domenica 19 febbraio 2023

Antonio GIRAUDO

 

Torinese e torinista sino al midollo – scrive Cristian Giordano sul “Guerin Sportivo” del 17-23 luglio 2007 – ma – persino secondo i suoi detrattori – né falso né cortese, Antonio (nato il 2 settembre 1946) a dieci anni ha già chiaro che cosa farà da grande: l’amministratore delegato di se stesso. Intanto fa pratica. Una domenica sì e l’altra no, suona al campanello dei vicini, la famiglia dell’amico Claudio Colombo, in via Filadelfia, per fruire del loro balcone con vista sul mitico stadio del Toro. E magari mangiare a sbafo una fetta di torta. Come cambio merce, una sorta di prova di cessione (che a lui, come a Galliani, piace soggettiva) dei diritti TV. Nella fattispecie quelli per sedersi davanti al Phonola da ventuno pollici bianco e nero che i Giraudo hanno in casa, all’epoca privilegio di pochi e costato sacrifici, visto che i genitori di Antonio nababbi non sono.
Il calcio gli entra nel sangue, e da mediano dilettante, nel Pertusa Millefonti, becca sei giornate di squalifica. Studia dai gesuiti poi si laurea in Economia e Commercio ed entra alla Toro Assicurazioni. Lì conosce l’uomo del destino. Umberto Agnelli. Il feeling scatta automatico, Umbertino nell’animo, Antonio è più incline ai fatti, meglio se nell’ombra, che alla cosmopolitismo gossipato dell’altra faccia della famiglia Agnelli: quella dell’Avvocato. Negli anni Ottanta, Umberto lo nomina amministratore delegato del Sestriere. I tempi sono cambiati: per la Fiat, Sestiere non era più una “partecipazione strategica”. Da qui l’ordine di vendere, entro giugno 2006, al miglior offerente: base d’asta trenta milioni di euro. Ma ai tempi contava, e i torinesi doc non dimenticano le leggendarie discese di Gianni, negli anni Sessanta e Settanta, con tanto di balzo dall’elicottero non ancora atterrato. Umberto vi trascorreva i fine settimana e Giovanni Nasi, cognato dell’Avvocato e nipote del senatore Giovanni Agnelli (fondatore della Fiat), ne fu sindaco dal 1948 al 1980.
Di Umberto, ultimo dei sette fratelli Agnelli, Antonio diventa via via segretario, amministratore dei beni personali e del progetto Sestriere (compreso il carosello sciistico della Via Lattea, la montagna di famiglia: cannoni sparaneve, meeting d’atletica, tappe di Giro e Tour, campi da golf), testa di ponte nel ramo immobiliare. Fiducia così ben ripagata che il Dottore, nel 1994, gli affida il Nuovo Corso della Juventus, dispendioso giocattolo ereditato dal fratello Gianni. Con duplice missione impossibile: tornare a vincere e con i rubinetti di casa Agnelli ben chiusi.
L’amministratore delegato è sicuro del proprio operato e investe su se stesso rilevando quote (fino al 3,36%) che presto ne fanno il terzo maggiore azionista del club, dopo la Ifil, società d’investimenti del Gruppo Agnelli (60% del capitale), e la libica Lafico Sal (Libyan Arab Foreign Investiment Company, braccio finanziario internazionale di Muammar Gheddafi: dal 5,31% del gennaio 2002, per ventitré milioni di euro, al 7,5%). La Holding dei finanzieri Abdullah Saud e Regeb Misallati «che sedevano nei consigli Fiat con l’impegno e la competenza di banchieri londinesi». Un déjà vu per la società bianconera, perché il Colonnello nel dicembre 1976 – quando aveva tutt’altra fama – aveva mirato al bersaglio grosso, rilevando il 10% (poi portato al 15%) addirittura della casa madre, la Fiat.
Pecunia non olet, tantomeno se l’odore è quello acre del petrolio. Giraudo lo sa bene e appena arrivato fa meglio della Juve del Quinquennio: sei “scudetti” consecutivi nel bilancio, cioè gestioni in attivo. Che si accoppiano ai trofei. La Juventus allenata da Marcello Lippi vince tutto, quella di Fabio Capello solo in patria, ma entrambe in circostanze – valutate col senno del poi – non limpide. Non per il Tribunale torinese, nel quale Giraudo l’ha sempre spuntata: assolto in primo grado, nel processo per doping, col medico sociale Riccardo Agricola (condannato invece a un anno e dieci mesi di reclusione più 2000 euro di multa per frode sportiva); prosciolto, assieme ad Agricola, dalla Corte di Appello (ma multato di 2000 euro per la violazione della legge 626 del ‘94 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro), per frode sportiva; idem in terzo grado, su ricorso del PM, nel procedimento per doping, mentre in merito alla frode sportiva fu dichiarato il non luogo a procedere.
Fondamentale, nelle varie competizioni forensi di Giraudo, la difesa a tre, composta dai legali Massimo Krogh, Paolo Trofino e Anna (figlia di Vittorio) Chiusano. Agricola, invece, era difeso da Luigi Chiappero e Cesare Zaccone. Dopo il verdetto, accolto con esultanza e abbracci da vittoria in Champions League, Giraudo, piemontesissimamente austero e rigoroso come i completi in grisaglia quattro stagioni e cravatta blu, si concede una stoccatina: «Zeman? Ora si legga bene la sentenza».
