domenica 12 marzo 2017

Baldo DEPETRINI

«Mi sono sempre chiamato Baldo – racconta – questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. De poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra, dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloces. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso. Avevo giocato in A con la Pro Vercelli i campionati dal 1931 al 1933. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendevo la vita difficile. Non m’incantava, quello. Non abboccavo alle sue finte, restavo immobile e lui finiva con l’innervosirsi. Il primo anno ho giocato dieci partite, ho esordito a Casale, vittoria per 3-0 che festeggiammo a champagne. Sostituii Sernagiotto e giocai ala destra, facendo un goal; non era facile giocare nella Juventus perché i grandi campioni c’erano già e sfondare non era impresa da poco.
Alla fine della stagione 1934-35, Bertolini si ritirò e mi lasciò via libera: da quel momento diventai titolare fisso. Mi ricordo un episodio: giocavamo a Bergamo, contro l’Atalanta e stavamo perdendo 0-2. In quella partita, mi sono preso un calcio in faccia che mi ha causato la rottura del setto nasale. Ho continuato a giocare, tutto pieno di tamponi e di cerotti. Alla fine, vincemmo la partita per 4-2. Dopo la partita, mi furono regalati due polsini d’oro, per il mio valore dimostrato in campo. Una vita ho giocato nella Juventus, sedici anni, dal 1933 al 1949, e non sono sempre stati tempi beati. Ci sono stati anche tempi difficili, quando in certo modo si smobilitava, c’erano pure i Cason, i Diena, Bergonzini, io facevo sempre il mio dovere, il primo periodo magro che ricordo fu con Rosetta, era l’allenatore, ma non avevamo mai il tempo di andare in campo negli undici della formazione e quando ci arrivavamo erano incidenti neri, insomma scalogna come diceva Rosetta e, così, andammo a Torre Pellice in ritiro e riuscimmo appena a salvarci. Però ho guadagnato così poco! Ho concluso l’attività di calciatore nel Torino, ma devo ammettere che l’unica mia squadra è stata la Juventus e questo nome mi ritorna sempre sulle labbra. Per uno che ci ha giocato per sedici anni non è possibile dimenticarlo».
Giampiero Boniperti lo ricorda così: «Depetrini, Parola, Locatelli. Che mediana! Con Baldo in squadra ho vinto la classifica cannonieri con ventisette goal. Ho cominciato con lui, Varglien e Rava. Ero poco più che un ragazzino. E Depetrini era straordinario, aveva un temperamento da autentico vercellese, uno dei più grandi mediani di marcatura che siano mai apparsi nell’universo del pallone».


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” FEBBRAIO 1982
Il nome di Baldin (così lo chiamano affettuosamente gli amici, i vecchi compagni di squadra) compare per la prima volta il 21 gennaio del 1934, in occasione di una partita del girone di ritorno del campionato 1933-34. La Juve, naturalmente, era Campione d’Italia e immagino con quanto orgoglio il piccolo vercellese indossò la sua maglia bianconera con lo scudetto tricolore sul petto. La Juve era chiamata e affrontare l’Alessandria allo stadio Comunale; i grigi a quei tempi conoscevano ancora i fasti della Serie A e ricordo che in quella stagione, oltre alla formazione mandrogna, anche la Pro Vercelli e il Casale militavano nella massima divisione.
Ecco, abbiamo citato il nome della Pro Vercelli. E non l’ho fatto a caso, perché per comprendere alla perfezione lo stile e la personalità del nostro amico Depetrini, non si può fare a meno di parlare della famosa scuola vercellese. Si può dire che la grande squadra di Milano-Ara-Leone rappresentò una sorta di ateneo calcistico e che quasi tutti i giocatori che poi ebbero a indossare la bianca casacca attinsero a piene mani dallo stile e dal temperamento di quei formidabili giocatori: citiamo Rosetta, Ardissone, Piola, Ferraris II, Baiardi e, naturalmente, Baldo Depetrini.
