giovedì 4 marzo 2021

Pierluigi CASIRAGHI


FABIO VERGNANO, “STAMPA SERA” DEL 10 LUGLIO 1989
Pierluigi Casiraghi è nato a Monza il 4 marzo 1969 e vive con i genitori (il padre lavora al mercato ortofrutticolo di Milano) a Missaglia, in Brianza. Acquistato dal Monza all’età di 10 anni, a 16 venne promosso dalla formazione allievi alla prima squadra che militava in serie B. Il debutto tra i cadetti con la maglia monzese il 20 ottobre 1985 in Arezzo-Monza 1-0. Nella prima stagione di B ha giocato 12 partite segnando 1 gol. Nei due campionati successivi, col Monza in C1, ha segnato 18 gol in 55 partite, contribuendo alla promozione in B e alla vittoria nella Coppa Italia di C. Quest’anno ha segnato 8 gol, ma è stato bloccato per oltre due mesi da un serio infortunio a un ginocchio ed è rientrato in squadra solamente nel mese di maggio. Tra i suoi hobby la musica (Vasco Rossi il suo cantante preferito), le auto veloci e i romanzi di avventura. I suoi modelli nel calcio: Gianni Rivera e Mark Hateley.
A cinque giorni dalla chiusura del calcio-mercato Pierluigi Casiraghi è l’unico attaccante di ruolo su cui Zoff può contare. Il 22 luglio, quando la Juventus partirà per il ritiro di Buochs, qualcosa sarà cambiato, ma a meno di colpi di scena clamorosi, il giovane brianzolo riuscirà comunque a conquistare subito una maglia da titolare. E per uno che viene dalla B e che soprattutto ha solo vent’anni, non è cosa da poco. Ma sbaglia chi crede che la situazione lo preoccupi.
Stamane rientra dalla Sardegna e si prepara a spendere gli ultimi spiccioli di vacanza nella sua Missaglia. E intanto pensa alla Juve: «E come non potrei farlo. Fino a ieri per me la Juve era un sogno. Oggi potrebbe diventare il mio futuro». Ha sfiorato il Milan (Berlusconi gli ha preferito Simone), ma già a fine aprile aveva capito che Boniperti aveva deciso di investire su di lui, su questo attaccante che fin dalla fanciullezza si porta dietro la fama di primo della classe.
Adesso ha l’occasione di dimostrare davvero le sue capacità: «Ma non mi illudo – ammette – che sia semplice imporsi in A. Mi dicono che sia più facile della B per uno che sa giocare, ma è la prova del campo che conta. Le marcature tra i cadetti sono più aggressive, mentre in A conta soprattutto la tecnica. Il salto dalla C1 alla B non l’ho sofferto e mi auguro che succeda la stessa cosa ora».
Forse un debutto più soft gli avrebbe giovato, ma Casiraghi non teme di «bruciarsi» in una Juve che ancora una volta è entrata in bacino di carenaggio. Spiega: «Quello del centravanti è un ruolo ad alto rischio, non solo nella Juve. Avrò addosso gli occhi di tutti, ma sono abbastanza freddo da saper reggere questa responsabilità. E se sbaglierò qualche gol già fatto, non credo che i tifosi bianconeri mi mangeranno».
In questo momento la sua curiosità maggiore è sapere chi sarà il suo partner in attacco. Difficile rivelarglielo, ma si capisce che in fondo per lui un compagno vale l’altro. Quello che conta è riuscire a ottenere una maglia da titolare da Zoff, che lo conosce poco e dovrà scoprirne le caratteristiche in fretta. Casiraghi intanto lo aiuta presentandosi: «Ho una buona potenza e una discreta progressione. Alla Elkjaer, diciamo, senza esagerare. Non credo di avere piedi ruvidi e di testa mi difendo. Ho studiato a lungo Hateley, un vero idolo per me, e spero di essere riuscito a carpire i suoi segreti di uomo d’area. Difetti? Ne ho, senza dubbio. Per esempio devo migliorare la maniera di stare in campo e imparare a sfruttare meglio l’aiuto del mio compagno d’attacco. Prima ero punta unica e il mio gioco era caratterizzato dalla potenza. Ma a essere egoisti c’è tutto da perdere».
Insomma è sempre terribilmente sicuro di sé, anche quando il pensiero viaggia a una Juve un po’ in difficoltà e costretta a tentare di recuperare il terreno perduto. Ma per Casiraghi la Signora non ha perso fascino. Riconosce infatti: «La Juve sta attraversando un momento delicato, ma la voglia di vincere è sempre la stessa. I campioni di una volta se ne sono andati, ma è proprio pensando a gente come Cabrini che trovo la carica giusta per affrontare questa avventura. Peccato però che Antonio non sia più alla Juve. Per me sarebbe stato un modello cui ispirarmi giorno dopo giorno».