A lungo padrone del calcio italiano – come (e forse più di) Galliani, sodale con cui sparire scudetti e condividere sinergie e strategie – Giraudo l’ha cambiato per sempre. Ha voluto come direttore generale Moggi, reduce dall’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione (il caso delle “interpreti” per gli arbitri internazionali designati per le partite di coppa del Torino). Ha telecomandato il becerume curvaiolo nelle trattative per il contratto di Roberto Baggio, poi ceduto come Zidane, Vieri e tanti altri big, o per togliersi qualche sassolino. Memorabile lo striscione su ordinazione riservato al nemico storico che lo aveva ostracizzato alla Fiat: «Romiti, i bei tempi son finiti». Da tifoso granata, fece a Boniperti il gesto dell’ombrello dopo un derby vinto in extremis (dal Toro). Arrivato alla Juve, fece rotolare le teste dei bonipertiani. E umiliò l’ex Napoleone bianconero facendolo privare della tessera per la tribuna e del nome sulla carta intestata della società. Alle celebrazioni di “Juvecentus”, il centenario del club, il presidente onorario non fu invitato («Sarà fuori Torino» disse Giraudo). Cadute di stile, come il rifiuto della società di partecipare a un incontro amichevole a Pontedera per commemorare la morte di Giovannino Agnelli, o la vedova Scirea trasformata in testimonial di una marca di orologi. Questo e molto altro indurrà la stampa a disapprovare la versione riveduta e scorretta de «l’ostile Juve».
Giraudo ha contribuito in modo sostanziale alla svolta del calcio televisivo e commerciale, aperto nuove vie di marketing, ottenuto che le società potessero perseguire il fine di lucro. Ha portato alla Juventus i “contratti a prestazione” e il club in Borsa (2001), ricavando in cambio 1,6 milioni di “stock options” a 0,2131 euro l’una, poi ricollocate sul mercato a 3,7 euro l’una. A occhio, un gruzzoletto di 6,5 milioni di euro. Dopo otto anni di scaramucce legali e “ricatti” («Giocheremo lontano da Torino»), ha strappato la gestione dello stadio Delle Alpi. Tra le colpe mondate, i duecento milioni di lire pretesi – si vociferò, ma senza prove – dalla Juve per partecipare a un torneo, a Salerno, in memoria di Andrea Fortunato, terzino bianconero che la leucemia ha rapito neanche ventiquattrenne. “Rimedierà” avallando la poderosa campagna di beneficenza a favore dell’ospedale infantile “Gaslini” di Genova.
Travolto da Calciopoli, ripara a Londra con la discreta moglie Maria Elena Rayneri (di cui si sa solo che coltiva l’hobby delle coperte in patchwork e che gli ha dato un figlio, Michele, cresciuto nei Pulcini della Juventus). Da buon “uomo-azienda”, fedele al ricordo del defunto Umberto, non ha perso il bernoccolo degli affari: il mattone è un evergreen, come i campi da golf, altro pallino. Già consigliere della Fivi (Fiat iniziative di valorizzazione immobiliare), della Unimorando (attività immobiliari su beni propri) e della Slittovie di Salice d’Ulzio (impianti sportivi), ha lavorato nell’intermediazione finanziaria con la Ifil Investimenti e nel ramo assicurativo con la Allsecures Assicurazioni, dov’è stato consigliere. Della Royal Park Estate, società per azioni con 1,32 milioni di euro di capitale versato e costituita il 30 gennaio 2006, poco più di tre mesi prima che scoppiasse Calciopoli, è socio al 60% e amministratore unico. Il restante 40% è di Andrea Nasi, figlio di Marinella Wolf e Giovanni, il fu sindaco di Sestriere e discendente di Carlo Nasi e Aniceta Agnelli. I coniugi Giraudo sono gli unici soci amministratori della Fraluca, immobiliare torinese costituita dal 1968 e rilevata dal 2 febbraio 2007. Nel settore, Antonio (dal 1990), Maria Elena (dal 2006) detengono anche la Erba e Steppa, società, costituita nel 1976, che ripartisce così gli utili: 1% alla moglie, il resto al marito, che detiene dodici azioni della Golf Garlenda, ad Albenga.
Azzerata, invece, la partecipazione nella Juve, nella quale, già sceso sotto il 2% (dal 3,36% che aveva), non era più obbligato a rendere conto a Piazza Affari. Alla vendita del primo pacchetto azionario, nonostante il crollo del titolo dovuto a Calciopoli, era lo stesso riuscito a intascare una plusvalenza di circa 1,6 milioni di euro.
Lo descrivono antipatico, decisionista, arrogante, permaloso, serio, pragmatico, tagliatore di teste e di conti. Mai avuto autista, e in trasferta viaggiava sul pullman della squadra, seduto davanti come la guida turistica nelle gite. A suo modo, persino leale: è come appare, e predilige lo scontro diretto. Come tutti i veri squali ha nel fondo dell’anima un che di sentimentale: è amico di Mogol. Più che il fioretto dell’ironia, la sciabola del sarcasmo. Ai tempi del processo per doping, a Raffaele Guariniello, PM di Torino, lanciò un messaggio trasversale: «So che lavora d’estate e di notte. Mi auguro che qualcuno ne tuteli la salute». Ha il gusto della battuta, come per i tartufi e il buon vino, non gli mancano. Nei pranzi della Triade, col tipico ghigno inquietante, brindava a barbera, l’ottima Bric dei Banditi: «È perfetta per noi, no?».

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