giovedì 18 novembre 2021

Darko KOVACEVIC


«Sono un ambizioso». È la spezia che Darko Kovacevic mette sul piatto della conversazione ogni tre frasi pronunciate – scrive Matteo Marani sul “Guerin Sportivo” del 9-15 febbraio 2000 –. Una piacevole ossessione che lo sta spingendo a essere la sorpresa più importante della Juve 2000 e dell’intero campionato. Darko si alza di continuo il bavero del cappotto, quasi come avesse un tic. E così abbigliato, simile a un eroe poliziesco o a una guardia del corpo, riparte spedito: «No, non mi accontento di dire che sono nella Juve o di guadagnare i soldi che una squadra come la Juve ti può offrire. Io voglio giocare, fare tante reti e trionfare. Sono un ambizioso».
Benedetta sincerità. Racconta che l’unica volta in cui gli è stato facile attendere su una panchina era per la nascita della prima figlia, Stella, che oggi ha quattro anni. L’unica volta, perché lui detesta tutte le panchine del mondo. Il secondo figlio si chiama come lui, Darko, ed è nato due anni fa in Spagna durante l’esperienza felice alla Real Sociedad. «Il terzo vorrei che nascesse in Italia, ne stiamo parlando con mia moglie Daniela». A lei, la donna che è l’ombra perenne del colosso serbo, ha regalato un salone di bellezza in Jugoslavia.
Darko è un arrampicatore silenzioso, da sempre la razza più amata dal popolo juventino. «Sono uno con i piedi per terra». E bisogna per forza credere a uno che porta il 44 di scarpe.
– Da acquisto semisconosciuto a rivelazione della stagione. Almeno tu pensavi che tutto questo potesse accadere così in fretta?
«Sono felice. Ma non mi basta: io sono alla Juve per trionfare, per segnare tanti gol e per giocare. La mia sfida non è finita qui. La cosa che mi fa più piacere è l’affetto dei tifosi. Dopo appena cinque mesi in Italia è capitato a pochi stranieri di sentire il proprio nome cantato allo stadio. Loro mi incitano sempre, mi vogliono molto bene. Vorrei segnare i miei gol per loro».
– Una cosa bella.
«La più bella della mia vita».
– Diciamo la verità: la panchina inizia a stare troppo stretta al miglior acquisto della stagione.
«Ho davanti due campioni come Del Piero e Inzaghi, dunque ci sta che non giochi. Ma non voglio stare in panchina per sempre».
– Messaggio chiaro per Ancelotti.
«I gol segnati mi stanno aiutando tantissimo a mettermi in mostra e so che presto giocherò con più frequenza, la cosa che amo fare. Stare in panchina in una grande squadra non ti consola: ogni calciatore vuole essere continuamente in campo per lottare e vincere. E farlo da protagonista. Ripeto: sono un ambizioso».
– Ancelotti cosa ti ha detto in queste settimane?
«Di avere pazienza, che arriverà il mio momento. Il mister crede molto in me ed è per sua volontà che sono alla Juventus. È venuto a vedermi molte volte quando giocavo in Spagna e fra tutti gli attaccanti del mondo che poteva prendere lui ha detto: “Datemi Kovacevic”. È un grande orgoglio per me».
– Qual è il suo pregio maggiore?
«È un bravo allenatore, conosce ad esempio ogni avversario, ed è un grande amico dei giocatori. Il fatto di aver lasciato il campo solo pochi anni fa gli ha lasciato una mentalità giusta per gestire il gruppo. E qui alla Juve ho trovato il migliore da quando gioco a calcio, un merito che va tutto al mister».
– Quando in estate sei arrivato in Italia, giornali e opinione pubblica sembravano ignorarti. Ti ha disturbato quella freddezza?
«Mi seccava che le reti fatte in Spagna non valessero niente, ma mancavo del “nome” e questo era comprensibile. Ero uno zero assoluto. Ma sapevo molto bene che mi aveva voluto l’allenatore. Ed era l’assicurazione principale per affrontare questa esperienza. Ancelotti mi ha chiesto perché mi aveva visto giocare e sapeva cosa potevo dare alla squadra».
– Oggi è migliorato il tuo rapporto con la stampa?
«È ottimo e devo ringraziarla. I giornali mi stanno aiutando moltissimo, sono dalla mia parte. Leggo titoli in cui dicono che devo giocare, che Kovacevic non può stare fermo in panchina visto i numerosi gol che ha fatto. La stampa può massacrarti o esaltarti, darti dieci o zero».
– A te quanto sta dando?
«Non meno di nove».
– Torniamo ad Ancelotti: gli hai creato un bel po’ di problemi. Alla faccia della gratitudine!
