giovedì 22 novembre 2018

Marcelo ESTIGARRIBIA


ENRICO ZAMBRUNO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 2011
Composto, sorridente, solare. Questo è Marcelo Estigarribia. Uno degli ultimi giocatori arrivati in casa Juventus, è un ragazzo semplice, legato in maniera indissolubile alla sua terra, e con i suoi dribbling ha già fatto impazzire il popolo bianconero. C’è stata curiosità attorno a lui, fin dal primo istante. Lo si conosceva poco, perché chi gioca in Sud America ha una visibilità minore rispetto a chi milita in formazioni europee. Ma visto nelle partite disputate in Copa America, manifestazione nella quale è giunto con il suo Paraguay alla finalissima poi persa contro l’Uruguay, le premesse erano già delle migliori.
Marcelo è per tutti Chelo, che tradotto in italiano significa violoncello, soprannome affibbiatogli fin da quando era piccolo. «Marcelo è sempre stato troppo lungo per amici e compagni. Da qui Celito e poi Chelo».
Ha cominciato subito a “suonare” per la Juventus, in un calcio particolare fatto di serpentine, corsa, coraggio e grande cuore. Già, perché giocare in campi come lo Juventus Stadium o San Siro in un batter d’occhio non è cosa da tutti.
Per raccontare Marcelo bisogna partire dalla sua data di nascita: 21 settembre 1987. Quel giorno i giornali aprono a tutta pagina sul piano americano per difendere l’Europa, sul trionfo di Alain Prost al Gran Premio di Lisbona, sulla battuta d’arresto della Juventus contro l’Empoli e sui fortunati vincitori del Totocalcio, un 13 che porta nelle casse degli italiani 400 milioni di lire. Mentre succede tutto questo, ecco spuntare il piccolo Chelo. «Ho avuto un’infanzia molto bella, ho tre fratelli e vivono tutti insieme con i miei genitori in Paraguay a Fernando De La Mora, a un chilometro di distanza dalla capitale Asunción. La famiglia per me è fondamentale. Ho sempre ricevuto molto: è grazie a loro se adesso sono quello che sono, un calciatore professionista che gioca in uno dei più grandi club al mondo come la Juventus».
Già, la Juventus. La parola “sueño”, sogno in spagnolo, la ripete più volte. Arrivare qui è il massimo, per chi comincia a calciare un pallone. Ma non è stato facile. Ha dovuto sudare, faticare e lavorare duro per emergere. Union Pacifico, Sport Colombia e Cerro Porteño sono state le prime squadre. Poi la parentesi (breve) in Francia, al Le Mans, città più conosciuta per la 24 ore automobilistica che per il calcio. «Come esperienza non mi ha lasciato molto. Ma comunque è stata importante per il prosieguo della mia carriera, mi ha fatto conoscere l’Europa».
Il ritorno in Sudamerica è così cosa fatta, passando agli argentini del Newell’s Old Boys, ed esprimendosi ai massimi livelli. «Questo sì che è stato un passo rilevante. Mi ha permesso di far vedere tutto il mio potenziale, di andare in Nazionale e giocare la Copa America».
Il bello è in campo, certo. Ma anche fuori. La sua pacatezza emerge anche lontano dal rettangolo di gioco. Dove la famiglia e la religione sono più importanti di tutto il resto. «Mi piace leggere la Bibbia e in generale i testi cattolici. Provengo da una famiglia molto religiosa, tutti siamo credenti. In ogni momento libero, in generale, mi piace stare con le persone care. Dialogare e confrontarmi con loro».
E qui entra in ballo la tecnologia, perché per stare a stretto contatto con i famigliari è inevitabile. «Sono molto tecnologico, mi piace stare mi piace stare al passo con i tempi, andare su internet, giocare alla Playstation, guardare la TV e i film. I miei preferiti? Quelli dove c’è azione, con temi di guerra e combattimenti. E non disprezzo le commedie».
E poi c’è la musica. Dentro il suo iPod c’è da divertirsi. «Reggaeton, cumbia (melodie originarie della Colombia, ndr) e canzoni latine: sono i ritmi che si ascoltano in Paraguay. Uno dei miei cantanti preferiti è Luis Alberto del Paranà. Lo ascoltiamo in molti, nonostante il passare degli anni è ancora uno dei più apprezzati nel nostro paese».
Una curiosità: Luis Alberto del Paranà partecipò al Festival di Sanremo del 1966. Magari, tra le immagini della storia bianconera, Marcelo per prepararsi all’avventura juventina avrà scovato anche queste. Viaggiare, invece, non è tra le cose che preferisce fare. Appena può, torna a casa a Fernando de la Mora, anche se, pensandoci bene, c’è un posto che lo incuriosisce da anni. «L’Egitto. Vorrei vedere le Piramidi. Ecco, lì ci vorrei davvero andare».
La Juventus, fin dal primo giorno, l’ha accolto a braccia aperte. Torino ha poco in comune con le città vissute in precedenza, eppure è già entrata nel cuore di Marcelo. «La devo ancora scoprire bene, ho avuto poco tempo per farlo, ma in questi primi mesi sono stato benissimo. Mi sono integrato alla perfezione. Per un sudamericano ambientarsi in Italia non è difficile, la gente anche qui è molto calda. E poi l’Europa, vista l’esperienza in Francia, un po’ la conoscevo già. Mangio pasta e pizza, adoro la vostra cucina. Della città la cosa che più mi ha impressionato è stato comunque lo Juventus Stadium, per la vicinanza al campo e la bellezza dell’impianto».
E proprio in città, ha trovato subito un amico, anche lui arrivato da poco sotto la Mole. «Passo molto tempo con Vidal. Essendo entrambi sudamericani, abbiamo legato immediatamente».
Alla fine, ritorna la parola magica: “sueño”. Non rimbalza per caso, il suo è più un messaggio. Alla Juventus e ai suoi tifosi. «Arrivo da un Paese piccolo e umile, fondato sul lavoro, che si contraddistingue per la tenacia e la voglia di emergere. Ora che sono bianconero, voglio dimostrare tutto il mio valore. Qui voglio realizzare il mio “sueño” da calciatore».
Parola di Chelo.

