giovedì 21 aprile 2022

Angelo CAROLI


Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei ‘50 cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti. Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili. «Ero un atleta, ramo salto in lungo; dicevano che potevo diventare un buon giocatore. Puppo, occhialuto filosofo dall’aria pacata e solenne, allenava la Juventus; mi fece debuttare, come centravanti, a Bologna. Me la cavai bene e segnai il gol del successo bianconero; fu un caso, ma fu così. Disputai altre quattro partite in Serie A, prima del derby; erano tempi durissimi per la squadra preseduta da Umberto Agnelli. La società stava uscendo da un ciclo nebuloso, occorrevano dei restauri; perciò, fu realizzato un lancio, in massa, di giovani. Ci chiamavano Puppanti; vissi momenti di celebrità, il mio autografo era richiesto, forse perché ero uno studente calciatore».Così l’immenso Vittorio Pozzo su “Stampa Sera” racconta quel gol: «Impadronitosi della palla la mezz’ala juventina Bartolini scopriva un corridoio trasversale sulla sua sinistra al quale stava accorrendo il compagno di centro Caroli. Il passaggio rasoterra partiva pronto e preciso. Caroli, il diciottenne esordiente, non si faceva pregare: partiva deciso, inseguito da un paio di avversari li batteva in velocità, penetrava in area e giunto a distanza adeguata spediva con calma e precisione nella rete sguarnita. Tutto frutto del lavoro dei due novellini inseriti nella squadra bianconera per darle l’apporto di un po’ di sangue giovane, questa rete che doveva decidere delle sorti della giornata. Bartolini aveva iniziato l’azione con prontezza di percezione, Caroli l’aveva completata con la punta di velocità, caratteristica dei giovani. Una mossa riuscita. Combi ha dichiarato: “L’esperimento dei giovani può ritenersi riuscito… Non dico che tutto sia andato alla perfezione, ma possiamo essere soddisfatti. Perciò bisognerà insistere su Caroli”».
Poi, comincia un lungo peregrinare in prestito, che lo porta a farsi le ossa a Catania, Lucca e Pordenone. Quando torna alla Juventus, sono tornati i tempi d’oro: la squadra di Sivori, Charles e Boniperti contende all’Inter di Helenio Herrera lo scudetto.
Caroli, ormai ventiquattrenne e da tempo trasformatosi in terzino di buon rendimento, ha solamente qualche sporadica occasione per contribuire ai successi di quella squadra, fregiandosi, comunque, a fine stagione del titolo di Campione d’Italia. «Al mio ritorno alla Juventus era tutto cambiato, Cesarini, Parola e Gren si passavano il timone della guida tecnica della squadra; il dottor Umberto Agnelli aveva compiuto due miracoli economici e tecnici, acquistando Charles e Sivori. Insieme a Giampiero Boniperti, fecero grande la Juventus degli anni ‘60; io ero una delle comparse che vincevano lo scudetto perché coinvolti e non perché protagonisti. Io passavo di lì per caso e raccoglievo ciò che Boniperti, Charles e Sivori avevano seminato».
Dopo qualche serio infortunio, nel 1962 viene ceduto al Lecco. Giornalista e scrittore, anche autore di delicate poesie, Caroli è da sempre vicino alla Juventus.

