giovedì 3 marzo 2022

Zbigniew BONIEK


«Zibì cavallo dell’Est – racconta Caminiti – apparve subito quello che effettivamente era, un alieno, un anarchico votato alle imprese impossibili, il Bello di notte per l’Avvocato, giacché in campionato denunziava strani tentennamenti e comunque tutti si erano follemente invaghiti di monsieur Platini. Arrivarono insieme, salvo che la permanenza del polacco fu più breve, si ruppe d’improvviso l’incanto, e dopo tre campionati, la Juventus lo cedeva alla Roma. Si deve dire che Boniek aveva intanto smantellato anche lo scherzoso riferimento dell’Avvocato. Non era solo bello di notte, forse non era bello nemmeno di giorno, col suo baffo rossiccio, quegli occhi azzurri furbi sornioni, il gran fisico longilineo che ne faceva scattista intemerato, il più veloce, il più decisivo, il più scardinatore: l’uomo delle sgroppate titaniche e dei goal entusiasmanti. Non è  che segnasse tanti goal. Non è che partecipasse al gioco, rimanendo nel cuore del gioco. Stazionava in attesa di poter produrre il suo spunto esplosivo, galleggiava per così dire tra centrocampisti e attaccanti, in una Juventus che s’era votata allo spettacolo, sei mondiali e due fuoriclasse foresti, la squadra che finalmente corona il quasi secolare inseguimento di Madama agli scettri europei».

