mercoledì 10 novembre 2021

William John JORDAN


UMBERTO MAGGIOLI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1966
Calciatori inglesi, di nascita e scuola sportiva, hanno militato nelle file bianco nere a più riprese: ve ne furono sin dai tempi che immediatamente seguirono la fondazione della società. Ne contava anche la squadra che vinse il primo campionato della lunga serie sociale: quello del 1906. Poi, per lunghi anni, elementi britannici non vestirono più la maglia a striscioni.
Cominciarono a riapparire, non molti, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Come gli appassionati juventini ben sanno, la società, giusto in quel tempo, aveva in Inghilterra una specie di proprio ambasciatore sportivo: precisamente Gigi Peronace che iniziò allora quella attività di «talent scout», osservatore, intermediario tra la Direzione del «club» bianco-nero e quelle delle molte società inglesi. Poi l’amico Gigi allargò la cerchia della sua speciale attività, non più limitandola alla sola Juventus ma mettendosi a disposizione di tutte quelle altre società italiane che a lui si rivolgevano per accaparrarsi calciatori di scuola britannica.
Il primo elemento inglese che vestì la maglia bianco nera subito dopo la cessazione del conflitto mondiale fu un tipo curioso, come uomo e come calciatore, un giovanotto di ventisette anni che, a prima vista, denunciava scarse apparenze somatiche della razza albionica. Non era biondo ma bruno, un normolineo di buona taglia atletica con una spessa chioma di capelli ricciuti: tipo nato al di là d’uno Stretto che non pareva essere quello della Manica bensì quello di Messina. Si trattava di John Jordan, detto familiarmente «Johnny».
Peronace lo aveva fatto trasferire dall’Everton, famosa squadra inglese che in quel periodo, dopo una lunga fase in cui aveva brillato di vivissima luce, ne trascorreva una di transizione, vivacchiando alla bell’e meglio nelle zone di media classifica. Giunto alla Juventus non si mise in luce per il possesso di doti calcistiche superlative, apparve invece come un modesto calciatore che l’allenatore juventino di allora, lo scozzese Chalmers, altro tipo ameno, utilizzò alternativamente nei ruoli di mezz’ala e centravanti. Jordan in campo non entusiasmava, sapeva abbastanza il suo mestiere ma senza spicco; discreto palleggio, modesto tiro; non eccelleva davvero neppure nello stacco in elevazione, e nel conseguente gioco di testa.
Di carattere chiuso, spiccatamente introverso, il nuovo venuto non entrò neppure nelle simpatie dei compagni di squadra, alcuni dei quali cominciarono a osteggiarlo addirittura. I due che meno lo avevano in simpatia erano Parola e Rava che presero presto a combinargli scherzi, alcuni di pessimo genere.
Johnny Jordan non riusciva ad ambientarsi nella Juventus e a trovarsi a suo agio a Torino. Cominciò visibilmente a soffrire quel malessere morale e fisico che gli inglesi definiscono «spleen», intristiva e le sue prestazioni nella squadra presero ancor più a peggiorare. Non gli era di conforto neppure lo splendido barboncino nero che possedeva: una bestiola di razza, molto intelligente che nell’ambiente sociale era assai più benvoluta del suo padrone. Ma Rava e Parola, che nutrivano una spiccata avversione per gli inglesi in genere e per Jordan in particolare se la presero anche con il cagnetto e una mattina, durante uno dei soliti allenamenti, in un momento in cui Jordan non era in campo; acchiapparono «Blackie», tale era il nome del grazioso quadrupede, e lo fecero, da nero, diventare bianco-nero rotolandolo ben bene in un mucchietto di borotalco. Non si trattava di uno scherzo cattivo poiché «Blackie» in quella abbondante infarinatura nel borotalco poteva igienicamente trovarsi avvantaggiato, ma il suo padrone ci rimase piuttosto male e la sua evidente avversione per Torino e per l’ambiente in cui si sforzava ad adeguarsi aumentò. La malinconia di Johnny diventò leggendaria.
Il giovanotto aveva lasciato a casa una fidanzata cui voleva molto bene. Non passava giorno in cui non scrivesse una lunga lettera alla sua Molly e quasi tutti i giorni ne riceveva da casa una di lei. Nelle giornate di cattivo tempo, nei mesi invernali, Jordan appariva ancora più chiuso e malinconico del solito. «Stormy  weather today», diceva, «no mail». Tempo nebbioso: oggi, niente posta: e si tuffava in una ancora più cupa malinconia.
Jordan non era davvero un «asso» del calcio, ma lo era invece stato nella «Raf» di cui era ufficiale pilota che si era fatto molto onore nella famosa lunga battaglia aerea d’Inghilterra contro la «Luftwaffe». Aveva abbattuto caccia tedeschi e «Stukas», tanto che era stato decorato al valore con una menzione di «D.S.O.», che è quella che i comandi militari britannici concedono ai sottoposti che si sono distinti in servizio.
Quale pilota da caccia, e di un certo valore, Johnny Jordan sentiva acutamente anche la nostalgia del volo. Tante volte in campo, durante un allenamento e magari persino in partita si distraeva quando ascoltava il ronzio d’un aereo e si metteva a guardare in alto, magari disinteressandosi del gioco o della partita addirittura. Di tale sua nostalgia per il volo si preoccuparono alcuni suoi amici juventini: poiché se ne era fatti con il suo buon carattere anche in seno dalla società. Costoro, che avevano buone conoscenze nel campo aviatorio torinese, gli combinarono una visita al campo non lontanissimo dell`Aeronautica d’Italia e una bella mattina, accompagnatolo lassù lo fecero invitare dal comandante del campo a un volo su un apparecchio da caccia a doppio comando. Jordan ne fu contentissimo e per qualche giorno la sua costante tristezza parve scomparsa.
Johnny era abilissimo giocatore di «ping-pong» e sul tavolo della sede sociale giocava spesso animatissime partite. Suo avversario principale, bravissimo giocatore anche lui di «ping-pong» e asso eccelso di calcio era un altro John; precisamente Hansen, ma il britannico batteva più sovente il danese che non avvenisse il contrario.
Johnny Jordan non rimase a lungo nella Juventus, non un intero campionato: quello del 1948-‘49. Però quando alcuni volonterosi vollero fare il bilancio della sua permanenza calcistica nella società si accorsero che aveva disputato ben venti partite e anche che... aveva segnato cinque reti.
Di quanti altri juventini, magari più famosi, si potrebbe affermare altrettanto?


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