SALVATORE LO PRESTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1975
Da stopper a centr’avanti, da centr’avanti a terzino, da terzino a giornalista sportivo. È la carriera di Angelo Caroli, classe 1937, 13 partite e un gol in Serie A che gli sono bastati per vincere uno scudetto con la maglia della Juventus: il dodicesimo, quello del ‘60-61, cioè. Oggi è giornalista professionista da cinque anni, uno dei pilastri della redazione calcio del quotidiano sportivo torinese, «Tuttosport».
Angelo Caroli è l’unico calciatore professionista vincitore di almeno uno scudetto che sia diventato giornalista professionista. Il calcio giocato vanta numerosi altri «approcci» verso quello scritto o parlato: il caso più noto è quello di Fulvio Bernardini, che smessa la carriera di calciatore divenne giornalista professionista, e scrisse per anni sul «Corriere dello Sport» prima di avventurarsi nella carriera dell’allenatore che doveva portarlo per due volte allo scudetto e, infine, alla guida della Nazionale.
Annibale Frossi, Nello Governato, Piero Betello sono rimasti finora alle soglie del giornalismo-professione; al contrario Sandro Ciotti e Bruno Pizzul, Daniele Parolini, Luciano Falsiroli e Claudio Nassi sono arrivati al massimo in Serie C o a qualche episodica apparizione nel campionato cadetto.
Di Caroli ricordo ancora una sua foto sui giornali dell’epoca: di vent’anni fa. Frequentava il liceo classico: era l’unico o uno dei pochissimi in serie A. Faceva notizia. E la foto che ricordo lo ritraeva con in mano un diffusissimo, autorevole testo di storia dell’arte: il D’Angona-Wittgens-Gengaro, lo stesso sul quale trascinavo alcune delle stanche ore dei miei sofferti anni di liceo. Roba da fare a cazzotti, insomma, con la vecchia stereotipata immagine del calciatore campagnolo, bonario, vagamente a disagio con la sintassi e addirittura insofferente della «consecutio temporum».
Ora i tempi sono cambiati. L’eccezione di allora è poco men che regola, oggi, per fortuna. Ma quello che mi interessa approfondire su Caroli, con Caroli, è il suo rapporto attuale col mondo di cui scrive, col mondo del calcio di cui ha fatto parte. Fino a quanto influisce cioè il suo passato di calciatore nella sua maniera di svolgere la professione, oggi? Si sente veramente e completamente dall’altra parte della barricata? E nei rapporti attuali coi calciatori, con coloro che oggi sono al suo vecchio posto, il suo passato lo aiuta? E i calciatori, sapendo che è stato uno di loro, lo trattano come gli altri giornalisti?
Ma partiamo da lontano. Dalla carriera calcistica di Caroli, per cercare di capire meglio certe sue scelte, certi atteggiamenti, le esperienze di cui oggi fa tesoro nella sua carriera giornalistica. «Esordii in Serie A – mi racconta – a Bologna, nel ‘54-55. Vi segnai il mio unico gol con la maglia della Juventus, su un bel lancio di Bartolini. Bologna mi ha sempre portato bene. Ci avevo già vinto, a 17 anni il mio primo titolo italiano di salto in lungo esordienti. Quel giorno, prima di scendere in campo tremavo come una foglia. Boniperti lo avevo addirittura conosciuto in treno, durante il viaggio verso Bologna. Al ritorno voleva farmi pagare lo champagne. Avrei voluto farlo, ma non mi sarebbe bastato tutto lo stipendio – ventimila lire al mese – per dare da bere a tutta la squadra!».
Ma eri già juventino, prima di indossare la maglia bianconera? «Certo. Lo ero fin da bambino. Mi ricordo che una volta piansi anche per la Juve: il giorno dell’1-7 col Milan, quando Parola fu espulso e non vuole ancora ammetterlo».
La tua carriera di calciatore si è conclusa troppo presto. Hai smesso che non avevi ventisette anni. Come mai? Non avresti potuto continuare? «La mia decisione maturò a Lecco. Vissi un’esperienza tristissima, quell’anno. Ormai avevo assimilato tutto quello che non avevo potuto imparare, calcisticamente, da bambino, nella mia L’Aquila. Certe situazioni, certe prese di posizione, certe imposizioni però non mi sentivo più di sopportarle: e allora rifiutai il trasferimento a Palermo e praticamente rinunciai a continuare la carriera. Mi ero sempre sforzato di assumere un atteggiamento molto distaccato nei confronti di questa professione così atipica. Mi accorgevo di essere un calciatore solo nel momento della resa dei conti, dei bilanci. E allora certe cose non mi andavano più, non le consideravo giuste».