MIMMO CARRATELLI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 9-15 GIUGNO 1982
Zbigniew Boniek va alla bandierina del corner, in questo stadio «Bailados» di Vigo, nord-est della Spagna, vento persistente dell’Atlantico, e sento che dall’area di rigore il suo pupillo Wlodzimierz Smolarek, detto «Smolòsc», gli grida: «Murzyn! Murzyn» per chiamargli la palla.  Che cosa significherà mai? Il diminutivo di Zbigniew è «Zbyszek», ma «Murzyn»? Si sta giocando da un’ora l’amichevole della Polonia contro il Celta di Vigo e non c’è niente di più interessante da chiedersi. Poi, nell’albergo sulla spiaggia con pineta di Samil, un po’ fuori città, Boniek mi spiega: «Murzyn in polacco significa negro. Mi chiamano così perché sono terribilmente bianco».
Zbigniew Boniek, polacco di un paese chiamato Bydgoszcz, 250 mila abitanti, a metà strada tra Varsavia e il confine con la Germania est, effettivamente è uno di quei rossi di capelli che il buon Dio immerge nel latte prima di affidarli alle cicogne perché sia molto evidente che la loro carnagione è chiara, anzi come dice la pubblicità degli angeli «che più chiara non si può». Capelli sempre spettinati, una pretenziosa linea di baffi di colore arancione che tendono a calargli agli angoli della bocca, portafortuna d’osso al collo e, per tutta la breve tournée spagnola, una maglia a strisce orizzontali nere e azzurre: così si è presentato Boniek, tra una partita e l’altra, sotto la pioggia di Bilbao e la luna piena di Vigo. Un ragazzo tranquillo, disponibile, con un programma ben preciso.
Ventisei anni, sposato a una compagna di scuola (Wieslowa) oggi insegnante di lingue romanze, una figlia (Karolina) di cinque anni, Boniek proverà a giocarsi tre numeri sulla ruota di Torino: una coppa dei campioni, due bambine ancora per arricchire la famiglia, tre anni alla Juventus. Un, due, tre: quasi un gioco di prestigio. Tre numeri al lotto della vita di Zbigniew Boniek che ha sicurezze delicate. Mi dice: «Voglio ancora due bambine, le chiamerò Silvia e Monica, nasceranno a Torino». Rifiuta a Vigo l’interprete, che è la deliziosa Elvira Dominguez Alonso del Comitato organizzatore della Coppa del mondo, perché vuole sforzarsi di capire e parlare l’italiano, e assicura: «Imparerò la vostra lingua in due mesi e mi affiaterò coi giocatori della Juve in due giorni». Credo che di questo giocatore polacco possano essere ugualmente contenti Dante Alighieri e Giovanni Trapattoni.
Una cosa che gradirà molto a Torino sarà il Po. «Oh, un fiume», dice. «Sarà buono per pescare. Mi piace molto». Al paese dove è nato, Bydgoszcz, c’è un lago. Zbigniew ci va spesso con la canna da pesca. «E, con me, viene Smolarek. Giochiamo insieme nella stessa squadra di Lodz e insieme andiamo a pescare». Ecco un bel quadretto. «Smolarek è un caro ragazzo», dice Boniek. «Ed è un attaccante molto forte. Chissà che non venga anche lui a giocare in Italia. Dovrà aspettare, ha venticinque anni». Così Boniek ci parla della sua fortuna. «Di solito, la federazione polacca dà il nullaosta per i trasferimenti all’estero dopo che i giocatori hanno compiuto i trent’anni. Così è stato per Lato, Szarmarch, Deyna. Hanno fatto un’eccezione per me. E anche per questo, per la mia età, che la Juventus ha speso quanto gli altri club hanno pagato per avere tutti insieme Lato, Szarmach e Deyna».
Con la comitiva polacca c’è un giornalista di Varsavia. E Grlegorz Stànok che scrive per lo «Sport» di Katowice. Mi spiega: «Al tempo in cui Deyna era l’indiscusso campione della Polonia, si diceva che Boniek fosse il quinto giocatore polacco. Perché primo veniva Deyna, secondo era Deyna, terzo sempre Deyna, quarto naturalmente Deyna e solo quinto Boniek. Questa era la differenza». Oggi Deyna gioca negli Stati Uniti, è solo un ricordo o un rimpianto per la Polonia calcistica e Boniek ha preso il suo posto. Nessun rimpianto per il suo trasferimento in Italia? Nessun giornale ha protestato? «Mi sembra giusto che Boniek vada per la sua strada», dice Stànok. Anche per Platini, che lascia la Francia per trasferirsi alla Juve, un personaggio come Mitterand ha detto la stessa cosa, senza inutili sentimentalismi. La Juve è la vera grandeur.
Gli piacerebbe avere questo numero sulla maglia della Juventus. «Ho giocato col nove da ragazzino», mi dice Boniek che ha le sue fisime e le sue scaramanzie come tutti i campioni. Mi racconta, per esempio: «Rimango affezionato a un indumento che ho messo proprio il giorno in cui mi è capitato di vincere una partita importante. Se sono andato allo stadio col parapioggia perché pioveva e poi ho fatto una grande partita e ho vinto, non ho vergogna a ritornare allo stadio con lo stesso parapioggia per la partita seguente anche se è una giornata di sole». Il leggero baffo arancione vibra attraversato da questa line corrente di humour. «Il numero nove è un bel numero. Mi piacerebbe molto averlo alla Juve. Ora lo ha Rossi? Gli chiederò se per lui è importante quanto lo è per me. Ho giocato numero quindici in nazionale contro la Germania, l’Argentina e la Tunisia. Non era un bel numero e non sono state buone partite. Potrei giocare col dieci nella Juve? Preferirei il nove. Lo dirò a Rossi».