«Io ho voluto creargli questi pensieri. Era il mio scopo: metterlo in difficoltà nelle scelte. Per lui adesso è difficile, me ne rendo perfettamente conto. Ma questo è il mio mestiere: lottare, combattere, far vedere che in panchina aveva uno che non ci voleva stare».
– Oggi che lo stai conquistando a suon di reti ed elogi, come ti sembra questo calcio italiano?
«Ho giocato sia in Inghilterra che in Spagna, gli altri due campionati più importanti. E non c’è paragone. Qui si gioca forte, il risultato è tutto, ti trovi davanti difese fortissime».
– Hai ragione: Thuram, Nesta, Mihajlovic, Chamot, Cannavaro.
«Sì, ma la cosa più incredibile è che vai a Venezia e soffri contro un difensore sconosciuto. O vai a Piacenza e ti trovi davanti uno come Vierchowod, un quarantenne che corre, lotta e sgomita come un ventenne. Oppure guarda il nostro Ferrara: 33 anni ed è più veloce dei diciottenni».
– Insomma, non c’è mai un attimo di tregua.
«Hai capito. Al di là della tattica molto sofisticata, è un calcio che richiede forza fisica, in cui si lavora tanto. Ventrone mi ha fatto sudare come non mi era mai successo in carriera. Carichi enormi di lavoro e cura di ogni piccolo dettaglio per non sbagliare mai».
– Cosa vuol dire la Juve?
«Che quei carichi di lavoro li fanno anche fuoriclasse come Zidane, Davids, Tacchinardi. Un esempio decisivo. E che dentro a ogni componente della squadra c’è fame, rabbia, voglia di vincere. Mai mollare, sempre pensare di vincere. Sempre».
– Altre caratteristiche del successo juventino?
«Qui funziona tutto. Ogni persona ha un incarico e lo assolve nel migliore dei modi. Tanta serietà e molto impegno. Si spiega così perché la Juve ha vinto tutto quello che c’era da vincere al mondo. Con un dato fisso: avere sempre grandissimi campioni nella sua rosa».
– Qual è il giocatore della Juve che ti ha più impressionato?
«Zidane!».
– Non hai avuto bisogno di molto tempo per rispondere.
«È il più forte del mondo. È di un altro pianeta. Giocargli accanto è divertente. Ti mette la palla sempre nel posto giusto al momento giusto. Non vale nel giudizio tecnico, ma è pure una bravissima persona».
– Meglio lui o Rivaldo per il Pallone d’Oro?
«Io non l’avrei dato a Rivaldo».
– L’avresti assegnato nuovamente a Zidane?
«Sì, a Zizou».
– C’è un altro giocatore della Juve che ti ha colpito?
«Faccio due nomi: Montero e Tacchinardi. Il primo è il miglior difensore del campionato, il secondo è fortissimo e non capisco perché non venga chiamato in Nazionale».
– Tu con chi hai legato?
«Ho rapporti molto stretti, anche per via della lingua, con Tudor e Mirkovic. Usciamo spesso con le nostre famiglie. Le discoteche non mi piacciono, cosi mi rifugio al ristorante. Vado matto per i vostri primi piatti e per i dolci. Trovo molto simpatico anche Ciro (Ferrara ndr). Quando arrivai nel ritiro di Chatillon fu lui a farmi i primi scherzi».
– Quali?
«Top secret».
– Darko, come si vive a Torino?
«Bene. Del resto quando giochi in una squadra come la Juve non puoi star lì a pensare alla città. È la tappa più importante della carriera, conta questo. Passo molto tempo in casa (nel centro di Torino, lo stesso palazzo in cui abitava Vialli ndr) davanti alla tv jugoslava, che vedo grazie alla parabola, o a Internet».
– A proposito della Jugoslavia, dentro quanto ti manca?
«Non ho nostalgia, mi mancano però le chiacchierate al bar con gli amici. Parlo del bar centrale di Kovin, il paese in cui sono nato. È a 50 chilometri da Belgrado. La mia casa è lì, in piedi, ma in giro si vedono ancora i segni della guerra. Credimi: è uno spettacolo che dà un dolore enorme. Vedo il campo in cui giocavo da bambino, scappando da scuola per andarci a giocare».
– In questi anni hai cambiato amici?
«No, sempre loro: Divaz e Todorivic, che gioca nella Serie C jugoslava. Adesso abbiamo le nostre famiglie e così si sta insieme a mogli e figli».
– Oggi com’è il clima nel tuo Paese?
«Io non amo parlare della guerra, ma dai discorsi sento che la gente ha problemi, è triste. Ci vorranno molti anni per cancellare quel conflitto dalla memoria. I segni si vedono soprattutto nel morale. E per questo vorrei vincere i prossimi Europei. Ce la possiamo e dobbiamo fare per la nostra gente».
– Lo striscione dei tifosi laziali per Arkan ha fatto decidere per la sospensione delle gare in caso di simili episodi. Sei d’accordo con la scelta?
«Politica e sport sono cose diverse e tali devono rimanere».
– Dopo gli Europei che vorresti vincere, come te la immagini la nuova stagione con la Juventus?