Da calciatore avrai avuto a che fare con moltissimi giornalisti. Quali erano i tuoi rapporti con loro. Ti sei mai sentito maltrattato, incompreso? «Ho sempre rispettato il loro lavoro e le loro critiche, anche quando non le condividevo. Anche perché per natura e convincimento, parto sempre dal presupposto che tutti agiscono in buona fede, e sono quindi portato ad ammettere l’errore. Una cosa non sopportavo: quando giudicavano un giocatore per la sua fama, la sua popolarità e non per quello che aveva realmente fatto sul campo».
Perché hai scelto di fare il giornalista, come ci sei arrivato, cosa ti attrae di questa professione? «Mi piaceva scrivere, avevo voglia di approfondire nel calcio certe cose che non ero riuscito a penetrare da atleta: una sorta di complesso quasi “freudiano” Forse è un mio limite nella professione. Ma è una mia esigenza interiore e mi appaga così come i viaggi, i contatti umani di cui questo lavoro mi offre l’opportunità».
Cos’hai provato quando per la prima volta hai scritto un pezzo sulla Juventus, quando hai «fatto» per la prima volta una partita della Juventus? «Il mio primo pezzo bianconero fu un’intervista a Zigoni. Ero in uno stato indescrivibile, semiconfusionale quasi. Il salto da “giudicato” a “giudice” o almeno a inquisitore mi faceva girare la testa. E ricordo, da certe espressioni, che Zigoni giudicò le mie domande di una banalità esasperante. La prima partita la “descrissi” molti anni dopo, quando ormai avevo maturato una notevole esperienza nella professione. Fu una Juventus-Vicenza di qualche anno fa. Vinse la Juve, naturalmente, ed io ne fui doppiamente felice. Questa felicità mi aiutò a lavorare con maggior disinvoltura».
Il tuo passato di calciatore, di giocatore della Juventus, in che misura influisce oggi sui tuoi rapporti coi giocatori, sulla tua maniera di giudicarli? «Forse ci si intende più rapidamente. Quando gli pongo una domanda credo che si accorgano che qualcosa ci unisce, anche a livello inconscio. Per questo forse si confidano più facilmente con me. Nei giudizi poi raramente sono caustico, crudo. In questo forse sono poco giornalista, me ne rendo conto, ma sono portato sempre a smussare certi angoli, ad attenuare certe prese di posizione, perché riesco a entrare meglio nei loro panni; so quel che provano in certe situazioni per aver provato anch’io le stesse cose».
E pensi tu che i giocatori, consapevoli del fatto che sei stato uno di loro, ti trattino meglio, abbiano per te un occhio di riguardo? «Forse sì. Magari mi sbaglio, ma penso che la mia carriera in un certo senso mi agevoli. Sono sfumature, forse, non grosse cose, ma i giocatori si rendono conto che quando li giudico li capisco forse meglio di qualche altro, e ripagano così questa mia miglior disposizione nei loro riguardi».
Qual è il tuo atteggiamento nei confronti dei tuoi colleghi «che non hanno giocato», almeno a livello professionistico? Molti calciatori sostengono che non sono in grado di giudicarli. Tu che ne pensi? «I miei colleghi li giudico esclusivamente per quel che sono sul piano umano, non per i loro trascorsi più o meno sedentari. Giudico l’uomo, non il giornalista, insomma. Conosco moltissimi giornalisti che non hanno giocato e che sono molto competenti e molto bravi, perché sono umili, riescono a capire la psicologia del giocatore. Non condivido invece i presuntuosi e gli incoerenti: sono i peggiori nemici della nostra professione. Spesso ci attirano addosso critiche che non meritiamo».
Qual è il più grosso difetto dei calciatori, nei loro rapporti con la stampa? «Quello di dire certe cose senza valutarle esattamente, e di rendersi conto della gravità di certe affermazioni solo quando le hanno lette sui giornali. Allora si rifugiano dietro il comodo paravento della “errata interpretazione” da parte del giornalista. Anche se non manca il caso del giornalista che “fraintende” veramente, e non sempre involontariamente!».
Quale aspetto del tuo lavoro ti piace di meno? «Scrivere per sette giorni su sette della stessa squadra: devi fare salti mortali per non sprofondare nella mediocrità, e non sempre ci riesci».
Parola, un tempo tuo allenatore, è ora a contatto con te nel rapporto pressocché quotidiano: giornalista-tecnico. In che misura influisce il vostro rapporto passato? Cosa ti rende più facile e cosa più, difficile? «Ogni volta che lo vedo mi viene da sorridere: per la sua voce scartavetrata dalle Gauloise, per i suoi umanissimi luoghi comuni, per la sua bontà. Quando gli pongo una domanda devo metterci per forza un pizzico d’ironia. Sono stato un suo pupillo e non riesco, per quanti sforzi faccia, a dargli del tu».

1 commento:

Accio ha detto...

Ricordo Angelo con grande piacere: E' stato un collega di grande qualità ed un caro amico. Gianfranco Accio radiocronista della Juve dal 1980 al 2000