Ha avuto già un maestro per imparare Vitaliano. E Renato Rascel. «Con “Arrivederci Roma” ho imparato le prime vostre parole». Ecco una nuova versione del metodo Montessori, ma sembra anche una involontaria presa in giro per la Roma del presidente Viola che ha corteggiato inutilmente il fuoriclasse di Lodz. «Mi piacciono le vostre canzoni. Sono molto sentimentali. Non è solo per imparare l’italiano che le ascolto volentieri». E, così, tra i «libri di testo» di Zbigniew Boniek, studente di italiano, c’è anche Bobby Solo. Il doposcuola linguistico di Boniek si chiama Sanremo. Batte il piede destro, schiocca i pollici e i medi, e recita la lezione: «Tu stai tutto il giorno in piedi». Un motivetto che gli piace tanto. Formidabile. Zbigniew Boniek impara da Bobby Solo, Petrarca è un superato. Karolina, la figlia di cinque anni, avrà però una regolare scuola italiana, a Torino. «Lei imparerà molo seriamente la vostra lingua». Bobby Solo, evidentemente, ha dei limiti.
Verrà via della Polonia a ciglio asciutto. Non c’è «saudade» per Zbigniew Boniek, solo i brasiliani hanno di queste debolezze. Lodz? «È un po’ come Manchester. Ci sono molte fabbriche di maglieria». E un ragazzo, Boniek, che non scrive libri «Cuore». Così, la storia del padre che giocava al calcio. «Non ci ho mai giocato contro. A trent’anni lui smise ed io cominciavo appena». Figlio attaccante contro padre difensore. Sarebbe stata una bella storia. E Roman, il fratello che giocava meglio di lui? «Roman, oggi, fa il rappresentante di articoli sanitari. Anche mio padre fa questo lavoro». Un’altra bella storia che va in fumo: il fratello più bravo e sfortunato, tolto di mezzo da un grave infortunio a un ginocchio, tutti questi Boniek calciatori, il vecchio Joseph difensore, Roman l’artista, Zbigniew quasi un Cenerentolo. Boniek scuote la testa. Non è per niente una gran storia. E la mamma, una sportiva anche lei? Macché. Mamma Jadwiga è una tranquilla massaia. Tutto qui. Però, se vogliamo, Zbigniew può dirci qual è il suo attore preferito, il cantante che più gli piace, il colore che ama, il cibo di cui è più goloso, la bevanda che gradisce. Ormai ha imparato a memoria questo ritornello. È quello che ricorre, puntuale e immutabile, da quando, apprestandosi a trasferirsi nell’Europa occidentale, ha capito che da noi non si gioca solo a pallone ma anche a fare le interviste. E così ecco le benevoli risposte. È John Wayne l’attore che preferisce. È Claudia Cardinale l’attrice. Ama i Bee Gees. Il colore: verde, l’azzurro. È ghiotto di capretto. Non beve né birra, né vino; un whisky è meglio. Zbigniew Boniek è un buon ragazzo all’antica. I suoi desideri non sono spinti, le sue moderate preferenze sono anche piuttosto superate, fuori moda. E, naturalmente, ha in serbo un mestiere dolce, da vecchi tempi, che avrebbe voluto fare se non avesse fatto il calciatore. «Avrei voluto fare il maestro», dice dopo averci pensato un po’. Il caro, mansueto maestro di Bydgoszcz che è diventato invece un campione di calcio.
Rummenigge è il calciatore che più ammira. E come sarà la Juve con Boniek e Platini? «Si gioca in undici. Due giocatori non sono tutto. Certo, mi sembra una Juve forte. Sulla carta è forte. Sul campo vedremo. Brady era un grosso giocatore. Peccato che non ci sarà». Gira subito pagina. Arriva di fresco alla Juve e non vuole rilasciare sentenze. Si presta di più a fare la sua formazione ideale. Hellstroem o Zoff in porta. Difensori: Kaltz e Cabrini terzini, Pezzey stopper, Krol libero. Al centrocampo: Schuster, Breitner, Maradona. All’attacco: Rummenigge, Paolo Rossi e Blokhin. Ha pronto anche un uomo per la panchina: Zico, che diamine! Prende confidenza e mi dice: «Mi voleva anche il Barcellona. In febbraio, c’erano per me due richieste ufficiali. Una era della Juve, l’altra era del Barcellona. Ma avrebbero voluto avermi anche il Paris Saint Germain e il Wolverhampton». L’Italia ha vinto, forse anche per merito di Bobby Solo. «Giuliano è venuto fino a Lodz per concludere e Boniperti mi ha telefonato». Non c’è stato niente di grosso. La moglie, felice di venire in Italia? «Nessun problema. A lei devo molto. Andiamo dove è meglio per te, mi ha detto». Una coppia collaudata da sei anni di fidanzamento.
Ma, poi, questo Boniek, che tipo di giocatore ritiene di essere? La risposta è tranquilla, il giudizio su se stesso è misurato. «Non mi considero molto speciale. Voglio dire che non sono un giocatore che ha una tecnica particolare. Io gioco per il collettivo, non sono un individualista, sono un giocatore utile, ecco. Sono rapido, questa forse à la mia dote. E tiro con tutti e due i piedi. E non ho bisogno di lavorare molto per essere in forma». Poi aggiunge, cambiando registro: «Se serve, mi piace molto il gioco degli scacchi». Che, poi, è un suo hobby risaputo. Un cartellino rosso quattro anni fa, due cartellini gialli in tutta la carriera. «L’espulsione c’è stata perché protestai vivacemente per un gol in fuorigioco segnato da un giocatore del Pogon contro il Lodz nel nostro campionato. Mi