Una protesta quasi sociale. Un terzino come il Gori non s’era mai visto... E non era vero, ma pareva vero, De Paoli sempre fermo anche se il gol della vittoria scoccava definitivamente dal suo shot. Quante ingiustizie nella vita.


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