«Con Kovacevic più in campo. Sono sicuro che il prossimo anno avrò maggiore spazio. Posso esagerare?».
– Esagera.
«Sarò il capocannoniere del campionato 2000-2001. Non scherzo: voglio essere uno dei marcatori più importanti nella storia della Juventus».
– Poniamo l’ipotesi che non ci sia posto per te nemmeno il prossimo anno: a quel punto chiederesti di andartene?
«Sono onesto: rifiutare la Juve è difficile».
– Facciamo il gioco della Torre: fra Inzaghi e Del Piero, tuoi rivali per l’attacco, chi butti giù?
«Mi trovo bene con entrambi. Con Inzaghi giochiamo abbastanza vicini, entrambi in area a cercare il pallone giusto. Alex sta più largo e preferisce il passaggio».
– Inzaghi ha detto: “Giocare con Kovacevic è come farlo con Vieri in Nazionale”.
«Sono lusingato, anche perché Vieri è il mio modello. È vero che io e Bobo ci assomigliamo, benché ce ne voglia a essere come lui. È un attaccante forte dal punto di vista fisico. È bravissimo di testa, gioca facile e lavora tanto»
– Torniamo a Inzaghi: cosa ti piace di lui?
«Lo chiamano Pippo-gol e già nel soprannome c’è la risposta. Ha un fiuto incredibile, la butta sempre dentro. Magari non tocca un pallone per tutta la partita e poi, al novantesimo, infila la rete decisiva».
– Tocca a Del Piero.
«Tecnicamente è straordinario, si vede che gli piace giocare a football. È un buonissimo attaccante. Mi ricordo il giocatore di due anni fa, era sicuramente il migliore al mondo. Un vero fenomeno. Oggi gli manca poco per tornare quello di un tempo. Gli serve soltanto il gol».
– Il gol, una parola.
«La cosa più bella per chi fa il mio lavoro. Mi piace, ne ho sempre fatti parecchi e anche qua sto segnando. Gente come me, Inzaghi o Vieri vive per quello».
– Qual è l’errore più grave che hai commesso nella tua vita?
«Andare in Inghilterra. I mesi allo Sheffield Wednesday sono stati terribili. Arrivai e segnai due gol con il Bolton, ma il match successivo finii in tribuna. La cosa si ripeté: più segnavo più venivo spedito in tribuna».
– Si direbbe che è un tratto ricorrente nella tua carriera.
«Ma questa è la Juve! In Inghilterra pensavo di impazzire; mi ha salvato la presenza di mia moglie. Ci siamo conosciuti in una festa organizzata nel solito bar di Kovin. Lei aveva 18 anni, io due di più. Ed è bastato uno sguardo. Io sono un uomo forte, che ha un carattere grintoso, ma senza di lei non sarei la persona di oggi».
– Un campione di temperamento.
«Sono diventato uomo con la morte di mio padre due anni fa. Ho capito in quel momento che i soldi non servono a nulla. Mio babbo mi ha insegnato ad avere personalità. Quando passai alla Stella Rossa, dopo un lungo braccio di ferro con il Partizan, mi disse: “Quello che fai è giusto”. Scelsi la prima, lui era del Partizan».
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Darko si fa apprezzare quasi subito per le sue doti: implacabile di testa, si fa valere anche con la palla al piede, un duro, coraggioso, potente, fortissimo fisicamente, anche se non ha un senso tattico particolarmente sviluppato.
Il primo anno scende in campo 44 volte (27 in campionato, 3 in Coppa Italia e 11 in Coppa Uefa) realizzando 19 gol (rispettivamente 3, 2 e 11). Notevole la sua prestazione a Milano contro l’Inter, vinta grazie a una sua doppietta.
Il campionato successivo è piuttosto avaro di soddisfazioni: arriva David Trézéguet, sul quale la società punta molto e per Darko gli spazi si riducono. Sono solo 27 le presenze, molte delle quali partendo dalla panchina con 6 realizzazioni. Gestito malissimo proprio dal suo grande estimatore Ancelotti, sacrificato troppe volte sull’altare di Pippo Inzaghi.
La mancanza di continuità è il suo maggior difetto; stimatissimo da Boskov – che non ha mai perso occasione di lodarne le qualità fisiche e caratteriali – non sfonda neppure in Nazionale, non essendo convocato per gli Europei in Belgio-Olanda. L’impressione generale è che non sia un giocatore da squadra ai vertici europei, dove potrebbe riciclarsi come punta di rincalzo. Professionista ineccepibile, comunque, e coraggio da vendere.
Nell’estate del 2001 viene ceduto alla Lazio, in cambio di Marcelo Salas, nella quale disputa solamente 7 partite, prima di ritornare alla Real Sociedad.

1 commento:

...ciao... alf..... ha detto...

A me piaceva molto......e non sono juventino