dettero sei giornate di squalifica. Ero il “capitano”. Poi ne feci solo quattro». Altre storie inquiete: rifiuta i giornalisti sul torpedone della nazionale durante una trasferta in Olanda, i giornalisti ne fanno un «caso», scoppia una incredibile bagarre, Boniek con Lato e Szarmach si becca quattro mesi di squalifica; il c.t. polacco Ryszard Kulesza, che non è più c.t., fa fuori dalla nazionale il portiere Mlynarczyk: ha bevuto un bicchiere, il reo, Boniek ne prende le difese, dodici mesi di squalifica, poi ridotti a otto. Alla Juve non beve nessuno e i giornalisti vanno per conto loro. Boniek, a Torino, sarà un irreprensibile professionista. Col Widzew Lodz ha vinto due campionati e una Coppa di Polonia, ma il suo stipendio a Lodz era di sole settecentomila lire al mese. Ora sarà di duecentomila dollari (260 milioni di lire) all’anno. Più di 50 partite in nazionale e 18 gol figurano nel suo carnet.
Ricorda con piacere l’eliminazione della Juve in coppa Uefa ‘81 ad opera sua e del Widzew Lodz. Un souvenir che ora dovrà cancellare. «Col Saint Etienne di Platini, invece, fummo eliminati noi». Un ricordo spiacevole che non significa più nulla. Quando avrà fatto il suo, cioè tutto il suo possibile con la Juve, non ci sarà l’America come succede per molti campioni attratti da un viale del tramonto lastricato di dollari. Gli Stati Uniti? «Giammai», è stata la risposta. «Al calcio voglio giocare seriamente fino all’ultimo», è stata la spiegazione. Come giocherai nella Juve? «Io sono un centrocampista di attacco». Si presenta così. Il resto è mestiere di Trapattoni. Era il primo nella lista-acquisti della Juve, non ci saranno incomprensioni. Certo, una Juve così, con Boniek e Platini, dove non arriverà? Sulla terrazza dell’albergo davanti alla spiaggia di Samil, un po’ fuori Vigo, Boniek indossa la sua prima maglia bianconera e palleggia per il nostro fotografo. Boniek si è prestato al «provino» nelle prime ore del pomeriggio mentre il resto della nazionale polacca dormiva. Ha avuto questo pudore. «Si sta parlando troppo di me, e ci sono ancora i mondiali. Sono un nazionale della Polonia, non sono ancora un giocatore della Juve». Poi chiede per souvenir la maglia bianconera che ha appena indossato. «Ha il numero nove», dice. Ma Rossi non gliel’ha ancora data. «Me la darà», sorride accattivante. 
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Il feeling con la Juventus nasce a Buenos Aires nel ‘79, quando Enzo Bearzot convoca il polacco nel Resto del Mondo, al posto dell’infortunato Bettega e di Rummenigge e Blochin, che avevano rinunciato, perché impegnati con le rispettive Nazionali. C’è anche Michel Platini e, alloggiati nella stessa camera, non possono certo immaginare che un giorno sarebbero stati compagni di squadra.
Boniek, con un’ottima prestazione, non tradisce la fiducia del commissario tecnico azzurro, responsabile della rappresentativa mondiale che batte 2-1 l’Argentina “campeon” rinforzata dall’astro nascente Diego Maradona. Boniek entusiasma Tardelli, Cabrini, Causio, i tre juventini della formazione, con Rossi, bianconero in pectore e Giampiero Boniperti che lo vede in TV. «Sei fatto per la Juventus», gli dicono. Glielo ripete anche Gigi Peronace, il compianto “Public relations man” della Nazionale italiana. Boniek se ne convince, tanto da rimanere deluso quando la Juventus gli preferisce Liam Brady.
Zibì, approda a Torino due anni dopo, con Platini che lo segue a ruota; insieme vincono tutto, o quasi. Per entrambi, però, i primi tempi sono difficili e l’amicizia, nata a Buenos Aires, si cementa fra i due, così diversi come carattere, ma complementari l’uno dell’altro, sul campo. Genio e sregolatezza si fondono sia in campo che nella vita privata, dove si frequentano spesso, quasi a proteggersi vicendevolmente. Un’intesa, una complicità, un’amicizia destinate a durare nel tempo, oltre la Juventus. In coppia regalano a se stessi, ai tifosi e alla Juventus, una serie di trionfi storici.
«Giocare nel vostro campionato è l’esperienza più appassionante della mia vita. Mi figuravo molte difficoltà, ma lo sto trovando terribilmente difficile. Però, tutto ciò mi stuzzica, mentre mi esalta il giocare nella Juventus, cioè in una squadra di statura mondiale. Ho attraversato dei momenti in cui mi pareva di aver perso qualcosa, come il fatto di non essere più il numero uno incontrastato, come succedeva in Polonia, sia nella squadra di club che in Nazionale. Vorrei sempre vincere, ma ci sono anche gli avversari che, in Italia, non mollano nemmeno un metro di prato, davanti a te».
Boniek è, soprattutto, l’uomo di Coppa. «Quello che gioca bene di notte», disse l’avvocato Gianni Agnelli presentandolo a Henry Kissinger. Esprime il meglio di sé nelle competizioni internazionali, dove, con marcamenti meno asfissianti, le qualità di Boniek esplodono: scatto, prontezza di riflessi, potenza, classe, insomma è spesso irresistibile. Se Platini è Le Roi del gol per come li realizza o li confeziona per i compagni, Boniek è un formidabile contropiedista, tanto che Maradona lo definisce il migliore al mondo, nel suo genere.