Lo stile calcistico della vecchia Pro era caratteristico: sbrigativo, veloce, pieno d’estro e di iniziative. Si basava moltissimo sul fiato e sulla solidità degli atleti. Uno dei più noti rappresentanti di quella scuola, Guido Ara, ebbe a riassumere la sua estetica nel motto: il calcio non è sport da signorine! Piaceva molto, a quell’epoca, l’indimenticabile Ettore Berra: osservò che tali caratteristiche si dovevano probabilmente spiegare con l’origine della società, che veniva dalla ginnastica, aveva dunque imparato a giocare quasi da sola, senza un vero e proprio tecnico della palla. Sarebbe però erroneo e ingiusto identificare la tendenza sostanziale della scuola vercellese con un elogio della violenza come tale.
Per quanto i giocatori in casacca bianca si meritassero le prime definizioni iperboliche del linguaggio sportivo per il fatto che si avventavano contro l’avversario con leonina irruenza e con l’accompagnamento di secchi scatti della voce, nel gioco vercellese c’era più razionalità di quanto si potesse immaginare. In tempi in cui si giocava in undici, ma l’individualità regnava sempre sovrana, la Pro Vercelli seppe dimostrare che si poteva vincere e divertire anche con il gioco di squadra, e fornì anche uno dei primi esempi di razionale allenamento atletico e tecnico.
Baldo Depetrini apparteneva indubbiamente a quella scuola. Se lo si dovesse paragonare a uno, dei grandi vercellesi del passato, lo accosterei a Leone, che, come lui, giocava nel ruolo di mediano laterale. Leone era un uomo rude, leale ma rude. Le finte e i ricami di Ara non lo interessavano; per lui il gioco era lotta, fatica, sacrificio. Affrontava l’avversario con l’impeto dello schermidore che non conosce che la botta dritta; scavalcato, ritornava sui suoi passi, risoluto, caparbio, mai vinto.
Sono proprio le doti che, poco tempo fa, decantava Ugo Locatelli parlando dell’amico Depetrini con il quale ha giocato in maglia bianconera per dieci campionati consecutivi. Diceva Locatelli: «Avete mai visto Depetrini cadere in terra? Quasi mai! Il giocatore che cade rimane estromesso dall’azione, tagliato fuori dal gioco. Questo a Depetrini non succedeva mai: era sempre in piedi, magari superato, ma ugualmente in grado di recuperare, di essere d’aiuto ai compagni, con quella sua chiarissima visione di gioco, con quell’intuito che lo portava ad anticipare le mosse dell’avversario, con quella sua potenza e rudezza che, in fase difensiva, lo rendevano praticamente insuperabile!»
Ci pare che il giudizio di Locatelli, grande calciatore e acutissimo osservatore, sia fondamentale per presentare ai lettori il piccolo grande Depetrini. I tecnici della Juventus lo avevano visto giocare nelle file della Pro Vercelli e ne erano rimasti entusiasti. Conferme non necessarie erano poi venute nelle partite di campionato delle stagioni 1931-32 e 1932-33, quattro gare in cui il mediano della Pro Vercelli aveva avuto il non facile compito di controllare un uomo della classe di Raimundo Orsi; quattro partite tutte concluse con il successo della Juventus, ma nelle quali il grande Orsi non riuscì mai a segnare un goal, se non su calcio di rigore nella gara del 19 marzo 1933. L’acquisto di Depetrini, marcatore inesorabile, venne deciso all’unanimità.
Come abbiamo già detto, l’esordio in prima squadra della Juve avvenne a Torino in un incontro con l’Alessandria; in quell’occasione alla formazione bianconera mancava un’ala destra, e venne scelto Depetrini il quale, non solo se la cavò con grande onore, ma riuscì addirittura a mettere a segno la terza rete bianconera. Ancora come ala destra Baldin giocò le successive partite contro il Casale e la Roma; poi, essendo venuto a mancare Orsi, ecco che venne deciso di schierare il vercellese come ala sinistra: altre tre partite, contro Torino, Palermo e Triestina. Ancora ala destra contro il Genoa a Marassi e poi, finalmente, le ultime tre partite di campionato nel suo ruolo di mediano destro, contro Milan (4-0), Pro Vercelli (2-0) e Lazio (2-0). Ho citato i risultati delle tre gare per metter in rilievo il fatto del nessun goal incassato, segno di un perfetto equilibrio nella difesa della squadra.
