lunedì 28 dicembre 2020

Vincenzo TRASPEDINI


Arriva alla Juventus nell’estate del 1965, dopo aver vagato per squadre e squadrette di mezza Pianura Padana; è stato anche al Torino, quando ancora era fanciullo di belle speranze e i granata arrivavano dalla Serie B. Da Varese, ultima meta di peregrinazioni calcistiche, si allontana malvolentieri e non senza rimpianti; l’ambiente di Masnago, infatti, gli aveva portato fortuna e di amici ne aveva conquistato molti a suon di gol, ma il passaggio alla Juventus esalterebbe chiunque; certo, la Vecchia Signora non è più da qualche tempo la squadra pigliatutto, ma resta sempre una grande protagonista.
Arriva Traspedini e la Juventus torna, per un attimo grande, anzi grandissima, più dell’Inter mondiale, anche se per una sola serata. Roma, settembre caldo, finalissima di Coppa Italia: la Juventus che ha appena rinunciato a Sivori per uno scuro brasiliano trentenne, che corre come un ragazzino ed ha tanta classe, Cinesinho si chiama, lancia la sfida ai neroazzurri; è un’impresa che appare disperata. Non sarà così; per una strana situazione di ribaltamento dì valori tecnici, è la Juventus che domina il campo, sorretta da un tifo invidiabile, e vince. Anzolin; Gori e Leoncini; Bercellino, Castano e Salvadore; Dell’Omodarme, Del Sol, Cinesinho, Menichelli e pure lui, Traspedini, grande protagonista di una grande partita. Attacca quando occorre passare il muro interista e difende, con coraggio, quando è la squadra neroazzurra che deve inseguire il risultato che le sfugge.
Le condizioni per fare bella figura anche in campionato ci sono tutte; quella che i bianconeri affrontano è una stagione senza l’ambizione di un successo immediato, ma c’è la convinzione di lavorare per un futuro più vicino di quanto possano pensare i tifosi bianconeri, che si divertono con la Juventus heribertiana, ma senza entusiasmarsi. E Traspedini si adatta presto a questa situazione; sarà meno imponente e irruente del predecessore Combin, però si muove di più e sa anche soffrire.
Esordio alla grande, Juventus bagnata e fortunata contro il Foggia al Comunale, Moschioni portiere ospite para tutto, ma capitola su un colpo di testa di Vincenzo; è un 1-0 che non farà delirare dall’entusiasmo, ma intanto la squadra si incolla all’alta classifica.
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«Scrivendo di Traspedini – racconta Caminiti dal suo libro “Divi in poltrona” – possiamo pensare che l’erede è arrivato? Niente affatto, facciamo un discorso diverso. Un discorso moderno, il discorso del centravanti senza rapsodia, senza pennacchio, senza storia gloriosa, senza l’innocenza degli antichi dèi vera o presunta, senza la potenza del tritolo sulla punta della scarpa; il discorso dimesso, disincantato, umile del centravanti dei giorni nostri, che ha imparato a fare il centravanti nel calcio dei giorni nostri, un calcio difficile e incatenacciato, il calcio che è un castello, in questo castello non ci sono né fate né principi azzurri e nemmeno streghe, ci sono lavagne, un battitore libero, uno stopper, c’è la squadra e poi una truppa di maghi o presunti maghi che tengono conferenze, c’è uno vestito di nero che fischia, c’è un presidente per lo più molto grasso con un sorriso nella faccia per lo più come la fessura del salvadanaro, che dice bravo al suo allenatore senza capire perché gli dice bravo, e poi ci sono gli attaccanti, tipi per lo più nerboruti, tipi senza complessi, tipi che attaccano sulla palla la loro energia vitale, il loro colpo di testa o lo sparo del tiro; tipi come Giampaolo Menichelli o Vincenzo Traspedini, insomma.
Traspedini è pure ragioniere. Anche questo è importante. Quando lo conoscemmo noi studiava ancora, «Non mi rimane molto tempo, debbo pure fare il soldato», ci diceva, e ci guardava con quella faccia di bravo ragazzo, e noi dicevamo a Santos: «Se lo tenga questo bravo ragazzo, vedrà le soddisfazioni che le darà», ma nessuno nel calcio ha mai ascoltato il cronista sentimentale, poi Traspedini fu mandato a farsi le ossa in provincia, e allora cominciarono ad accorgersi che c’era pure lui, fu rimpianto nel Torino che intanto s’era fatto una grossa squadra e aveva il suo forte centravanti di razza inglese, ogni volta che si prendeva il discorso, si trovava che in fondo Traspedini non andava, a Traspedini mancava questo e pure quello.