In campionato, invece, Zibì fatica a essere protagonista: nel primo anno juventino è relegato sulla fascia destra e la manovra ne risente parecchio. Basta, infatti, che gli avversari stiano attenti a Cabrini sulla sinistra e la palla si infila in un imbuto, facilmente controllabile. Per qualche partita, complice un lieve infortunio di Tardelli, il Trap accarezza l’idea, purtroppo irrealizzabile, di far coesistere Marocchino come tornante destro con Platini e Boniek mezzali, Rossi e Bettega in attacco. «La Juve non può avere tre registi. Non deve averne nessuno. Però la Juve ha Platini e indubbiamente Michel fa meglio di me certe cose. Il mio compito è di partecipare all’azione dal suo inizio alla sua conclusione, e di ripiegare quando essa si è conclusa. Io sono ben disposto, ho capito le difficoltà del calcio italiano e conto di non sentirmi più estraneo, come successo in certe partite».
L’inghippo è felicemente risolto riportando Tardelli a esterno destro, mettendo in mezzo Bonini al servizio, letteralmente, di Zibì e Michel, con Rossi e Bettega davanti. Ma il polacco è troppo anarchico tatticamente, troppo discontinuo nell’arco della stessa partita per fare il trequartista. Tutti i dotti ricordano il numero migliore: lancio di Michel e volata di Zibì, ma non sempre questo schema è possibile, nonostante l’innegabile valore di entrambi.
È devastante, invece, l’anno dopo quando, riconosciuta l’inadeguatezza di Penzo ad alti livelli, gioca Beniamino Vignola e Zibì può giostrare da punta atipica, libero di correre secondo il proprio genio. Il terzo anno, arriva Briaschi che ruba spazio a Vignola e costringe Zibì a tornare in quella posizione ibrida di mezza punta che non gli si confaceva proprio. In definitiva: in un campionato evoluto tatticamente come quello italiano Boniek non poteva fare il rifinitore, per limiti tattici e di continuità evidenti. Privato del suo numero migliore, che necessita di grandi spazi, diventa, quasi, uno qualunque.
Nessuno in Polonia ha vinto quanto Boniek, che ha oscurato perfino la fama di Kazimierz Deyna, l’eroe della Coppa del Mondo di Monaco 1974 con lo storico terzo posto, poi eguagliato nel 1982. Nei Mondiali spagnoli, già acquistato dalla Juventus per oltre tre miliardi di lire, Boniek tocca livelli incredibili contro il Belgio segnando tre gol e incantando la raffinata platea del Nou Camp di Barcellona. L’unico rimpianto di quella magnifica avventura, è la squalifica che gli impedisce di affrontare l’Italia in semifinale. Gli azzurri vanno a Madrid, dove si laureano Campioni del Mondo, Boniek si consola battendo la Francia, priva di Platini, per il terzo posto.
Lui e Michel, insieme ai Campioni del Mondo Zoff, Cabrini, Scirea, Tardelli, Gentile e Rossi, non bastano per dare alla Juventus scudetto e Coppa dei Campioni. Secondi, dietro la Roma in campionato, battuti nella finalissima di Atene dall’Amburgo di Magath. Ma sulla rabbia di quei traguardi falliti di un soffio, Boniek e i suoi compagni costruiscono le loro rivincite.
Intelligente, colto, estroverso, il Boniek giocatore lascia una traccia indelebile nel cuore dei tifosi juventini. “Boniek forever” è scritto su uno striscione. Il polacco spera che la Juventus lo convinca a firmare il contratto ma Boniperti, avendo grande stima del giovane asso danese Michael Laudrup, non può offrirgli quanto la Roma e Zibì si trasferisce nella capitale.
Smesso di giocare, intraprende, con risultati pessimi, la carriera di allenatore, prima di diventare opinionista, dove, purtroppo, comincia a spargere veleno sulla Juventus, non perdendo occasione per accusarla e criticarla, attirandosi, inevitabilmente, tutta la rabbia dei tifosi juventini. Tifosi che insorgono letteralmente quando la società bianconera decide di intitolare a Boniek una delle “50 stelle” del nuovo stadio juventino.
«Ho sentito questi malumori e mi è dispiaciuto molto soprattutto poi perché la motivazione la reputo ridicola: “per poca gratitudine”, ma a chi? In campo con la Juventus ho sempre dato tutto, non risparmiandomi mai. Il presidente Agnelli mi ha mandato una lettera per far parte delle stelle nel nuovo stadio ed io ne sono onorato. Non è che tutti quelli che hanno giocato per la Juventus debbono per forza essere anche tifosi juventini. È bello anche confrontarsi con opinioni differenti. So quello che ho fatto per la Juventus e, se i tifosi non mi vogliono nel nuovo stadio, dico che la storia non si può cancellare. Non ho mai parlato male della Juventus. Se io critico qualcuno che in passato si è comportato male sono affari miei. Se poi i tifosi non vogliono che vi sia la mia stella nel nuovo stadio io non morirò mica, ma in campo ho fatto la storia della Juventus ed ho sempre onorato la maglia dando tutto quello che potevo dare. Ricordo che ero un beniamino dei tifosi, che esponevano striscioni come “Zibì forever”. Ce l’ho solo con chi ha rovinato l’immagine della Juventus. Sono certo che un domani quando andranno via Marotta & C. nessuno dovrà ripulire l’immagine della squadra».
E la stella viene tolta al polacco e consegnata a Edgar Davids...

ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2010
Il miglior giocatore della storia polacca. Il bello di notte, come lo chiamava l’Avvocato Agnelli, per la sua propensione a segnare nelle gare notturne in Europa. I lanci millimetrici di Michel Platini trovavano sempre lui come terminale ultimo dell’azione. Tre stagioni alla Juventus, con cui vinse uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Campioni.
Poi tre anni alla Roma: l’avversaria numero uno dei bianconeri proprio in quegli anni ‘80. Il secondo polacco, dopo Zmuda, giunto in Italia alla riapertura delle frontiere nel 1980. Un calcio, quello dell’Europa dell’Est, per lo più sconosciuto a chi stava da questa parte del muro di Berlino, come ci racconta lui stesso in questa intervista.
– Cosa voleva dire per un calciatore nato e cresciuto al di là della cortina di ferro giocare in Italia?
«Io non ho avvertito questo grande salto arrivando a giocare nell’Europa occidentale, anche perché chi gioca a calcio a certi livelli frequenta tutta Europa. Con il Widzew Lódz già da sei o sette anni stavo giocando le coppe europee. Avevamo incontrato squadre importanti tra cui il Manchester United e abbiamo eliminato anche la Juventus nel 1980 in Coppa Uefa. Per me all’epoca la cosa importante era poter fare una scelta giusta: a 26 anni avevo la possibilità di finire in una squadra forte e in un calcio più quotato di quello polacco, ma non potevo sbagliare la mia decisione. La Juventus rappresentava una vera e propria garanzia sotto tutti i punti di vista. Sono contento di non avere affatto sbagliato scelta. Sono stato felicissimo di avere giocato in bianconero».
– Sei Campioni del Mondo più Platini e Boniek. Una delle Juventus più forti della storia?
«All’epoca per tre anni siamo stati una delle squadre più quotate, se non la più quotata, al mondo. C’erano pochi club che avevano così tanti campioni in rosa. Però, pur avendo vinto tantissimo in Italia e in Europa, ancora provo rammarico per quella partita persa ad Atene. Avessimo vinto quella sera contro l’Amburgo, l’anno successivo avremmo potuto giocare la Coppa Intercontinentale e magari rivincere la Coppa Campioni invece della Coppa Coppe. Insomma, pur essendo ricordati come la squadra che ha vinto tutto, se avessimo battuto l’Amburgo avremmo vinto tre volte di più».
– In quegli anni per lo scudetto era una lotta a due, Juventus e Roma. Che sapore aveva quella sfida?
«Nei primi anni ‘80 Juventus e Roma erano in assoluto le due squadre più forti in Italia. In più avevano entrambe due grandi personaggi al comando: Giampiero Boniperti e Dino Viola. Due presidenti che non si risparmiavano battute o frecciate e contribuivano ad accrescere la rivalità fra le due squadre. A “complicare” la situazione c’era poi Andreotti, il politico numero uno, tifoso della Roma, e il nostro proprietario, l’Avvocato Agnelli. Due squadre agli antipodi quindi da tutti i punti di vista, in particolare da quello mediatico. Ma quel che più conta è che in fondo erano le due squadre che giocavano meglio in Italia, si contendevano i titoli e per questo le sfide dirette non potevano non essere partite importantissime».
– Come viveva queste gare?
«Personalmente vivevo le partite tutte allo stesso modo. Potevo giocare contro l’Ascoli o contro la Roma, ma la sera prima non riuscivo comunque a dormire. Qualunque fosse l’avversario io ero sempre concentrato e teso. È ovvio che sapevo che la partita contro la Roma era particolare. Un risultato positivo poteva aprire la strada verso lo scudetto, una sconfitta poteva pregiudicare l’intera stagione».
– Cosa mancò alla Juventus 82/83 per vincere il campionato?
«Pagammo dazio per i sei Campioni del Mondo che avevano fatto un gran Mondiale. Michel Platini ed io avevamo giocato il Mondiale spagnolo fino in fondo (finale per il terzo e quarto posto), quindi a metà stagione eravamo un po’ affaticati, anche perché all’epoca la parola turn over ancora non esisteva nel vocabolario del calcio italiano. Nell’arco del campionato commettemmo qualche passo falso. Però in quella stagione battemmo la Roma ben quattro volte, due in campionato e due in Coppa Italia, anche se alla fine loro vinsero lo scudetto meritatamente. Avevamo nei singoli qualcosa in più, ma i giallorossi forse erano più squadra, avevano maggiore continuità di risultati e per questo riuscirono ad aggiudicarsi il tricolore».
– Quanto le piaceva il soprannome “bello di notte”?
«Nei tre anni in cui ho giocato alla Juventus sono sempre stato eletto a fine stagione tra i top 11. Questa graduatoria riguarda il campionato. E il campionato si giocava al pomeriggio della domenica o di notte? Credo che l’Avvocato mi chiamasse così, perché in tre anni la Juventus con me ha giocato quattro finali europee vincendone tre. Ha segnato in totale 5 gol. Di questi 5 io ne ho realizzati 3. Il quarto era un rigore per fallo su di me nella tragica finale di Bruxelles. Bello di notte lo diventai definitivamente dopo la vittoria in Supercoppa Europea contro il Liverpool, partita in cui correvo il doppio degli altri e segnai una doppietta. Nessun rimprovero e nessuna battuta dell’Avvocato Agnelli mi ha mai dato fastidio: tanto meno questa, che evidenziava le mie belle prestazioni nelle partite serali».
– Il suo arrivo a Roma?
«Chiaramente ero considerato un soggetto un po’ da studiare. Mi ricordo che nei primi allenamenti mi guardavano come per cercare di capire se sotto la tuta avessi ancora la maglia della Juventus. Nella prima gara di campionato dopo dieci minuti avevo fatto già tre o quattro azioni di un certo livello, ma i tifosi rimanevano ancora freddi e in silenzio. A un certo punto della gara partì il solito coro: “Juve, Juve vaff...” e subito dopo “Zibì Boniek, Zibì Boniek”: praticamente in quel momento capii che mi avevano adottato».
– Idolo a Roma, ma senza criticare la Juve. Si può?
«Certo, per conquistare i tifosi avrei potuto scegliere la strada più facile, parlare male della Juventus. Ma non sono fatto così. Ho sempre detto che giocando a Roma e trovandomi bene in questa città avrei fatto di tutto per i colori giallorossi, senza mai rinnegare un passato (quello bianconero) che posso descrivere con una sola parola: meraviglioso. E la situazione è rimasta così: vivo a Roma, dove mi trovo benissimo, mi piace la squadra della Roma ed ho molti più contatti, ovviamente, con la realtà giallorossa che con quella bianconera. Però sono rimasto sempre un grande estimatore e tifoso della Juventus, conosco molti giocatori e sono molto contento quando vince e gioca bene. Sono stato solo un po’ critico anni fa, ma preferisco non parlarne».
– Affrontare la Juventus con la maglia giallorossa cosa significava?
«Nella prima partita che giocai contro la Juventus all’Olimpico, dopo 10’ presi un cartellino giallo per un intervento duro su Platini. Alla nostra epoca era diverso. Adesso i giocatori piangono e si lamentano sempre. Ai miei tempi esisteva il fallo di intimidazione. Gli allenatori, tutti, consigliavano ai giocatori di farsi “sentire” subito alla prima entrata. Oggi non puoi più farlo. I giocatori si graffiano. Al primo intervento a gamba tesa rischi l’espulsione. Essendo quindi Platini l’avversario che in quella gara poteva fare la differenza, decisi subito di farmi “sentire”. Non è ovviamente cambiato nulla nel rapporto fra di noi: eravamo amici e lo siamo ancora oggi, ma in campo è un’altra cosa. Amicizia oltretutto è anche questo: non essere ruffiano, ma rispettare i ruoli. Io giocavo nella Roma e lui nella Juventus e quel giorno eravamo avversari».
– Erano comunque sempre partite dure e tese fra Juventus e Roma?
«Una volta nel tunnel che conduce agli spogliatoi mi ricordo che accaddero cose turche. All’epoca giocavo con la Juventus e difesi i miei colori. Era la famosa partita in cui un cane lupo della Polizia morse Brio e a Roma il giorno dopo girava la battuta che il cane era morto di rabbia».
– Perché dice che sotto il tunnel succedeva di tutto?
«Perché una volta era proprio lì che si dettava legge. Oggi vedi dei ragazzi che prima ancora di sapere calciare già si comportano in maniera arrogante. Credo che la lezione più giusta che possono ricevere siano quattro parole ben dette nel sottopassaggio, ma con le telecamere che ti seguono ovunque non è più possibile. Tengo a precisare che in quelle occasioni non accadevano cose violente, ma ci si spiegava tra giocatori e tutto finiva lì».
Sempre chiaro e diretto Zibì Boniek, come quando correva verso l’area di rigore avversaria: puntava dritto al cuore e segnava… meglio se di notte.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