Ma i maestri non gli sono mai mancati e anche nella nuova Juve troverà qualcuno disposto a dargli una mano. La lezione però sembra averla già imparata a memoria: «Ho capito che bisogna fare grandi sacrifici per arrivare in alto e per restarci perché basta poco per ritrovarsi a terra. Nel calcio il passato non conta e so che a Torino quello che ho fatto nel Monza non avrà più alcun valore. Dovrò ricominciare, facendo tesoro di quello che ho appreso prima con Magni, poi con Pasinato e Frosio, senza mai perdere quella freddezza che mi ha sempre aiutato nei momenti più difficili».
Quindi niente promesse inutili: «Il presidente Boniperti la prima volta che mi ha incontrato non mi ha chiesto la luna, ma semplicemente di fare le cose per le quali anche lui mi apprezza. Se riuscissi ad accontentarlo, la mia prima stagione con la Juventus sarebbe in ogni caso più che positiva».
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Insieme a lui, arriva un altro debuttante, Salvatore Schillaci, proveniente da Messina. I due, insieme a Rui Barros, portano la Juventus alla conquista della Coppa Italia e della Coppa Uefa. Pigi parte spesso dalla panchina, ma il suo contributo, soprattutto nella parte finale della stagione è determinante. «Cresciuto a Missaglia e abituato alla provincia, credevo di trovare difficoltà a inserirmi. Invece ho legato in un istante. Torino è fredda al punto giusto: lascia spazio alla vita privata, cosa che apprezzo molto, perché non amo il clamore. Per il mio carattere la Juve è il massimo. La filosofia della società bianconera, sempre misurata e schiva, si sposa meravigliosamente con il mio modo di vedere le cose. Nella Juventus di oggi regnano amicizia e armonia. Ci aiutiamo tutti. È un ambiente ideale per un giovane come me».
Nella stagione successiva Zoff è sostituito da Maifredi, arriva Roberto Baggio e Casiraghi diventa il centravanti titolare. La Juventus delude, ma Pigi colleziona 35 presenze e segna 14 gol. «Non è stato facile cambiare schemi e compagni: il problema è programmare vincendo subito. Forse sarebbe servito più tempo, però siamo rimasti fuori dall’Europa e non accadeva da trent’anni».
Ritorna il Trap e Casiraghi è felice. «Per me è una fortuna, una meraviglia far parte di questo gruppo: appartenere alla società più blasonata d’Italia. Il mio desiderio è quello di trascinare la Juve verso i più alti traguardi. Ne abbiamo tutte le possibilità: quest’anno ci vedrà competere al vertice».
Gioca tantissimo, le sue presenze salgono a 41, i suoi gol, però, sono solamente 8. Sta diventando un attaccante molto abile nel gioco aereo e nel creare spazi ai compagni, sfruttando la sua stazza fisica. Ma la rete avversaria la gonfia raramente e la compagine bianconera corre ai ripari, acquistando Vialli e Ravanelli. La conseguenza logica è che, per Pigi, gli spazi si riducono notevolmente: la stagione 1992-93 lo vede in campo solamente 29 volte, le realizzazioni sono una miseria: 5.
«Mi sono chiesto tante volte il motivo per cui non faccio tanti gol e ho capito che purtroppo non esiste una sola causa. Nella seconda metà della scorsa stagione mi ha frenato un vistoso calo fisico, unito alla flessione della Juventus. Per questo campionato il discorso è differente: non sono partito titolare, ho giocato meno, sono spesso entrato per sostituire qualcun altro e in queste condizioni è molto più difficile far  bene. Infine sono subentrati impercettibili blocchi psicologici e quando accade una cosa del genere viene anche a mancare la necessaria sicurezza.  Non sei più tranquillo. Se a tutto questo aggiungiamo un  po’ di sfortuna, ecco la risposta ai tanti mesi di astinenza, dalla quale vanno però esclusi i gol nelle Coppe. Non sono soddisfatto, però è esagerato considerare un fallimento la mia avventura in bianconero. Ho vinto due Coppe e ho vissuto momenti negativi profondi, personali e di squadra. Mi aspettavo di più, potevo fare di più, è vero. Ma sono stato bloccato dagli incidenti. E le vicende della Juve non mi hanno aiutato: se non si conquista lo scudetto da tanto tempo, vuol dire che qualche problema c’è. Io ho ancora tanto da migliorare e possibilmente da vincere. Devo aumentare il mio livello tecnico, devo essere più preciso e meno precipitoso, voglio diventare più efficace nel dribbling. Tuttavia non si vince e non si perde da soli, mai».
Terminata la stagione chiede di essere ceduto e si trasferisce alla Lazio.

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