È cominciato il campionato, un altro campionato, è bello ricominciare quando si sa di ritrovare in questo inizio una speranza, un’illusione, e Traspedini gioca guardato da un sacco di gente, con la maglia che era di John Charles, e che nella Juventus gli contende un ragazzetto baciato in fronte dalla stella che si chiama Silvino Bercellino, un altro tipo moderno senza complessi e senza sovrastrutture, per il quale ci sono dirigenti disposti a scommettere il conto in banca. Insomma, il ragionier Traspedini gioca contro il dubbio e la perplessità, che sono le streghe dei tempi moderni, gioca contro l’ombra dell’altro seduto in tribuna, contro gli amici dell’altro, guai se si ferma minimamente per un istante a pensarci, ma come può un ragioniere dei tempi moderni, pensare a quello che non si tocca e non si vede, preoccuparsi di cose ipotetiche o assurde? Traspedini ha giocato la sua brava partita acomplessata e ragionatissima, lui ha giocato come giocava nel Varese, cercando col movimento, con lo smarcamento, con l’agilità, con l’intuizione (alla faccia di Rinaldi che non lo mollava di un centimetro dovunque andasse e qualsiasi cosa intendesse fare) e pure con l’altruismo e, si intende, con l’umiltà, le vie del gol, che si possono trovare, ha ragione Heriberto, soltanto applicandosi. Ma nel calcio moderno si possono applicare o i veri fenomeni o i tipi come Traspedini, così arrivò quel minuto d’orologio che Cinesinho, il mago del passaggio, a forza di correre trovò la strada nel bosco, la luce della casetta nel bosco, non è detto che debbano starci per forza Biancaneve e i sette nani, non ci abita nessuno, in quel punto di campo verde Cinesinho trova l’ispirazione e fa volare il suo pallone, il pallone del mago tondetto e giallino vola e Traspedini, il ragioniere, inzucca il pallone e lo sbatte dentro, è il gol, il primo gol della Juventus, la Juventus ha vinto la partita, Traspedini ha vinto la sua guerra (e noi scriviamo che l’ha vinta ma lui ha l’aria di non averla nemmeno combattuta. Dimenticavamo di dirvi la cosa pili importante: che i giocatori come Traspedini dimostrano la cosa più istruttiva del nostro calcio. Che i suoi protagonisti sono giovani assolutamente per bene, non si sentono fenomeni, si guadagnano il pane anche col rischio ma senza dirlo retoricamente in giro. E se i ragazzetti ancora gli chiedono l’autografo non è colpa loro. Fanno il loro dovere per riempire gli stadi di gente soddisfatta, punto e basta)».
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Non sono comunque tutte rose e fiori, per la squadra bianconera e per il Trasp; la domenica successiva arriva la prima tegola, il centravanti si lussa una spalla, niente di grave ma addio alla maglia numero 9 che, per qualche domenica, è indossata da Silvino Bercellino, detto Bercedue. Traspedini non si arrende per così poco; all’appuntamento internazionale della Coppa dell’Amicizia è già di nuovo in forze e il collaudo a suon di reti fa ben sperare per una Juventus che ha, finalmente, trovato un granitico blocco difensivo e che chiede alle sue punte quel minimo di reti per essere grande anche davanti.
Invece, di gol ne segnano con il contagocce; e dire che ne basterebbe uno a partita per vincere sempre o quasi. Non c’è niente da fare; la vecchia Roma fa 0-0 facile al Comunale, Losi e Carpanesi contengono disinvoltamente lo spuntato attacco juventino. Heriberto studia e ristudia soluzioni tattiche nuove, ma gli uomini a disposizione sono quelli che sono, persino il vecchio Da Costa è rispolverato in alternativa a Traspedini, che di gol proprio non ne segna. A Ferrara sembra che le cose vadano un po’ meglio, l’attacco ritrova la via del gol, Traspedini suggeritore e Da Costa esecutore, ma è una formula provvisoria. E poi basta un ragazzino pieno di grinta e grezzo per annullare il centravanti juventino: Pasetti, così si chiama il ragazzo, fa bella figura senza troppa fatica, contro un Traspedini poco brillante.
Comunque, in questa Juventus che va a singhiozzo, non mancano momenti piacevoli e qualche vittoria significativa; il derby di andata è una cosa davvero da ricordare, la squadra bianconera ritrova gioco e inventiva per sotterrare i cugini. Traspedini si scopre contropiedista valido e persino raffinato, gioca un’ora di gran calcio, ma ecco nuovamente fare la sua comparsa la sfortuna. È un nuovo, più grave infortunio, stavolta alla testa, che lo mette fuori causa per un bel pezzo, Juventus-Torino finisce 2-0, con i compagni in festa e lui all’ospedale in osservazione.
I tifosi incoraggiano Bercedue, che gli subentra a guidare l’attacco e che qualche gol pure riesce a segnarlo; di Traspedini si torna a parlare due mesi dopo, anche se non troppo bene. Chi lo osserva, dà spesso l’impressione di girare a vuoto, il suo lavoro quasi mai è sfruttato con adeguate conclusioni; il suo limite più grave è il tiro. Viene naturale che la rete di apertura contro il Foggia resta la sola e che si dovrà attendere una delle ultime domeniche di campionato per rivedere Traspedini segnare. A Cagliari le cose vanno male, Riva e compagni prendono il largo con due realizzazioni, il golletto di Traspedini non cambia niente, sconfitta era e sconfitta rimane.
Poi, più nulla o quasi; il campionato finisce in gloria per l’Inter, un po’ meno per la Juventus, che comunque si rifarà presto. Senza Traspedini, però, che finisce al Foggia. Il giramondo riprende le sue peregrinazioni calcistiche, in cerca di maggiore fortuna; di bianconero gli resterà il ricordo di una Coppa Italia vinta una calda sera di settembre.

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