BELLO DI NOTTE: meravigliose. Per il polacco: le uniche parole possibili. E chi, se non l'Avvocato, poteva concepirle. Nemmeno Brera regge il confronto. Non esagero: anche il footbal è poesia. No. Quella Juve non era la Juve degli scudetti, delle gare insulse, dei punti, dei conticini, dei calcoli, delle vittorie sciatte. Era la Juve europea: la Juve del calcio nella sua essenza, delle gare senza appello: o vinci o fuori. Era la Juve delle coppe: la Juve di notte. Era la Juve della paura, racchiusa, pavida, assalita da ogni zona del campo? NO. Perché in agguato c'era il polacco. E che vuol dire questo?
Vuol dire: folgorare. Pochissimi secondi, giusto quei pochissini per travolgere tutto e tutti, tutto e chiunque osava frenare Boniek. Juve alla Trap. Ma quale Sacchi? Quale zona? C'è Boniek? Sì. C'è Vignola? Sì. C'è Platini? Sì. E allora c'è il calcio.

Anonimo ha detto...

D'accordissimo. Ma quale Sacchi? Quale zona? Quale Barca? Tic-toc, tac-tic e poi ancora: tac-tic e tic-toc. E la cantilena continua. No: non mi piace la sciatteria. Il calcio deve stravolgermi d'incanto.
Pochi secondi: un tocco di PLatini, la fuga di Boniek e la palla in rete. QUESTO E' CALCIO:
UN LAMPO CHE SQUARCIA LE TENEBRE DI UNA NOTTE EUROPEA. BELLO DI NOTTE: uniche parole possibili.