CLAUDIO AGAVE, MINUTIDIRECUPERO.IT DEL 10 LUGLIO 2020
Per i bianconeri Estigarribia è ovviamente un acquisto minore, dettato più che altro dalla necessità di ampliare numericamente la rosa per quanto riguarda la batteria di esterni. Nonostante le premesse, però, il calciatore paraguaiano si ritaglia con grande caparbietà (e un pizzico di fortuna) i suoi spazi: Conte ne apprezza la dedizione e le qualità in allenamento, anche perché il calciatore è dotato di un dribbling discreto e di grande abnegazione per la fase difensiva.
Inoltre, le cattive prestazioni di Krasić ed Elia non fanno altro che far scalare gerarchie all’ex Le Mans, che di conseguenza emerge in maniera silenziosa ma determinante e venendo lodato sia dal tecnico che dai tifosi. Lo stesso Estigarribia ammetterà, in svariate interviste e in termini positivi, di non aver mai avuto in carriera un allenatore come Antonio Conte.
Due i principali highlights della stagione dell’esterno: in primis, l’unico gol segnato con la maglia della Juventus, quello del momentaneo 3-2 di una gara al San Paolo contro il Napoli, finita poi 3-3. Da citare però anche l’assist decisivo nella partita contro l’Udinese, che permise a Matri di andare in gol. In totale, con la maglia della Juventus, Marcelo Estigarribia ha colleziona 18 presenze con una sola rete, citata in precedenza, portando a casa il primo e unico Scudetto della sua carriera italiana ed europea. Un premio quasi inatteso date le circostanze generali e le prospettive personali del calciatore, nonché l’unico trofeo mai conquistato in carriera da parte del paraguaiano, capace di farsi trovare al momento giusto nel posto giusto.
Nonostante la bontà delle sue prestazioni in bianconero e la stima dell’allenatore, Estigarribia non viene riscattato dalla Juventus, alla ricerca di profili più elevati dopo aver fatto il salto di qualità in seguito a due settimi posti consecutivi.

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