Nella stagione successiva (1934-35) le presenze di Depetrini furono quattordici; nel 1935-36 ne contiamo ventiquattro su trenta gare; e così via di seguito, con un crescendo di rendimento eccezionale, con una continuità di presenze che collocano il nome di Depetrini al sesto posto assoluto nella graduatoria della Juventus: 336 partite di campionato con la maglia bianconera e nove reti segnate. Un atleta di tanta classe e rendimento non poteva certo sfuggire all’occhio attento di Vittorio Pozzo che, nel quadro di un rinnovamento della squadra nazionale che aveva vinto i Mondiali del 1934 a Roma, convocò ben presto il mediano juventino, destinato a dividersi con Serantoni la responsabilità di sostituire il classico Pizziolo della Fiorentina.
Baldo Depetrini fece dunque il suo esordio in azzurro a Roma il 17 maggio del 1936, in un incontro piuttosto difficile, contro un avversario tradizionalmente ostico, l’Austria, dove giocavano campioni di fama internazionale, come il portiere Platzer, il terzino Schmaus, il mediano Urbanek e gli attaccanti Sindelar e Jerusalem. L’incontro si chiuse in pareggio, 2-2, dopo che gli austriaci avevano chiuso in vantaggio per 1-0 il primo tempo. Naturalmente Depetrini venne confermato per la successiva partita con l’Ungheria, a Budapest, del 31 maggio. Altri campioni in campo, da Polgar a Dudas, da Turay a Sárosi, da Toldi a Titkos, quest’ultimo avversario diretto del piccolo vercellese. L’Italia disputò una bella partita, grande fu Depetrini e meritatissimo il successo per 2-1 sulla formazione magiara.
Per un certo periodo Depetrini, sempre in gran forma e in perfette condizioni fisiche, venne messo da parte; ma nel maggio del 1939, in occasione della grande sfida di San Siro tra il calcio italiano e i maestri inglesi, ecco che Depetrini venne richiamato in servizio, previo spostamento di Serantoni nel ruolo di interno destro. Risultato: 2-2, con il famoso goal di Piola con la manina. E Baldin? Un autentico leone, come dimostrò ancora di esser anche nelle partite della tournée balcanica, contro Jugoslavia, Ungheria e Romania, tre terribili battaglie. Anche a Helsinki una splendida partita e una convincente vittoria. In totale: dodici partite in azzurro e una sola sconfitta quella di Zurigo nel novembre del 1939 contro una sorprendente formazione elvetica.
Sia nelle file della Juventus (e prima ancora nella Pro Vercelli), sia in quelle della Nazionale, Baldo Depetrini confermò, al di là delle riconosciute doti tecniche, di essere plasmato con l’acciaio; la sua solidità atletica, infatti, è stata la nota spiccante della taglia di giocatore chiave per la squadra nella quale militava, qualsiasi squadra ne avesse bisogno per coordinare i congegni, irrobustire il telaio, possedere una lancia e uno scudo da utilizzare via via, a seconda delle esigenze e degli sviluppi della partita. A Depetrini hanno sempre guardato i tecnici che avevano bisogno di un giocatore a un tempo provetto, esperto e gagliardo, che deve dare ordine ed equilibrio al gioco.
È stato sempre difficile misurare e precisare la somma di benessere tecnico che un solo giocatore può apportare al complesso di una squadra, ma sarebbe davvero difficile negare quanto sia stato utile, dal 1933 al 1949, un giocatore del calibro di Depetrini. Nitidissimo è stato sempre il senso architettonico del gioco e della partita giocata da Baldin. Nel corso delle battaglie più accese, si è avuta la sensazione che il mediano vercellese recasse stampate sulle membrane del cervello le linee geometriche che la palla componeva e scomponeva nell’aria e sul terreno. Depetrini non è mai stato un solista, ma un lavoratore tecnico per conto della collettività.
Il meglio del giocatore si è sempre rispecchiato nel meticoloso lavoro di tamponamento e di sostegno, con una cifra elevatissima di rendimento. Disciplinato (non solo in senso tattico), attaccatissimo ai colori sociali, pronto a qualsiasi sacrificio, con un fisico che per vent’anni ha resistito a ogni sforzo. Un esempio stupendo da indicare ai giovani di oggi.

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