Anonimo ha detto...

Com’era bella la COPPA DELLE COPPE.

Se alla conquista di tal trofeo partecipa solo il club vincitore di una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima gara in Patria all’ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente aggiungere: com’era fascinosa la Coppa delle Coppe.

Com’era fascinosa in tutto e per tutto: si osservi il trofeo. E’ l'unico, tra gli altri, a posseder sembianza di coppa: non molto grande, non molto piccolo, elegantissimo, proporzionato, elevasi con armonia e garbo dalla base ai manichi.

E come non c'è più questo meraviglioso trofeo (anche nella forma): allo stesso modo non c'è più quel footbal.

Sì: nemmeno le divise.

Sì: quelle gialle della JUVE, in quel di BASILEA, fresco piovigginoso mercoledi 16 maggio, stadio piccolo e aggraziato come il goal di VIGNOLA e suo tocco per il BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Il signor Boniek , quando parla dei suoi rapporti con la Juve, deve dire qual'è il vero motivo dell'astio nei confronti del club grazie al quale s'è procurato fama e guadagno. La cosa più insopportabile è l'ipocrisia, il moralismo di comodo. Davvero egli pensa che la vera ragione sia Calciopoli e che gli ingenui abbocchino alle sue parole? Dica cosa "pretendeva" dalla Juve e non gli è stato concesso: se è un vero uomo, un uomo cioè di onore e dignità. La stella è simbolo di luce, di trasparenza, di verità. Se i tifosi per lui non la vogliono: appare evidente che le suddette qualità dell'uomo vero non sono qualità del polacco. E deve ricordare che la partita più importante della sua carriera (la finale di Basilea) fu decisa da Vignola per un gol capolavoro e per un delizioso assist che permise gli permise il raddoppio. A Roma sta bene e lì deve rimanere: tra i pupi e i ciarlatani che non hanno mai vinto niente.

Anonimo ha detto...

Ma quale Sacchi? Quale Barca? tic toc, tac-tic e poi ancora: tac-tic e tic-toc.
E la cantilena continua. No: la sciatteria non mi piace.
Il calcio deve stravolgermi d'incanto in pochi secondi: 90 sono troppi.
Un lampo che squarcia il fabuloso notturno europeo.
Pochi secondi: tocco di Patini, fuga di Boniek, palla in rete.
Questo è calcio per me: i pensieri altrui non m’importano.
“Bello di notte”: uniche parole possibili.

Enzo Saldutti ha detto...

Boniek nasce a Bydgoszcz il 3 marzo del 1956. Pervenne dopo il mondiale spagnolo e conoscemmo la forza del destino perché nella Juventus più grande di tutti i tempi incontra Giovanni Trapattoni e Michel Platini. Siamo di fronte al calcio italico nella suprema epifania perché il migliore del mondo nel lancio al bacio incontra il migliore del mondo nelle fughe titaniche. Il calcio mitico già conobbe una “saeta rubia” nel Real di Madrid. Così fu nomato il leggendario Di Stefano ma il polacco dai capelli color medesimo è di gran lunga più veloce e con altra dicitura: “bello di notte”. Ciò perché sornione in campionato Zibì è uno scattista travolgente nelle gare di coppa.
Le tre competizioni continentali erano appannaggio dei britannici e non si intravedeva possibilità alcuna di poter vincere nei campi di oltremanica. Le squadre dal passato glorioso come il Benfica, il Barcellona e lo stesso Real esistevano per contare poco o nulla.
Ma era davvero impossibile? No: assolutamente no. Perché c’era la Juve e con la Juve Platini e con
Platini Boniek: il devastante e intemerato scardinatore implacabile e preciso.
Il Liverpool faceva tremare il mondo. Il Manchester faceva tremare il mondo. Ma ciò non accadde alla Juve perché in agguato stazionava il polacco. E non più di qualche secondo per travolgere tutto e tutti: un tocco di Platini per la fuga di Boniek e il pallone in rete. Zibì li travolge dovunque: prima lì e poi qui. Zibì è una freccia: un lampo che squarcia il fabuloso notturno europeo.

Enzo Saldutti ha detto...

bello di notte
Boniek nasce a Bydgoszcz il 3 marzo del 1956. Pervenne dopo il mondiale spagnolo e conoscemmo la forza del destino perché nella Juve più grande di tutti i tempi incontra Giovanni Trapattoni e Michel Platini.
Siamo di fronte al calcio italico nella suprema epifania perché il migliore del mondo nel lancio al bacio incontra il migliore del mondo nelle fughe titaniche. Il calcio mitico già conobbe una “saeta rubia” nel Real di Madrid. Così fu nomato il leggendario Di Stefano ma il polacco dai capelli color medesimo è di gran lunga più veloce e con altra dicitura: “bello di notte”. Ciò perché sornione in campionato Zibì è uno scattista travolgente nelle gare di coppa.
Le tre competizioni continentali erano appannaggio dei britannici e non si intravede capacità alcuna di vincere nei campi oltremanica.
Le squadre dalla tradizione gloriosa come il Benfica, il Barcellona e il Real esistono per contare poco o nulla. Ma era davvero impossibile? No: assolutamente no. Perché c’era la Juve e con la Juve Platini e con Platini Boniek: l'intemerato scardinatore devastante e implacabile.
Il Liverpool fa tremare il mondo.
Il Manchester fa tremare il mondo.
Ma ciò non accadde alla Juve perché in agguato staziona il polacco.
E non più di qualche secondo per travolgere tutto e tutti: tocco di Platini, fuga di Boniek, palla in rete.
Zibì li travolge ovunque: prima lì e poi qui.
Zibì è una freccia: un lampo nel fabuloso notturno europeo.